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Bolivia: golpe fallito, ma tanti interrogativi su una democrazia fragile

Nel giro di tre ore, i militari rivoltosi si sono ritirati dalla sede del Governo di La Paz. Mentre i Governi del Continente e di tutto il mondo e le principali organizzazioni internazionali esprimono appoggio alle Istituzioni boliviane e al Governo democraticamente eletto, e anche nel Paese tutto il mondo politico e istituzionale (compresa la Chiesa boliviana) prende le distanze dal generale, si susseguono le domande
27/06/2024

Il carro armato, con a bordo quello che fino a qualche giorno fa era il comandante generale dell’Esercito, Juan José Zuñiga, che assieme ad altri mezzi militare irrompe nella centralissima piazza Murillo e forza l’ingresso del palazzo Quemado, sede del Governo, a pochi passi dalla cattedrale, dove è in corso un Consiglio dei ministri. Il presidente della Repubblica, Luis Arce che affronta in prima persona il generale: “Tu rifiuti di obbedirmi?”. La piazza che si riempie di sostenitori del Mas, il Partito socialista che, a parte una breve parentesi, guida la Bolivia da quasi un ventennio, e del sindacato, mentre i militari si ritirano e il generale viene assicurato alla giustizia. Sono le sequenze del tentativo, fallito, di golpe, che hanno agitato il pomeriggio di La Paz, una delle due capitali della Bolivia. Scene ricorrenti qualche decennio fa, nei Paesi latinoamericani, ma oggi totalmente inattese, imprevedibili, difficilmente spiegabili. Mentre i Governi del Continente e di tutto il mondo e le principali organizzazioni internazionali esprimono appoggio alle Istituzioni boliviane e al Governo democraticamente eletto, e anche nel Paese tutto il mondo politico e istituzionale (compresa la Chiesa boliviana) prende le distanze dal generale, si susseguono le domande. Com’è potuto accadere che un carro armato arrivi indisturbato al palazzo presidenziale? Il generale ha agito da solo o qualcuno trama nell’ombra? Che legame c’è tra questo tentativo di colpo di Stato e la sfibrante guerra interna al Mas, tra l’attuale presidente Arce e il suo predecessore Evo Morales, il capo dei “cocaleros” che durante la sua presidenza ha dato vita a una nuova Costituzione e ora non si rassegna al fatto che qualcuno governi al posto suo? Si è trattato solo di un “avvertimento”, oppure il tentativo era reale, come farebbero pensare i franchi tiratori che avevano fatto la loro comparsa sui tetti dei palazzi, attorno alla piazza? Tante domande, tante illazioni e, per ora, poche risposte.

Le reazioni internazionali

Il generale, che era appena stato destituito da Arce, che ieri sera ha nominato di gran fretta i nuovi vertici militari, ha parlato di situazione insostenibile e della volontà di liberare i detenuti politici. “Non si può andare avanti così”, le sue parole. Ma non ha trovato alcuna sponda ed è stato inevitabile il fallimento dell’operazione. Pronta la reazione degli organismi internazionali. Il segretario generale delle Nazioni Unite, il portoghese António Guterres, ha invitato tutti i boliviani, “comprese le forze armate, a proteggere l’ordine costituzionale”, nella sua prima reazione al fallito tentativo di colpo di Stato. “I colpi di Stato, che hanno significato torture, sparizioni forzate, esecuzioni e assassinii, non devono mai più trovare posto nelle Americhe. Dobbiamo essere in grado di dare alle nostre democrazie le migliori istituzioni, le migliori soluzioni al popolo. Non c’è posto per questo”, ha dichiarato il Segretario generale dell’Organizzazione degli Stati americani, Luis Almagro nel suo discorso di apertura all’assemblea generale dell’organismo, in corso in Paraguay. “L’Unione europea condanna qualsiasi tentativo di sconvolgere l’ordine costituzionale in Bolivia e di rovesciare i governi democraticamente eletti, ed esprime la propria solidarietà al governo e al popolo boliviano”, ha scritto su “X” l’Alto rappresentante Ue Josep Borrell. Cauta la reazione degli Stati Uniti. Washington non ha usato la parola “colpo di Stato”, ma ha invitato a “calma e moderazione”. Praticamente tutti i Governi dell’America Latina, hanno, invece, energicamente condannato i tentativi di golpe.

Dalla Chiesa l’invito al dialogo

Nel messaggio, breve e misurato, diffuso, nella notte italiana, dalla segreteria generale della Conferenza episcopale boliviana (Ceb), viene espressa preoccupazione per eventi che “vanno a turbare la stabilità democratica del nostro Paese”. I vescovi sostengono “la convivenza pacifica deve essere garantita da tutte le istituzioni pubbliche” e, in questo momento di incertezza, chiedono “il rispetto dell’ordine costituzionale e la ricerca di spazi di dialogo che portino alla fine di questo conflitto”. Il messaggio si conclude chiedendo l’intercessione della Vergine Maria, Regina della Pace, “affinché aiuti a trovare vie di dialogo che mettano fine ai problemi sociali che il Paese sta vivendo”.

Una democrazia fragile

Le parole usate della Conferenza episcopale, nel suo breve comunicato, fanno riferimento a un “conflitto” interno. Non c’è dubbio che, dopo i fatti del 2019 la democrazia, nel Paese, si trova in situazione di fragilità. Ricordiamo, velocemente, i fatti. A fine 2019, in seguito alle elezioni presidenziali e alle accuse di brogli, Evo Morales si dimise e fuggì dal Paese, prima in Messico e poi in Argentina. Grazie anche alla mediazione dell’Unione europea e della Conferenza episcopale, si evitarono scontri più gravi e si diede vita a un Governo di unità nazionale, guidato da una presidente ad interim, Jeanine Áñez, di orientamento politico opposto a Morales. I sostenitori di “Evo”, quando si riferiscono ai fatti di quei giorni, parlano ancora oggi di “golpe”, i mediatori di allora sostengono che si trattò, invece, di un tentativo di evitare guai peggiori. Di certo, un anno dopo, in seguito alle nuove elezioni presidenziali, il Mas tornava al potere, con Luis Arce. Morales rientrò in patria, per allontanarsi, progressivamente, dal suo successore, e “rintanarsi” nel suo “feudo”, la provincia del Chapare, protetto dal sindacato dei produttori di coca. Nel frattempo, Arce ha affrontato una vasta protesta sociale, esplosa soprattutto a est, nella regione di Santa Cruz de la Sierra, Áñez si trova da anni agli arresti, e in carcere si trova pure l’oppositore più duro del Mas, Luis Camacho, leader di destra che ha guidato le proteste a Santa Cruz. Più volte, gli stessi vescovi hanno denunciato la mancanza di dialogo sociale, la pericolosa commistione tra poteri dello Stato, la necessità di una riforma del sistema giudiziario, l’irruzione nel Paese del narcotraffico. Il Mas, al di là dei meriti storici per aver incluso fasce povere e popolazioni indigene nella società, appare spaccato e senza una chiara “missione”. D’altro canto, il socialismo boliviano resta un “modello” o amato oppure odiato, in un Paese dalle enormi risorse, a partire dal prezioso litio. La popolazione, ieri, ha mostrato di voler difendere, con forza, la democrazia. Ora saranno necessarie maggiore concordia e Istituzioni all’altezza, in grado di gestire la lunga campagna elettorale per le presidenziali del 2025.

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