domenica, 18 ottobre 2026
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Vittoria, in Brasile al servizio degli altri: “Esserci conta più che fare”

La 21enne trevigiana ha svolto il tirocinio formativo dell’Università di Padova, facoltà di Scienze dell’educazione, per 5 mesi nella città di Juaizero, nello stato di Bahia

Mi chiamo Vittoria, ho 21 anni, abito a Treviso e mi sono appena laureata all’Università di Padova in Scienze dell’Educazione e ora sono iscritta alla magistrale in Progettazione e Gestione dell’intervento educativo a Bologna.

Quando mi è stato chiesto di raccontare la mia esperienza in Brasile, ho pensato: da dove si comincia? Come si possono racchiudere in un articolo cinque mesi vissuti così intensamente?

Facciamo un passo indietro. Sono partita per il Brasile il 16 agosto 2025 e questa decisione è nata da una serie di fattori. Innanzitutto, dal desiderio di scoprire un Paese lontano e diverso, un desiderio che mi porto dietro dai primi anni delle superiori, quando durante il mio percorso scout mi presentarono la possibilità di fare volontariato in Brasile. Per una serie di motivi non sono mai riuscita a realizzarlo, fino a quando, all’università, il professor Nicola Andrian ci ha presentato il progetto Bea-Intereurisland, nato dal desiderio di far incontrare mondi lontani come l’Italia e il Brasile attraverso un approccio di Glocal-Service Learning, una metodologia pedagogica che unisce il Servizio nel territorio, l’apprendimento accademico e lo scambio culturale.

La possibilità di svolgere il tirocinio formativo in un Paese che da sempre mi incuriosiva mi è sembrata un’occasione da non perdere. Così ho fatto tutto il necessario per vincere la borsa di studio e partire.

Da sempre, nel mio percorso personale, hanno avuto un ruolo importante le esperienze vissute nello scoutismo, nell’Azione cattolica e in parrocchia, dove ho imparato il valore del servizio, dell’attenzione all’altro, della responsabilità e della vita comunitaria, ma non avrei mai pensato che quegli insegnamenti sarebbero tornati così presenti in quest’ultima scelta. Non sono partita, quindi, da un’idea completamente nuova, ma da qualcosa che faceva già parte di me, il servizio, e che volevo provare a vivere in un contesto diverso, lontano da quello che conoscevo. Sono partita per svolgere un tirocinio per mettere in pratica quello che stavo studiando, confrontarmi con una realtà diversa e capire cosa significasse essere educatrice in contesti non abituali.

Per cinque mesi ho svolto il mio tirocinio in Brasile, nella città di Juaizero, stato di Bahia, all’interno di una casa di accoglienza per bambini e adolescenti vittime di violenza domestica. Il mio ruolo all’interno della casa era quello di stare con i bambini; sembrava una cosa facile, una cosa a cui ero abituata grazie a tutti gli anni di servizio con le bambine a scout, come animatrice al Grest e come educatrice all’Ac, ma semplice non è stato. Tutti i bambini e gli adolescenti con cui avevo a che fare avevano dei comportamenti violenti, distanti, assenti, erano vittime di violenza domestiche, alcuni non avevano più i genitori, altri li potevano vedere solo una volta alla settimana e relazionarsi con loro è stato molto difficile, all’inizio: mi parlavano, ma non capivo, si comportavano male tra di loro e non sapevo come tranquillizzarli, spesso si picchiavano e non riuscivo a fermarli e farli ragionare, tornavo a casa demoralizzata, non sapevo come dovessi comportarmi con loro e non c’era nessuno che riuscisse a darmi una mano. Ogni giorno arrivavo con delle attività da fare, a volte erano semplici come giocare assieme per riuscire a controllare le reazioni violente e gli insulti, altre volte erano attività un po’ più strutturate per farli riflettere e provare a far elaborare la loro storia, ma di tutte le attività che avevo provato a proporre, solamente una è andata a buon fine.

Ammetto che non sono riuscita a buttarmi del tutto in questa esperienza: ero limitata dalla lingua, dal contesto e dalle situazioni difficili, ma ho iniziato a capire che per avvicinarsi a queste creature bastava fare una partita a calcio, insegnargli nuove parole in inglese, pitturare senza uno schema preciso. Ci siamo avvicinati pian piano, con molta calma, in modo tale che potessero iniziare a fidarsi di me. Non è stato facile, ma appena ricevevo uno sguardo di ringraziamento, un abbraccio più stretto, una parola in più del solito, valeva ogni sforzo, ogni delusione e ogni minuto passato lì.

