venerdì, 12 luglio 2024
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Maltempo: gli interventi non bastano

Ci eravamo illusi. Invece, le “casse di laminazione” su Muson e Avenale non riescono a proteggere Castelfranco. Ecco perché. E cosa resta da fare

Il bacino idrografico del Muson dei sassi e dell’Avenale è una specie di imbuto che confluisce a Castelfranco Veneto. Fin dal XVII secolo, durante la Serenissima, si è pensato a controllare soprattutto il Muson. Il percorso tortuoso del torrente fu rettificato e, nella parte sud, addirittura deviato, per evitare che finisse direttamente in Laguna, scaricando i tanti detriti che, quando è in piena, porta a valle. Il Muson nasce dietro i colli Asolani e, dopo la stretta di Pagnano, riceve il Lastego. L’opera di raddrizzamento dell’asta del Muson, a sud di Castello di Godego, a Villarazzo, che si innesta a Camposampiero, creò il cosiddetto Muson Nuovo. Prima, il Muson passava vicino a Borgo Vicenza, a due passi dall’Avenale.

Perché Castelfranco non resiste?

In epoca storica, il Muson non aveva dato molti problemi, e le esondazioni di questi ultimi anni, violente e devastanti, sembrano legate a fenomeni che molti non esitano a definire monsonici. Resta, però, da indagare il perché Castelfranco resista sempre meno alla pressione dell’acqua, nonostante le opere di contenimento realizzate. Oggi, più di 800 mila metri cubi sono garantiti sul bacino del torrente Avenale. Si tratta di 5 casse di laminazione realizzate dopo la citata alluvione del 1998. Alle casse di Poggiana (80mila mc) e di Caerano di San Marco sul torrente Cà Mula (80mila mc), si aggiunsero nel 2004 quella di Castello di Godego (150 mila mc), la cassa di Asolo, sul torrente Brenton (30 mila mc), e la più capiente, inaugurata nel 2012, con una capacità di invaso di 500 mila mc, ricavata dopo la bonifica e la sistemazione della ex-cava Bergamin, nel territorio di Riese Pio X.

Il bacino “dimezzato”

C’è, poi, un gigantesco bacino di contenimento tra Spineda e Oné di Fonte, gestito dal Genio Civile. I due enti, consorzio Piave e Genio, nella gestione, si coordinano attraverso il Centro funzionale decentrato e nelle emergenze attraverso le strutture della Protezione civile. Il 22 aprile del 2024 è stato fatto l’ultimo collaudo della gigantesca vasca che insiste sul Muson e che è supportata lungo il corso del Muson anche dalla cassa di Mussolente, sul Brenton Pighenzo (60 mila mc,) e le casse di Borso (30 mila mc), Liedolo (50 mila mc) e a San Zenone degli Ezzelini (50 mila mc). La cassa di Oné è circa la metà di quanto previsto, ovvero riesce a contenere fino a un massimo di 500 mila metri cubi d’acqua. Il progetto originale, che ha atteso più di dieci anni per essere realizzato, prevedeva 900 mila mc. Alla fine, ci si è attestati sulla metà, anche perché nel sito sono stati scoperti resti di una villa romana e testimonianze di insediamenti umani ancora più antichi. Questa cassa funziona in maniera “naturale”, ovvero il Muson vi entra quando supera un determinato livello e riempie prima un bacino più a valle e poi, per sforamento, il bacino a monte. Nel mese di maggio entrambi i bacini sono stati riempiti quasi al limite, tanto che si temeva che le acque si riversassero nel Lastego, altro torrente che insiste sulla cassa di Oné, ma che si è preferito tenere fuori dal deflusso nel bacino.

Intervento insufficente

Alzando gli argini e con altri scavi, si spera di portare questa cassa a contenere quasi l’intera capienza prevista; sono già disponibili ulteriori 6 milioni. La spesa del bacino finora è stata di circa 18 milioni di euro.

Le porte “a ventola” di questo bacino sono sempre aperte e, non appena il livello del Muson si abbassa, l’acqua esce, seguendo i livelli e la regola dei vasi comunicanti. Il bacino si considera pieno già a 400 mila metri cubi, più ci si avvicina al livello massimo più si annulla l’effetto di laminazione.

Ma se questo poderoso bacino ha dato il suo contributo, come mai Castelfranco continua ad andare sotto e pure Camposampiero? La spiegazione starebbe nell’insufficienza delle casse che insistono sull’Avenale, e questo fiume, non adeguatamente laminato, si scarica nel Muson a valle di Castelfranco, mandando da qui in poi in crisi anche il Muson. L’effetto delle numerose piccole casse a nord di Castelfranco è inferiore alla somma di quanto i bacini possono contenere. I numeri delle precipitazioni sono, poi, da monsoni: 240 mm in 12 ore; ad Asolo 106 mm in 3 ore, e infine sull’Avenale oltre 60 mm in 20 minuti.

Nonostante tutto, durante queste piene resta fondamentale l’elemento umano. Incontrando i fontanieri e i tecnici del Genio Civile o le imprese che curano gli interventi di protezione civile, viene sottolineato che un conto sono i modelli idraulici sperimentati, e un conto è l’operatività reale e il monitoraggio delle piene in luoghi remoti e pericolosi. Chi ha visto il bacino di Oné, durante la crisi di maggio, è rimasto impressionato: un luogo che prima era abitato per anni da volpi e da decine di specie di uccelli è stato improvvisamente desertificato dall’acqua che, nel buio della tempesta in corso, appariva terribile. Operare in questi contesti con gli argini zuppi d’acqua e insicuri è rischioso, servono qualità e preparazione degli operatori.

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