martedì, 16 aprile 2024
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Totila d’oro: cittadini che danno lustro

Sabato 24 febbraio sarà assegnato il premio a cinque personalità trevigiane, tra cui Gian Domenico Mazzocato. Intervistato, lo scrittore racconta la sua gioia alla notizia del conferimento della massima benemerenza della città di Treviso. E, pungolato su chi meriterebbe il Totila d’oro, fa due nomi...

La notizia ha fatto capolino sui media e sui social da alcune settimane, ma il grande giorno sarà sabato 24 febbraio alle ore 10, all’auditorium Santa Caterina: a cinque personalità della città di Treviso verrà consegnato il Totila d’oro, massima onorificenza. Si tratta del fotografo Orio Frassetto, dei fondatori di Gruppo Alcuni, Sergio e Francesco Manfio, del dirigente sportivo Giorgio Buzzavo, alla memoria di Marco Tamaro, direttore di Fondazione Benetton, morto prematuramente nel 2020, e, infine, di Gian Domenico Mazzocato, giornalista, scrittore, a lungo collaboratore anche di Vita del popolo. A noi ha riferito immediatamente la sua gioia, appena avuta notizia dell’onorificenza, gioia che ben si percepisce in questa intervista che ci ha concesso.

Il Totila d’oro è la più importante benemerenza attribuita dalla città di Treviso. Inutile chiederti se te l’aspettavi, perché immagino che la risposta sia no, ma in cuor tuo ci speravi?

E’ gratificante scoprirsi, come si dice, profeti in patria. Sono nato in via Palestro, davanti ai Buranelli e sopra l’osteria Ai Due Mori. Mezzora di passeggiata ed ero nell’azienda agricola degli zii, dove ora c’è il parcheggio dell’ospedale. Ero piccolissimo e andavo a lavare i cavalli nel Sile. Cavalcavo a pelle il mio Ciri, un monumento nero che mi amava come un suo puledro. Evento dolce e lontano. Talora mi pare impossibile che sia davvero accaduto. Treviso mi è stata grembo e la sua campagna era il Far West. Sul Sile mi sono immedesimato nei miei eroi, il Corsaro Nero, Capitan Nemo, Huckleberry Finn. Amo profondamente questa mia terra e considero un privilegio raccontarla come scrittore e giornalista. Se posso aggiungere. Ho sempre subito il fascino di Totila. Fiero, intrepido, generoso, illuminato, politicamente avveduto. Morì colpito da una freccia bizantina e subito entrò nel mito. In goto il nome suona Baduila, che vuol dire immortale. Lo storico Procopio di Cesarea, narrando la guerra gotica, dice che mai si sarebbe aspettato simili generosità e clemenza in un barbaro.

Il regolamento precisa che viene dato a persone che con opere concrete nei vari campi abbiano giovato alla città di Treviso. Tu sei stato insegnante, traduttore, sei giornalista, scrittore di libri e di testi teatrali, anche poeta e c’è il tuo zampino pure nella musica. E’ sicuramente un riconoscimento a tutta la tua ampia produzione nel campo delle lettere e delle arti.

Non so se mi posso dire un uomo fortunato. Probabilmente sì, ma preferisco definirmi altrimenti. Direi un uomo compiuto. Volevo una famiglia che fosse luogo d’amore, di crescita, di riferimento. Volevo insegnare e volevo scrivere. La vita mi ha fatto in abbondanza questi doni. Dico di essere un intellettuale di campagna che ama il cono d’ombra in cui lavora. E che vive il proprio talento, piccolo o grande che sia, come un contributo alla convivenza civile, come un servizio alla comunità. Insegnante e scrittore, certo, due aspetti della mia vita. Così compenetrati l’uno nell’altro da coincidere. Io ho insegnato Lettere. Cioè una materia inutile, nel senso del ritorno immediato. Non è inglese, non è educazione fisica. E, dunque, mi trovavo a motivare i miei allievi. Dicevo loro che nella vita tutto va e tutto viene. Denaro, successo, amore, salute. L’unica cosa che nessuno può strappare a un altro è la visione del mondo. Indagare le cose, esprimere un giudizio critico. L’autonomia intellettuale, insomma. E così mi veniva facile fargli leggere il De amicitia di Cicerone o farli camminare con Dante nel più meraviglioso viaggio che uomo abbia mai compiuto. Il fatto che io fossi uno scrittore li portava a condividere le sorgenti culturali cui attingevo io. Credo di essere stato un insegnante molto, molto esigente. Ma forse significa qualcosa il fatto che io oggi non abbia tanti ex allievi, ma un esercito di amici. La mia scrittura si nutriva, di converso, di quell’incontro quotidiano con la vita che era l’entrare in un’aula e starci per ore a costruire cultura e cammino educativo.

