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“Torniamo vivi, non dimenticheremo”

La vicenda degli Imi, degli “Internati militari italiani”, non è molto nota, eppure riguarda circa un milione di soldati italiani catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. Lo racconta Carlo Grigolon nel libro “Stalag IIIB: l’altra resistenza”

“Salimmo al primo piano, in una stanzetta erano ricoverate cinque ragazze italiane, tutte provenienti dai campi di sterminio. Mi si strinse il cuore a vederle, avranno pesato poco più di trenta chili ciascuna, erano magrissime e avevano ancora gli abiti a strisce dei prigionieri. Ci sorridevano, ma avevano gli occhi tristi, quelli di chi è passato per l’inferno. Ci sedemmo lì con loro, ci dissero che eravamo i primi italiani che incontravano da quando erano state liberate, dai russi, a Birkenau”. Recuperiamo questo frammento di racconto dal libro “Stalag IIIB: l’altra resistenza”, pubblicato nel 2021 da Carlo Grigolon, appassionato storico della Prima guerra mondiale e del Monte Grappa. Qui riprende gli appunti di suo padre, Gemmino Grigolon, prigioniero dei tedeschi dal 1943 al 1945. Catturato a Bolzano, dove era appena arrivato per l’addestramento presso il 4° Genio dell’Esercito italiano, all'indomani dell'armistizio dell’8 settembre 1943.

“Eravamo rimasti colpiti dalle loro condizioni - continua Gemmino -, dalla denutrizione, era stata dura per noi nei campi ma per loro... Non riuscivamo ancora a capire cosa ci facessero delle ragazze nei campi di concentramento e che campi dovevano essere stati per averle ridotte in quelle condizioni”. In queste parole c’è la profondità del dramma della Seconda guerra mondiale. La Giornata della memoria, 27 gennaio, fu istituita nel 2000 in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.

La vicenda degli Imi, degli “Internati militari italiani”, non è molto nota, anzi le prime pubblicazioni scientifiche sono del 2009, eppure riguarda circa un milione di soldati italiani catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre. I numeri ci dicono che 196 mila di questi riuscirono a fuggire, altri 94 mila accettarono di combattere a fianco dei tedeschi (80 mila saranno impegnati con i tedeschi come ausiliari e 14 mila come combattenti). Drammatico il bilancio dei soldati italiani catturati nelle isole greche, oltre alla strage di Cefalonia ci furono i 13 mila fatti naufragare sulle navi che li trasportavano in Italia.

Per 710 mila si aprirono i lager nazisti dove l'unico cibo erano le bucce di patate. Per soldati e sottufficiali ogni giorno c’era un pesantissimo lavoro coatto che per Gemmino risulterà alla fine pericolosissimo, perché sarà mandato a scavare trincee in Polonia a pochi passi dal fronte caldissimo con l’Armata rossa.

L’alternativa a quella sofferenza senza fine era arruolarsi come volontari nell’esercito della Repubblica sociale di Salò. Nonostante la sofferenza, nonostante la propaganda e le minacce asfissianti, quei 700 mila non cedettero e costituirono una resistenza passiva ai tedeschi, un no alla Repubblica sociale che alcuni pagarono con la vita: una stima attendibile parla di quarantamila italiani morti.

“Eravamo partiti da Kustrin in duemilacinquecento. Mille uomini non erano arrivati, persi nel gelo lungo la strada, sfiniti dalla stanchezza e dalla fame, disseminati lungo quel calvario di centoventi chilometri. Di tutti i miei compagni ed amici mi era rimasto solo Salvatore. Che disperazione”.

Gemmino non vide i lager dove morirono i circa 7 mila ebrei italiani, la sua prigionia si svolge quasi sempre al di qua dell'Oder. Non stupisce, dunque, che davanti a quelle ragazze ebree si facesse delle domande, l’Olocausto i tedeschi lo nascosero bene, sapevano di andare oltre il limite dell’orrore.

Stalag III a Furstenberg, poi Hammerstein II B e, infin,e Kustrin III, queste le prigioni di Gemino, la liberazione da parte dei Russi avvenne il 24 aprile del 1945, nei pressi dell'aeroporto di Berlino. “I Russi li lasciarono andare - commenta l'autore di Stalag III, Grigolon -, non si curavano molto degli italiani; solo due volte mio padre si trovò in pericolo con i Russi, la prima a causa di due soldati ubriachi, alla ricerca di donne, che sparavano a casaccio e, poi, di fronte a una impiegata russa per fare i documenti del rimpatrio, lei aveva perduto due fratelli, uccisi a suo dire, dagli italiani”.

“Sani, ma salvi” c’era scritto sui treni che riportavano gli Imi in Italia, ma anche “Torniamo vivi, non dimenticheremo”: quella prigionia fu anche una palestra di democrazia e libertà.

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