Tornavo a casa con i piedi neri perché con Jefferson si giocava a calcio rigorosamente a piedi nudi; ogni giorno imparavo una canzone di Lovo (musica di adorazione) perché Gabriel adorava cantarle e farmele cantare anche se non sapevo alcuna parola; le mie magliette erano sempre sporche di muco perché Odette voleva gli abbracci, ma aveva sempre il raffreddore; la mia bici, con la quale andavo a tirocinio, perdeva sempre dei pezzi perché Sophia doveva per forza fare un giro anche se lo spazio che aveva era piccolissimo e sbatteva sempre contro il muro; ho ripetuto ogni giorno “Hi, my name is Vittoria” perché Vitória voleva imparare l’inglese. Quei bambini e quegli adolescenti con gli occhi pieni di sofferenza e di voglia di crescere hanno riempito le mie giornate e il mio cuore ogni giorno.

Le mie giornate si dividevano principalmente in quattro luoghi.

Il primo, appunto, era la casa di accoglienza, dove passavo la maggior parte del tempo e che ancora oggi, a un anno dalla mia partenza, rimane il luogo a cui penso più spesso.

Il secondo era un carcere minorile di prima accoglienza, un luogo difficile da vivere e da raccontare dove ho incontrato ragazzi che portavano con sé non solo il peso di aver commesso un reato, ma anche quello delle situazioni da cui provenivano ed entrare in relazione con loro mi ha fatto mettere in discussione molti pregiudizi e mi ha insegnato a fermarmi prima di giudicare una persona soltanto per quello che aveva fatto.

Il terzo luogo era l’università dove, non solo frequentavamo lezioni e apprendevamo a capire il Brasile, ma dove abbiamo anche avuto la possibilità di insegnare italiano a studenti e professori universitari che sono diventati nostri amici e con loro sono nati legami che vanno oltre l’esperienza universitaria.

Infine, c’era casa: un piccolo appartamento, molto semplice, un po’ fatiscente, che ai miei genitori ha fatto prendere un colpo non appena gliel’ho mostrato, ma che con le persone giuste è diventato davvero casa.

In questi cinque mesi ho imparato soprattutto che stare accanto a qualcuno non significa necessariamente avere una soluzione, significa esserci, ascoltare, giocare, parlare, rispettare i tempi dell’altro e accettare anche di non sapere sempre cosa fare. Ho visto bambini e adolescenti affrontare situazioni che non avrebbero dovuto vivere e, allo stesso tempo, trovare spazio per ridere, giocare, arrabbiarsi e creare nuove relazioni, ma ho incontrato anche i miei limiti, ci sono state situazioni in cui non sapevo cosa dire o come comportarmi, momenti in cui mi sono chiesta se quello che stavo facendo fosse davvero utile e se fossi riuscita a dare a quei bambini quello di cui avevano bisogno.

È una sensazione che mi porto ancora dentro e che, in alcuni momenti, si trasforma quasi in un senso di colpa. Mi sento “limitata” e penso a tutte le volte in cui avrei voluto fare di più, avere più strumenti, capire meglio una situazione o trovare le parole giuste e forse è anche per questo che non riesco a pensare a questa esperienza come a qualcosa che ho semplicemente “dato” agli altri: in realtà, ho ricevuto molto più di quanto pensassi e sono tornata a casa con tante domande ancora aperte.

Quando penso al Brasile, quindi, penso soprattutto alle persone e ai luoghi che hanno fatto parte delle mie giornate, ai bambini della casa di accoglienza, ai ragazzi del carcere, agli studenti e ai professori dell’università, alle persone con cui ho condiviso la casa, penso alle persone che mi hanno permesso di partire: ai miei genitori, che mi pensavano dall’altra parte del mondo ma non mi hanno mai ostacolata; a Pietro e Mariasole, che sono partiti con me e hanno condiviso questi cinque mesi, rendendo più leggere anche le giornate difficili, a tutte le persone che hanno creduto in questo progetto.

Penso anche a ciò che lo scoutismo e l’Azione cattolica mi avevano insegnato sul servizio e che in Brasile ho visto da un’altra prospettiva. Sono tornata con più domande di quante ne avessi alla partenza, ma anche con la consapevolezza di quanto il servizio sia importante per me. Non ho fatto qualcosa di straordinario e non credo nemmeno di aver lasciato chissà cosa a chi ho incontrato; so però che questa esperienza ha fatto parte del mio percorso, anche come futura educatrice. E proprio per questo, per dare valore a ciò che ho vissuto in questi mesi, non vedo l’ora di tornare, mi piacerebbe rivedere quelle persone, tornare in quella casa e ritrovare quei luoghi, per continuare un legame che per me non si è concluso con il ritorno in Italia. È stata una bella esperienza, ma limitarla a solo a cinque mesi non mi basta; vorrei continuare a fare qualcosa per quei bambini e quegli adolescenti che mi hanno cambiato la vita e non vedo l’ora di ripartire, con nuovi strumenti e nuovi obiettivi.

Il Brasile mi ha insegnato che non sempre dobbiamo sentirci pronti o avere qualcosa di grande da offrire per poter partire. A volte basta essere disposti a esserci, a imparare e anche a riconoscere i propri limiti.

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