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Francia, esplode la rabbia
Riflettori accesi in Francia, per l’“Atto III” delle proteste degli studenti di tutto il Paese. “Il livello di mobilitazione ha raggiunto un livello record”, sottolinea l’Union syndicale lycéenne invitando “tutte le scuole superiori a unirsi alle manifestazioni” in modo “cauto ma determinato”. In molte scuole le lezioni sono state sospese. È stato un mese caldo, anzi caldissimo. Molte manifestazioni si sono svolte pacificamente, ma altre sono state segnate da scontri ai margini con le forze dell’ordine. Secondo il ministro dell’Interno, ci sono stati più di 5.060 arresti, l’87% dei quali ha riguardato minorenni. Nel corso delle proteste sono rimasti feriti oltre 170 studenti, 78 membri del personale scolastico e più di 600 agenti di polizia. Diverse scuole sono state danneggiate, incendiate o saccheggiate. In alcuni casi, i rivoltosi si sono infiltrati nelle manifestazioni.
Loup Besmond de Seneville, vice caporedattore del quotidiano La Croix, racconta: “Aspettavamo in Francia un movimento di rabbia, però non sapevamo esattamente da dove potesse arrivare. Ed è arrivato un po’ all’improvviso, dai giovani dei licei, che hanno iniziato a mobilitarsi il 21 settembre. All’inizio non ce ne siamo quasi accorti: era un movimento un po’ sotterraneo. Poi, è completamente esploso”.
Gli studenti sono in piazza per denunciare una serie di situazioni subite e non più tollerate che riguardano sia le cattive condizioni di insegnamento sia lo stato degli edifici: strutture vecchie, troppo calde d’estate e troppo fredde d’inverno. E poi c’è una vera e propria carenza di insegnanti: in alcuni licei può capitare di non avere un professore di matematica per un intero anno. “Questi problemi esistono - spiega il giornalista - ma hanno alimentato un movimento abbastanza difficile da interpretare, perché è senza leader e senza una piattaforma di richieste precise. Per il Governo francese è quindi abbastanza difficile intervenire, perché non c’è una singola misura che possa calmare la situazione”.
Dietro alle manifestazioni, però, oltre alle legittime richieste per una scuola a misura di studente, si aggiunge, osserva Besmond de Seneville, “una generazione molto stressata dalla povertà, dall’isolamento delle periferie, dalle guerre, dall’angoscia per i cambiamenti climatici e dalla mancanza di sicurezze per il futuro. Sono figli di una società che attraversa una profonda fase di crisi. Tutti questi elementi, messi insieme, contribuiscono a creare una situazione sociale di questo tipo”. Poi c’è un’ultima cosa, aggiunge il giornalista: “Certamente, la rabbia esiste, è multiforme e ha ragioni molto diverse, ma è anche sostenuta da alcuni movimenti politici francesi, in particolare La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, che cerca di intercettare e amplificare questo stato d’animo”.
“La bellezza del recente raduno di 80 mila giovani con il Papa, a Parigi, e le violenze di questi giorni sono due facce della stessa realtà della gioventù francese: da una parte una vera e propria sete e dall’altra una crisi umana e spirituale”, spiega padre Christophe Danset, delegato nazionale per la Pastorale giovanile della Conferenza episcopale francese. Che aggiunge: “Vi sono indubbiamente delle cause contingenti: dal divieto del cellulare nei licei, che ha certamente generato frustrazioni, alla crescente pressione politica in vista delle elezioni... Tuttavia, la radice del problema risiede altrove: nella difficoltà di progettare il proprio futuro in un contesto segnato dalla crisi climatica, dalle tensioni internazionali e dal timore verso l’intelligenza artificiale. Si può certamente affermare che la protesta dei liceali sia una manifestazione politica di questa realtà di una gioventù in sofferenza”.
“I giovani possono covare una rabbia che rimane latente, perché non sempre si sentono ascoltati”, spiega Faustine Fayette, delegata dall’arcivescovo di Parigi per la pastorale dei giovani adulti (18-35 anni), che prosegue: “Nel nostro ruolo di Chiesa e di giovani cristiani, dobbiamo riconoscere che i ragazzi e le ragazze hanno bisogno di essere ascoltati e di sentirsi compresi. Il problema è che facciamo fatica a dedicare tempo all’ascolto”.



