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Primo maggio: il lavoro è partecipazione e democrazia

L’annuale evento, promosso dall’Ufficio diocesano di Pastorale sociale, si terrà a Silea. Oltre a testimonianze e a spettacoli, l’incontro prevede l’intervento del vescovo di Treviso, mons. Michele Tomasi, alle ore 17.40

Ha ancora senso parlare di lavoro? In un mondo dove regnano intelligenza artificiale, tecnologia e robotica ci sarà ancora spazio per il lavoro dell’uomo? Saremo destinati a guardare monitor, a starcene seduti su auto che guidano da sole, relegati a postazioni – speriamo – di controllo?

Se qualcuno vede così il prossimo futuro, se il lavoro scomparisse dalla esperienza umana, non credo si possa dire che sarebbe una benedizione – come qualcuno crede – una vittoria della modernità, ma una grande sconfitta.

A guardarlo da vicino, il lavoro umano è qualcosa di unico, come la parola o la coscienza. Qualcosa che abbiamo solo noi rispetto a tutte le altre creature. E sebbene anche le api trasformino il nettare in miele, i ragni tessano tele per farne trappole, case o magazzini, noi umani siamo gli unici che lavorano.

Anche rispetto a quello delle macchine, sempre più necessarie, performanti e precise, il lavoro dell’uomo si differenzia in modo unico e irripetibile. Dove spicca questa diversità, questa originalità? Va detto che essa è stata messa in ombra da una certa cultura industriale - madre della produzione in serie -, dove anche le persone hanno finito per divenire componenti di un grande ingranaggio senza anima.

Una risposta la possiamo trovare entrando in una bottega artigianale. Lì possiamo capire perché solo il lavoro umano è diverso dall’opera di un animale o di una macchina. Nel frutto del lavoro delle proprie mani, l’artigiano lascia nell’opera un po’ di sé e, anche senza volerlo, la sua impronta si imprime su ciò che realizza. In una parola (come il Creatore, non per niente ne è l’immagine), anche l’uomo plasma, meglio, riplasma il creato lasciando la sua traccia.

Questo è palese in quelle particolari opere chiamate appunto “d’arte” per cui, anche se non vi leggi la firma in calce, riesci a riconoscerne l’autore perché – all’occhio o all’orecchio esperto – riconosci chi vi sta dietro. E così un quadro, come un violino, porta con sé il suo autore e il suo valore. E quello che diciamo di artigiani e artisti famosi, in verità, vale per tutti gli uomini. Tutti lasciamo con il nostro lavoro il nostro segno.

Anche in una azienda (piccola o grande poco importa) vale lo stesso principio. Anch’essa, nell’uscire dalle mani, dalla mente e dal cuore di uno o più uomini, porta l’imprinting, nel bene o nel male, del proprio creatore. Questo apre il capitolo all’etica e alla responsabilità che animali e intelligenze artificiali non hanno. E’ umano e solo umano il lavoro e nostra e solo nostra la responsabilità di mantenerlo ancora tale.

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