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Brasile: sarà ballottaggio, ma Bolsonaro inverte i pronostici
In Brasile, come previsto, sarà il ballottaggio a decidere il presidente per i prossimi quattro anni. Non era, invece, previsto, l’ordine con il quale i due contendenti si presenteranno al secondo turno. Flávio Bolsonaro (PL), senatore e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, ha contraddetto i sondaggi della vigilia posizionandosi in testa con il 47,03% dei voti validi (oltre 56,1 milioni di preferenze). Il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva (PT), in cerca del suo quarto mandato, segue a breve distanza con il 45,16% (53,8 milioni di voti). Nessuno dei due candidati ha superato la soglia del 50% più uno dei voti, rendendo necessario il secondo turno fissato per la fine di ottobre.
La polarizzazione politica, che ha allineato il Brasile alle altre recenti esperienze elettorali latinoamericane, ha cannibalizzato le preferenze, lasciando ben poco agli altri contendenti: il sociologo Augusto Jorge Cury (Avante) e il candidato di Missione Renan Santos si sono fermati rispettivamente al 2,89% e al 2,24%, mentre i voti nulli e le schede bianche hanno superato complessivamente i 5,9 milioni. I partiti di destra conquistano, inoltre, la maggioranza dei seggi in Senato e al Congresso.
Parallelamente alla corsa presidenziale, il voto ha ridefinito la mappa dei Governi statali, registrando un afflusso record di elezioni già risolte al primo turno in 20 dei 27 Stati della Federazione. A Sudest, San Paolo e il Minas Gerais hanno confermato la netta egemonia delle forze di centrodestra e alleate del PL. In bilico la situazione nello Stato di Rio de Janeiro, dove la vittoria di Douglas Ruas (PL) su Eduardo Paes resta andrà confermata alla luce dei ricorsi giudiziari sulle candidature. Nel Sud e nel Centro-Ovest resta, ugualmente, netto lil vantaggio delle forze conservatrici, mentre il Partito dei Lavoratori di Lula è, in pratica, asserragliato nelle roccaforti storiche nel Nord-Est, con le vittorie, per quanto riguarda i maggiori Stati, nel Bahia e Ceará.
Il sociologo Borba: “La sinistra non ha capito il Paese”
“Questa campagna elettorale è stata segnata da molti scandali, e non possiamo escludere che nelle prossime tre settimane ci siano altri colpi di scena. Ma, se il quadro non cambia, la vittoria di Flávio Bolsonaro è molto probabile, per non dire praticamente certa”. Ne è convinto il professor Francisco Borba, sociologo e docente alla Pontificia Università Cattolica di San Paolo. “In realtà - prosegue -l’affermazione di Bolsonaro non è così sorprendente, e le ricerche più accurate avevano messo in luce la sua rimonta”.
Spiega Borba: “Io non sono di certo un elettore di Bolsonaro, ma come analista devo registrare ciò che accade, mentre all’interno della sinistra, e anche dentro a molti giornali, manca questa capacità di realismo. Quanto accade in Brasile è, certamente, frutto di una tendenza internazionale. In aggiunta, va però detto che qui la sinistra è stata, forse, la maggiore responsabile del cambiamento che c’è stato negli ultimi trent’anni, ma poi questo cambiamento non lo ha capito. Soprattutto, i poveri sono diventati classe media povera, e aspirano a scalare posizioni nella società, avendo successo con il proprio lavoro”.
Secondo il sociologo, inoltre, “in Brasile scontiamo un livello di istruzione formale relativamente basso, e la mancanza di tradizione politica. C’è una diffusa sfiducia nelle Istituzioni, manca un forte liberalismo, sia di destra che di sinistra. Il popolo brasiliano non riconosce le Istituzioni, ma le persone. Lo stesso Lula ha avuto una leadership di tipo populista, e questo comporta il fatto che ha messo davanti la sua persona, rispetto alla squadra”.
Certamente, la nuova situazione crea problemi anche dentro alle Chiese, che si trovano a essere spaccate dentro a una fortissima polarizzazione: “Da Bolsonaro arriva una proposta di potere per difendere quelli che sono definiti ‘valori cristiani’, ma per il cristiano il segno con cui si è presenti nel mondo è la carità, non la rabbia e il potere. Vedo un fanatismo che decenni fa, in forme diverse, prevaleva, invece, a sinistra, in certi eccessi della teologia della liberazione”.
Padre Bossi: “Scenari preoccupanti su diritti umani e politiche ambientali”
Il PT, il Partito dei lavoratori, “per decenni la forza politica più organizzata della sinistra brasiliana, non è riuscito a generare una figura alternativa a Lula e ha puntato sull’autorità storica del suo leader. La politica tende, così, a personalizzarsi sempre più attorno a figure simboliche, mentre si indebolisce il confronto sui programmi, sulle proposte e sulle visioni di lungo periodo per il Paese”. Lo scrive, sul sito di Nigrizia, padre Dario Bossi, missionario comboniano, che per molti anni ha vissuto in Brasile, secondo il quale “l’onda di destra che ha attraversato il Brasile, insieme alla radicalizzazione di posizioni sempre più vicine all’estrema destra, spesso intrecciate anche con ambienti e movimenti religiosi, conferma inoltre una tendenza che si sta manifestando in diversi Paesi del continente, come mostrano i più o meno recenti risultati elettorali in Argentina, Cile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, El Salvador e in altre repubbliche dell’America centrale”. Di fatto, “malgrado il Governo Lula possa presentare indicatori positivi sul piano dell’occupazione, del reddito e dell’economia, questi risultati non sono stati percepiti da una parte consistente della popolazione. L’alto costo della vita e soprattutto il forte indebitamento delle famiglie hanno invece alimentato una sensazione di insicurezza economica. Ma forse, più delle sole ragioni economiche, ha prevalso nella società brasiliana un sentimento di sfiducia e di rabbia nei confronti della politica e delle istituzioni. Lo scandalo del Banco Master, uno dei più importanti casi finanziari degli ultimi anni, ha contribuito ad alimentare questa percezione”.
Di fronte alla possibile, se non probabile, vittoria di Bolsonaro, ci si possono attendere conseguenze rilevanti in politica interna ed estera. Ma, secondo padre Bossi, “lo scenario più preoccupante riguarda infine la garanzia dei diritti umani e il possibile smantellamento delle politiche socioambientali, come già avvenuto durante il governo di Jair Bolsonaro. Sarebbe particolarmente grave per le comunità indigene e afrodiscendenti, per la protezione dei biomi e per la lotta al disboscamento, proprio mentre il ministero dell’Ambiente guidato da Marina Silva, porta avanti una politica di contrasto alla crisi climatica”.



