Mauro Corona è noto al pubblico anche per la sua partecipazione, in qualità di opinionista e tuttologo,...
In duemila in marcia, a Camposampiero, per una pace disarmata e disarmante
“Un caro saluto dalla missione in Ecuador. Noi tutti vi siamo vicini nella preghiera per la marcia della pace. Che il Signore ci benedica e benedica il mondo con il dono della pace. Buon cammino”: è il saluto a tutti i partecipanti, in apertura della Marcia della pace della diocesi di Treviso, domenica 25 gennaio, da parte del vescovo Tomasi, impegnato nel viaggio missionario in Ecuador.
“Educare a una pace disarmata e disarmante”, il tema della Marcia 2026, che anche quest’anno si è svolta in uno dei territori “di confine” della diocesi trevigiana: Camposampiero, in provincia di Padova. Hanno partecipato quasi duemila le persone, tra loro moltissimi ragazzi, ragazze e giovani.
A curare l’evento, coordinati dall’ufficio diocesano di “Pastorale sociale e del lavoro, giustizia, pace e salvaguardia del creato”, le parrocchie del vicariato di Camposampiero, insieme al Comune e alle associazioni del territorio, laiche ed ecclesiali, alle scuole (da quelle dell’infanzia alle superiori), ai ragazzi dei gruppi di catechismo della Collaborazione pastorale Antoniana (diocesi di Treviso) e della parrocchia di San Marco di Camposampiero (appartenente alla diocesi di Padova) e, poi, gli Scout Agesci di tutta la zona di Castelfranco Veneto e gli scout adulti del Masci, l’Azione cattolica, l’associazione “Libera contro le mafie”, il Gruppone missionario, l’oratorio della parrocchia di San Pietro. Numerosi i cori locali che hanno animato i vari momenti.
La partenza dalla stazione dei treni, con il saluto della sindaca Katia Maccarrone. E’ arrivata da lontano la prima delle testimonianze: Jan Parwizin, giovane rifugiato afgano, in Italia dal 2021, ha raccontato la sua idea di “frontiere”, che non sono solo geografiche, ma anche linguistiche, culturali, frontiere di paura, di pregiudizio e solitudine. Jan ha parlato di sguardi, pregiudizi, ma anche di insegnanti, amici, volontari, compagni di classe, che hanno guardato oltre la sua origine e hanno visto una persona, non un problema.
“Grazie a loro ho capito che le frontiere possono essere superate insieme. Per me, andare al di là delle frontiere significa non smettere di sognare, non avere paura del cambiamento, credere che l’incontro tra persone diverse sia una ricchezza. Oggi, dopo quasi quattro anni in Italia, non sono più solo “un ragazzo arrivato da lontano”. Sono uno studente, un amico, una persona con un futuro”. “Trasformiamo i muri delle frontiere in ponti, scegliendo l’ascolto, il rispetto e l’umanità”, l’appello di Jan.
Al monastero del Noce le testimonianze di suor Elena e di padre Fernando. Cosa può fare una suora di clausura per la pace? E cosa direbbe oggi sant’Antonio ai potenti del mondo, e a noi, in questa situazione mondiale così difficile?
Padre Fernando Spinpolo, francescano conventuale, si è chiesto che cosa direbbe, oggi, sant’Antonio sulla pace. “Oggi come ieri, con la sua parola loquace e tagliente, andrebbe diritto alle cause che rendono la pace così fragile o che, addirittura, rischiano di farla saltare. Si rivolgerebbe ai “grandi” della terra, ai potenti, per denunciare e smascherare le grandi menzogne, le grandi ingiustizie, le grandi sperequazioni e per chiedere pace, giustizia, equità, fede nel Dio cristiano dell’amore. Non avrebbe paura di andare all’Onu, Antonio, per affermare i valori inalienabili e chiederne il rispetto per tutti. Ma parlerebbe anche ad ogni cristiano, ad ogni uomo e donna, per implorarli di rimettere al centro Gesù Cristo e il suo Vangelo, vero scrigno dei più alti valori umani e spirituali, dal quale sempre più si stanno allontanando”. Antonio ci insegna e ci testimonia che “bisogna avere il coraggio e la determinazione di metterci la faccia e il cuore e, se necessario, anche la stessa vita”.
