Il recente viaggio apostolico di papa Leone in Francia ha suscitato commenti entusiastici, a tratti persino...
Le proteste dei giovani sono responsabilità sistemica e collettiva
A chi parlano le proteste dei giovani che in questi ultimi giorni stanno “infiammando” le piazze italiane? Avvenute non solo a Milano, dove ci sono stati veri e propri episodi di guerriglia urbana, ma anche nella nostra provincialissima Treviso, dove il caso più eclatante è accaduto sabato 17 ottobre, quando una trentina di giovanissimi incappucciati ha seminato il panico all’interno del negozio Tigotà, in pieno centro cittadino.
La questione è seria, molto seria, non possiamo quindi sottovalutarla. Abbiamo chiesto di farci aiutare nella riflessione da Davide Girardi, sociologo, responsabile dell’Osservatorio Iusve Giovani e Futuro.
Girardi, da dove iniziare il nostro ragionamento?
Innanzitutto, quando parliamo di giovani dobbiamo fare dei distinguo, non possiamo permetterci valutazioni omogenee, sia per le diverse fasce d’età alle quali appartengono, sia per le differenze dei contesti dai quali provengono. Banalmente, nelle piazze di questi giorni non c’erano solo giovanissimi, o comunque minorenni, ma anche giovani adulti; non solo stranieri di seconda e terza generazione, ma anche italiani.
Cosa ci dicono questi fatti?
Hanno dato visibilità al malcontento e al disagio giovanile che in Italia esiste in modo forte da almeno dieci anni. Di fatto, è l’esito finale di un graduale deterioramento del contesto con il quale i giovani devono ogni giorno fare i conti: una mobilità sociale per loro bloccata, crisi del lavoro (non è più sufficiente avere un’occupazione, servirebbe invece un lavoro dignitoso, adeguatamente remunerato e sicuro, ad esempio per avere accesso alla casa), una fascia crescente di povertà, tutti fattori che rendono complessa la transizione alla fase adulta. In definitiva, assistiamo al progressivo indebolimento delle fasce giovanili.
Possiamo affermare che questo “non è un Paese per giovani”?
I numeri ci dicono che, effettivamente, questo non è più un Paese per giovani. La crisi demografica e il calo della popolazione giovanile rischiano di relegarli in una fascia che non viene più intercettata, né tanto meno valorizzata. I giovani sono pochi, è difficile vederli. La strada più semplice, anche a livello di narrazione, pure in questi giorni di protesta nelle piazze, è di descriverli come violenti, oppure come incapaci di qualunque proposta. Eppure a noi, come Osservatorio, quando siamo andati a intervistarli per un’indagine nella fascia d’età 16-18, hanno raccontato la loro voglia di partecipare, non tanto su questioni socio-politiche o sui grandi sistemi, rispetto ai quali temono di non essere ascoltati, ma piuttosto nelle situazioni di prossimità. Ad esempio, dando una mano nel quartiere o nei comitati paesani, dove considerano che il loro operato possa avere un senso. C’è un tema importante del riconoscimento, personale e sociale, un bisogno genuino che tutti nutrono per se stessi. Escludendo le derive che sovente osserviamo nei social.
Qualcuno, osservando la devastazione di Milano nei negozi del lusso, l’ha ricollegata alla cosiddetta “religione dei consumi”...
Effettivamente, oggi può essere predominante questo concetto del possedere, un’auto, una borsa o un paio di scarpe firmate, simbolo e immagine di successo. Se, poi, mi rendo conto che non ho i mezzi, e forse non li avrò mai, per raggiungere determinati obiettivi, c’è uno scontro fra la prospettiva e la realtà. Quello che talora può capitare a ragazzi con background migratorio: crescono con le medesime aspettative dei coetanei, senza considerare le debolezze strutturali e familiari che spesso li accompagnano nel percorso di vita, finché non si rendono conto delle sfasature esistenti.
Come ne veniamo fuori?
Premesso che l’atto violento non appartiene mai al linguaggio democratico, non possiamo risolvere la questione giovanile riducendola esclusivamente a un problema di ordine pubblico, rischiando, anzi, di esacerbare il malcontento. Dovremmo, invece, sfruttare questo momento per farci delle domande, e analizzare le dinamiche più profonde, la natura del problema. Nella consapevolezza che le soluzioni saranno necessariamente complesse e di lungo periodo.
In questi giorni, si è parlato molto di responsabilità genitoriale.
Questa è un’altra faccia del problema, quella che io chiamo il “paradigma della colpa”, in quanto cerchiamo sempre un colpevole. In realtà, i genitori sono chiamati in causa, certo, ma così come dovrebbe accadere per la scuola, la politica, il sistema sociale nel quale viviamo. La questione giovanile è collettiva, non può essere individuale. Per questo dovremmo ridurre le diseguaglianze di partenza, affinché tutti e tutte possano accedere ad adeguate prospettive di futuro (a livello di scuola, di mercato del lavoro, di casa, di politiche di inclusione). Oggi, invece, il messaggio che passa è quello che occorre cavarsela da soli: chi ha le risorse, ce la fa; gli altri, rimangono esclusi.
In conclusione, cosa potremmo fare?
Gli atti violenti squalificano il dibattito, questo è fuori di dubbio. La questione giovanile, però, merita attenzione. I giovani ci stanno chiedendo che futuro immaginiamo per loro e per l’intero nostro Paese. Quali risposte strategiche e politiche sapremo offrire? La partita è alta e si gioca su aspetti strutturali, culturali, sociali.



