Almeno stando ai numeri.
La nuova vitalità della fede si concretizza nelle numerose domande di persone...
Gli incontri della scuola di formazione sociale e politica di Partecipare il presente hanno preso avvio, sabato 10 ottobre, all’auditorium San Pio X mettendo in risalto la collaborazione con la Consulta provinciale degli studenti di Treviso. Dopo tre anni di lavoro insieme su varie tematiche, è stata presentata una ricerca sulle attese dei giovani al lavoro nel futuro e le attese delle imprese. Luca Bertuola, nel presentare il progetto, sottolinea che il tema del lavoro non sarà presentato solo come sostentamento, salario, ma come partecipazione alla società dando senso allo stare nella comunità in un periodo di transizioni importanti: demografica e digitale.
La ricercatrice dell’Università di Padova Irene Lovato Menin che ha condotto la ricerca, che è stata il cuore dell’evento, dal titolo “Volare o stare radicati?”, ha esordito: “Noi sappiamo benissimo che cosa viene detto sui giovani e il lavoro all’interno dei media, ossia che non hanno voglia di lavorare... Ma spesso ci dimentichiamo di andare da loro e di chiedere: voi, invece, cosa ne pensate? Come vi vedete nel futuro? E, appunto, questo è stato l’obiettivo di questa ricerca”. Lo studio si è basato su focus group che hanno coinvolto oltre 150 studenti e un gruppo di imprenditori e addetti alle risorse umane.
Il titolo della ricerca riflette la tensione costante che vivono i giovani di oggi (Generazione Z). Da un lato, il “volare”: l’aspirazione alla libertà, all’esplorazione, alla mobilità, alla ricerca di un senso profondo nel lavoro e il netto rifiuto delle routine alienanti. Dall’altro, lo stare “radicati”: il bisogno di stabilità, sicurezza economica, appartenenza, e il desiderio di costruire una famiglia e avere una casa, specialmente proiettandosi verso i 30 anni.
Interrogati sulla loro percezione del mondo del lavoro, gli studenti mostrano un quadro ambivalente. Spesso emergono prima parole negative come sfruttamento, stress, fatica, sovraccarico. Per le aspettative ideali: i giovani cercano “passione” e “utilità”. Vogliono un lavoro che dia loro un motivo per alzarsi la mattina e che abbia un impatto positivo sulla società. Rifiutano modelli autoritari e mostrano interesse per la libera professione. Dall’altro lato, imprenditori e responsabili delle risorse umane riportano sfide significative nell’inserimento dei giovani, che rivelano: fragilità emotiva, mostrando scarsa tolleranza ai feedback negativi e alle conflittualità sul posto di lavoro; aspettative irrealistiche, con richiesta di autonomia immediata senza aver prima maturato l’esperienza necessaria. I giovani, d’altro canto, agli adulti chiedono di non essere giudicati superficialmente come “sfaticati”. Chiedono di non essere trattati con arroganza e chiedono che gli adulti lascino lo stress aziendale fuori dalla porta di casa. Gli studenti riconoscono che la scuola fornisce un buon “metodo di studio” (insegna a imparare), ma denunciano una grave carenza di competenze pratiche e operative. Il messaggio finale è un richiamo potente: il problema dei giovani non è la “fatica” in sé, ma i giovani amano impegnarsi in ciò che li appassiona.