Cosa fanno delle monache di clausura per la pace? “Preghiamo”, la risposta di suor Elena Chiara Cecchetto, abbadessa del monastero delle Clarisse. “Pregare è toccare il cuore del mondo e di tutta l’umanità, ponendosi in relazione con il suo Creatore, attendendo pazientemente frutti di pace piccoli, fragili, ma eterni perché radicati e custoditi da Dio stesso” ha detto nella sua testimonianza.
Nella tappa di villa Campello si è parlato di “Effetti della guerra sull’ambiente”, con una testimonianza degli scout palestinesi e una testimonianza di servizio degli scout di Mussolente con l’associazione Libera a Crotone, a tutela dell’ambiente contro le mafie.
I giovani scout di Camposampiero hanno raccontato di aver ricevuto in dono il fazzolettone del gruppo Scout di Taybeh, in Cisgiordania, l’unica comunità interamente cristiana della Palestina. Un segno di fratellanza scout e di vicinanza che, per chi vive in situazioni di conflitto e oppressione, è un’importante fonte di coraggio e speranza.
La testimonianza, letta, è quella di Mooren, scout di Taybeh: “Qui la natura non è solo un bel paesaggio, ma una fonte di vita, di memoria e di identità. Tuttavia, sotto il peso della guerra e dell’occupazione, anche la terra è diventata stanca, come le persone che la abitano. La guerra non uccide solo le persone, ma lascia un segno profondo sull’ambiente. La terra tace, ma soffre. A Taybeh vediamo come il paesaggio cambi giorno dopo giorno. L’accesso ai campi non è più sempre sicuro, e i contadini lavorano sotto una costante preoccupazione. Persino l’acqua, che è un diritto fondamentale, a volte diventa uno strumento di pressione. Tutto questo influisce sul nostro rapporto con la natura e sulla nostra capacità di vivere in pace”.
“Eppure, non ci arrendiamo – sottolinea Maureen -. Cerchiamo di proteggere ciò che resta, piantiamo, insegniamo ai nostri figli ad amare e rispettare la terra, e crediamo che prendersi cura dell’ambiente sia una forma di resistenza pacifica. Quando piantiamo un albero, piantiamo speranza; quando proteggiamo la nostra terra, proteggiamo il futuro dei nostri figli”.
“Lo Scautismo in Palestina non è soltanto un movimento educativo tradizionale che si occupa di attività e competenze scout, ma è un movimento sociale e umanitario, i cui ruoli si sono formati in risposta a una realtà eccezionale imposta dalle condizioni di occupazione e di instabilità politica ed economica. Mentre in molti Paesi i movimenti scout si concentrano sull’educazione, sulla formazione del carattere e sullo sviluppo delle competenze di vita, lo scautismo palestinese è stato costretto ad ampliare la propria missione includendo il rafforzamento della resilienza comunitaria, la partecipazione alle attività di volontariato, il sostegno alla comunità durante le crisi e un lavoro sul campo organizzato e adattato ai bisogni della società locale”.
“La mia testimonianza oggi – ha detto Maureen – non parla solo di dolore, ma anche di speranza. Della nostra fede che il mondo sia capace di ascoltare, comprendere e stare dalla parte della vita. Crediamo che il dialogo e il legame tra i popoli, come quello che stiamo costruendo oggi, siano un vero seme di pace”.