Sicuramente giova alla città di Treviso anche il tuo pungolo sui nomi delle vie sbagliati o scritti in modo a dir poco curioso. Quando si vuole ferire una persona, le si storpia il nome. Scriverlo sbagliato sul cartello di una via è proprio ferirla, non riconoscerla?

Sì, è una campagna che ho fatto. Essendo un camminatore seriale e curioso, alzare gli occhi e vedere tabelle sbagliate, beh, un po’ mi sentivo diminuito come figlio di questa terra. Strafalcioni incredibili, patetici e perfino comici. La targa stradale che ricorda il pittore Guiscardo Sbrojavacca, per esempio, conteneva cinque errori su due righe. Se le vie vengono dedicate a qualcuno, è giusto che ciò avvenga nel rispetto. La memoria è un patrimonio collettivo. Ne ho scritto e i risultati si sono visti.

Hai la possibilità di assegnare il Totila d’oro 2025 a 3 persone. Fai i nomi!

Gioco affascinante. Per rimanere nel mio ambito, artisti, intellettuali, studiosi. Mi vengono decine di nomi. Ma non i criteri per scegliere l’uno o l’altro. Allora preferisco dire così. Totila alla memoria ad Adriano Madaro, giornalista e scrittore, mancato da poco. Amico fraterno, Marco Polo del Duemila. Per i suoi contributi alla conoscenza di quel mondo lontano che è la Cina, penso sia definizione giustissima. Poi, se fosse possibile conferirlo non a una persona, ma a una entità immateriale, direi il rugby. Con le sue fragilità e i suoi limiti, sport di altissimi contenuti etici. Scuola di vita cui affidare in tranquillità i propri figli, una qualificata agenzia educativa. Ha fatto di Treviso una capitale mondiale. Quanto a me, amo pensare che il fatto di aver narrato il rugby per sessant’anni in più libri e in migliaia di articoli c’entri un po’ con il conferimento del Totila.

In alternativa all’oggi, in quale epoca ti sarebbe piaciuto nascere?

Qualcuno potrebbe pensare ai tempi di Livio e Lucrezio, i miei autori preferiti. Anche. Ma meglio l’anno Mille o giù di lì. Intendiamoci, tempi terribili. La giustizia era un regolamento di conti fra privati e uno non era mai sicuro di tornare a casa alla sera. Ma l’Europa andava elaborando la più grande invenzione della storia dell’uomo moderno, la città. Paradiso e inferno, Gerusalemme e Babilonia. Con un tratto eccezionale e probabilmente irripetibile. Si creava bellezza non come valore estetico, ma come valore etico. L’individuo si sentiva impegnato a contribuire alla bellezza fisica e morale della nascente comunità cittadina. Recava il suo apporto, con responsabilità.

A quale degli ambiti letterari stai lavorando in questo momento? Cosa dobbiamo aspettarci a breve?

Beh, un romanzo in testa c’è sempre. Serve la forza del primo passo. Uno dei miei editori ha in mano un manoscritto, un manuale su come inventare e scrivere favole e storie. Molto originale, in presa diretta dall’esperienza di scrittore. Poi sto rieditando, con una nuova casa editrice, la trevisana Diastema, il mio romanzo finalista allo Strega, Il castrato di Vivaldi. Con la chiusura della precedente editrice, La Biblioteca dei Leoni, il romanzo andava un po’ a morire e per me era un cruccio. Così lo vedo rinascere. E penso che sia completa anche una nuova silloge di liriche. Per uno che sostiene di essere molto più narratore che poeta, sarebbe il quinto volume di versi. Continuo il mio lavoro critico su Dante, fonte inesauribile e vitale. Ho in mente, dopo il successo del Mato de guera che ha vinto premi in ogni parte del mondo, qualcosa per il teatro. Poi articoli, racconti, collaborazioni. Viaggi e curiosità continua tra mercatini e collezionismi vari.

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