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I colombiani ora si chiedono come salvare il processo di pace

Dopo il referendum sull'accordo di pace con le Farc in cui a sorpresa ha prevalso il "no", tre esperti provano a chiarirne le cause e a delineare i possibili scenari del dopo voto. Nonostante nel Paese si respiri un clima di sfiducia e restino aspetti problematici non trascurabili, sembra comunque chiaro che il processo avviato per un cessate il fuoco non può più essere interrotto, anche se sarà necessario lavorare ai testi per migliorarne contenuti e termini.

06/10/2016

Come nel gioco dell’oca, ma purtroppo la posta in gioco è molto seria. All’ultimo giro di dadi prima di giungere al traguardo, tocca ripartire quasi da capo. La Colombia detto no all’accordo di pace tra Governo e Farc raggiunto all’Avana e solennemente firmato sei giorni prima a Cartagena. Mentre i Capi di Stato di tutto il mondo facevano festa, gli elettori, con strettissimo margine (50,20% contro 49,80%) e con un’astensione superiore al 60% rendevano carta straccia un trattato di pace frutto di quattro anni di estenuante trattativa.
Perché è successo? E che accadrà ora? Sono le domande che rimbalzano su tutti i media colombiani. Di certo, ha avuto successo (a dispetto dei sondaggi della vigilia) la dura campagna dell’ex presidente Álvaro Uribe Vélez, che ha insistito sul fatto che l’accordo garantiva l’impunità alle Farc, paventando per il paese il rischio del “castro-chavismo” La buona notizia è che nessuno, dopo il voto, ha perso la testa, il filo della pace non si è interrotto, il cessate il fuoco al momento non è in discussione. Il presidente Juan Manuel Santos - il grande sconfitto di questo passaggio elettorale, passato in poche ore dal trionfo di Cartagena e da un probabile Nobel a questa doccia fredda -, ha riconosciuto il risultato e convocato tutte le forze politiche (oggi è in programma un vertice a due con Uribe). Dal canto loro i capi delle Farc, dal “rifugio” dell’Avana, hanno ribadito la propria volontà di lasciare le armi.
 
Le incognite sulla ripresa del cammino

“Ma non sarà facile – ammonisce sconfortato il prof. Gianni La Bella, lo storico che per la Comunità di Sant’Egidio ha gestito le varie fasi della trattativa -. Come si riuscirà a raddrizzare questa situazione proprio non lo so. La consultazione ci consegna un risultato che sono tentato di definire inquietante, di certo fa molto riflettere. Poi, qualche distinguo va fatto. I colombiani che hanno votato non sono contro la pace. Ma resta in molti settori del paese un clima di sfiducia, in tanti non si fidano delle Farc. Su questo sentimento ha giocato la campagna di Uribe. Dalle urne emerge un paese radicalmente polarizzato”. Sul futuro immediato, La Bella intravvede tre punti problematici: “Il primo è che siamo ad un anno e mezzo dalle Presidenziali. Santos ha tempo al massimo fino a giugno per ora un ruolo centrale nel negoziato. La seconda è che ora Uribe vuole giocare un ruolo centrale. La terza è l’incognita Farc, non tanto le scelte dei capi, ma quelle dei 7mila militanti che si trovano ancora nelle foreste”.
Di fronte a tutto questo, uno scenario di fondo: “Sembra prevalere il desiderio di vendetta, non quello di perdono. L’accordo raggiunto non era solo di tipo politico, aveva indicato la strada del perdono, della misericordia anche come metodologia diplomatica. Invece il dato inquietante è che la pace non è più di moda. La guerra torna al centro del vissuto collettivo dell’umanità. Prevale la via giustizialista, la mano dura, anche in altri contesti”.
 
Ora una pace più condivisa

Non tutto il male vien per nuocere, però. E’ questo, almeno, il parere di padre Leonel Narváez Gómez, padre della Consolata e presidente della Fondazione per la Riconciliazione, con sede a Bogotá. “Siamo un po’ tristi – dice – ma chissà che da questa frenata non esca un accordo migliore e più condiviso. Mi spiego meglio: quando bisogna incollare due pezzi che si sono rotti le istruzioni raccomandano di pulire bene le due parti. Se avesse vinto il sì, una delle due parti in cui è diviso il paese sarebbe rimasta piena di rancore”.
Per padre Narváez la vittoria del no ha diverse cause: “C’è stata poca informazione sui contenuti dell’accordo, che non è stato ben spiegato. Poi, i punti problematici: dalla giustizia vista come un’amnistia al Tribunale speciale che dava vita ad una Giustizia parallela, dalla mancata riparazione delle Farc ai seggi garantiti loro in Parlamento, fino all’inserimento dell’accordo in Costituzione. Infine, un certo trionfalismo aggressivo, che si è visto anche alla cerimonia di Cartagena, ha dato fastidio alla gente”. Padre Leonel non rinuncia a dare un suo giudizio personale anche sul ruolo giocare dalle Chiese cristiane: “Le divisioni sono state un ostacolo e la Chiesa cattolica, a mio parere avrebbe dovuto essere più esplicita, prendere una posizione spiegando che il rancore non può condizionare il futuro di un paese”. Diverse comunità evangeliche, poi, hanno fatto campagna per il no, “in qualche caso preoccupate perché il tema del genere era presente qua e là nel testo dell’accordo di pace”.
Tuttavia il padre della Consolata resta ottimista: “Venerdì scorso ho partecipato in tivù ad un dibattito con Francisco Santos, ex vicepresidente di Uribe, e ne ho tratto la convinzione che questo accordo si potrebbe migliorare”. Soprattutto, “vedo crescere il numero delle persone che crede nel perdono”. Una condizione importante per eliminare le cause della violenza, “il mercato dell’odio che genera voti. Senza dimenticare che il Colombia oggi solo una piccola parte della violenza è prodotta dalla guerriglia ma, piuttosto, dalle bande criminali, dai narcotrafficanti”.
Non è pensabile fermare tutto

Moderatamente ottimista, dalla capitale colombiana, è anche il prof. Dimitri Endrizzi, docente di Scienze Politiche all’Università Cattolica della Colombia e all’Università di Salerno. “Qui – afferma - nessuno se lo aspettava, il risultato è stato accolto con incredulità e molta emotività, ho visto tante persone piangere. In queste settimane ci sono state troppa sicurezza ed autocelebrazione. Poi ci si è messo il ciclone Matthew, che ha falcidiato la Costa atlantica, dove la maggioranza era per il sì. Lì molti non sono riusciti a votare. E dire che questo era un plebiscito non necessario… “Lo scorso anno è stato qui un giurista italiano Luigi Ferrajoli. Aveva tenuto delle conferenze per sostenere la tesi che il plebiscito non andava fatto, dato che una maggioranza non poteva decidere su un diritto fondamentale fissato dalla Costituzione”. Ora, secondo Endrizzi, “penso che faranno qualche modifica e approveranno un nuovo accordo. Certo, le Farc qualche concessione sul futuro politico potrebbero farla… però sulla giustizia non penso proprio. Ma non è pensabile che si fermi tutto e che si torni indietro”.

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