La seconda testimonianza, a Villa Campello, è stata quella degli Scout di Mussolente. “Nel nostro campo estivo a Crotone, l’estate scorsa, abbiamo avuto la possibilità di conoscere l’associazione Libera. Abbiamo ascoltato testimonianze molto profonde e toccanti sulle vittime di mafia” hanno raccontato. I giovani hanno anche potuto osservare il lavoro di alcune realtà legate a Libera, che si battono ogni giorno contro lo sfruttamento illegale dei terreni. Al centro della riflessione anche la questione degli incendi boschivi, spesso dolosi e causati dalla mafia per alterare la destinazione d’uso dei terreni, e della gestione dei rifiuti, che spesso vengono abbandonati ai bordi delle strade.
“Le testimonianze che abbiamo ascoltato ci hanno insegnato che la conoscenza è uno strumento importante per costruire memoria, impegno civile e speranza, ricordando le vittime e i sacrifici per un’Italia libera e giusta, in contrasto con le violenze della guerra e della criminalità organizzata – la loro riflessione -. La guerra infatti non è solamente quella combattuta con le armi ma è anche quella combattuta lontano dai riflettori, da chi ne trae vantaggio, in un silenzio che crea vittime ogni giorno grazie all’indifferenza della società”.
Al polo scolastico di via Puccini si è parlato di “Relazioni di pace” a scuola, con un’insegnante e un gruppetto di studenti e studentesse. “Ogni classe altro non è che una piccola comunità educante, in cui trovano spazio l’ascolto, il confronto, il dialogo. La scelta delle parole, in ogni contesto educativo è essenziale: soppesarle, adoperarle con cura, scusarsi, quando non sono quelle giuste, rappresenta un grande impegno e una grande sfida, che tutti insieme, educatori e ragazzi quotidianamente affrontiamo” ha sottolineato l’insegnante Lucia Faggion. “Fra tutte, la parola Pace, crediamo, più che spiegata, debba tradursi, giorno dopo giorno nella costruzione di relazioni serene, gioiose e nella condivisione di esperienze che possano lasciare una traccia significativa e, chissà, magari essere “seme” per germogli inaspettati”. E una di queste esperienze, raccontata dagli studenti che l’hanno vissuta in rappresentanza della scuola, è stata la partecipazione, lo scorso ottobre, alla marcia della pace Perugia – Assisi.
Tappa finale la chiesa dei santi Pietro e Paolo di Camposampiero, per la celebrazione eucaristica conclusiva, presieduta da don Paolo Magoga e concelebrata dai sacerdoti della Collaborazione pastorale. Un’eucarestia per affidare al Dio della pace ogni preghiera e ogni impegno personale e comunitario per la pace nelle nostre famiglie, nelle nostre parrocchie, nei nostri paesi e città, nella scuola e nel mondo del lavoro, negli organismi internazionali e nei rapporti tra gli Stati.
Qui l’ultima testimonianza, grazie a un video, nel quale le “Relazioni di pace” sono state declinate a livello internazionale. Ne ha parlato, dall’Ucraina, Andrea De Domenico, di Camposampiero, direttore di Onu-Ocha (l’agenzia delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari), a Kiev dal dicembre 2024, dopo essere stato a Gaza. De Domenico ha raccontato che “la guerra continua inesorabilmente a colpire strutture civili lasciando la popolazione civile senza elettricità, senza riscaldamento, in condizioni meteorologiche alquanto dure, che arrivano anche a – 20 gradi”.
“Il diritto internazionale è intrinsecamente debole se non è accompagnato dalla volontà dei soggetti, in questo caso gli Stati, a farlo rispettare. E invece il mondo pare distratto e si mette a pensare a nuove alternative per creare il tavolo della pace, che però va... acquistato. Se invece – la sua riflessione -vogliamo un mondo dove si lavori per convivere con gli altri, con il diverso, allora abbiamo bisogno di queste regole e di questo diritto internazionale e dobbiamo difenderlo, perché non è una cosa che colpisce solo l’Ucraina o Gaza, ma è veramente un’erosione dei diritti di ciascuno e ciascuna di noi, di voi. Grazie per marciare, grazie per far sentire la voce”.



