sabato, 07 febbraio 2026
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Il futuro dell'Europa e la speranze della generazione Erasmus

I giovani italiani si sentono davvero europei? Cosa ne pensano le cosiddette generazioni “Erasmus” dell’attuale crisi? Lo abbiamo chiesto ad alcuni di loro che hanno vissuto esperienze di studio all'estero.

Nel parlare di Europa l’agenda delle istituzioni e dei media si sofferma soprattutto su temi economico-finanziari e politici. Meno spesso si parla delle opportunità di studio e lavorative date ai circa 94 milioni di giovani europei di età compresa tra i 15 e i 29 anni. Progetto Erasmus + (nato come Erasmus nel 1987), Leonardo, Scambi europei, Servizio di volontariato europeo, sono alcune fra le possibilità che un ragazzo nato nell’Ue ha per fare un’esperienza di studio o lavoro all’estero conoscendo nuove realtà, acquisendo competenze diverse e ampliando le proprie prospettive di formazione culturale e professionale. Ma i giovani italiani si sentono davvero europei? Cosa ne pensano le cosiddette generazioni “Erasmus” dell’attuale crisi? Lo abbiamo chiesto ad alcuni di loro.
Tra nuove generazioni più ottimiste e trentenni un po’ rassegnati, dalle interviste una cosa sembra emergere chiara: la cultura comune è il punto di partenza da cui l’Europa deve iniziare se vuole costruire un’Unione reale e vicina ai propri cittadini.
Giulia Merlo ha 29 anni, è laureata in Giurisprudenza e ricercatrice con una borsa di dottorato all’Università di Trento. Ha fatto l’Erasmus in Spagna, a Salamanca, nel 2008/2009. Oggi è in procinto di ripartire, questa volta per Parigi, con un progetto diverso, coordinato dalla sua Università, attraverso il quale potrà svolgere le ricerche necessarie alla sua tesi di dottorato.
“Mi sento italiana ed europea”
“Quando fai un’esperienza tipo l’Erasmus – racconta – vedi tutto più vicino, senti meno la distanza tra un Paese e l’altro. Il contatto con giovani da tutta Europa ti fa capire che ci sono meno differenze di quelle che si pensa. Ti dà l’opportunità di sentirti europeo, anche se non parlerei proprio di cittadinanza. Io mi sento cittadina italiana, però mi sento anche parte di un qualcosa più grande”. E aggiunge: “Se quello in Spagna è stato un modo di fare esperienza, oggi torno all’estero con una prospettiva diversa, ho meno aspettative personali e più necessità di ottenere dei risultati professionali. In ogni caso, anche se in una grande capitale europea si sente meno, perché i modi di vivere sono globalizzati e standardizzati, ogni volta che esci dal tuo Paese hai un minimo di possibilità di aprirti a nuove opportunità”.
Giulia ha studiato diritto internazionale e ha un’idea precisa dell’Ue: “Ci sono stati anni in cui la politica comune dell’Unione era fiorente, soprattutto per quanto riguarda il diritto del lavoro negli anni ‘90 e inizio 2000 sono state emanate tante direttive, che hanno avuto diverse conseguenze sul nostro ordinamento e toccato la vita di tanti cittadini italiani. Anche in materia antidiscriminatoria e nella tutela dei consumatori l’Ue ha fatto molto. Non si può dire che sia tutto nero. Ora stiamo subendo una battuta d’arresto. La crisi ha diverse sfaccettature, a partire da quella economica; dalla perdita di potere dei sindacati, alla sempre minore legittimazione politica dell’Ue. C’è meno fiducia in una politica comune, quindi ognuno pensa per sé e si fatica a trovare degli accordi. C’è anche un minor consenso da parte dei cittadini, forse dovuto al fatto che si discute meno e si sono date priorità a cose diverse, a deliberazioni di carattere economico-finanziario che la gente sente lontane. La crisi è soprattutto una crisi di legittimità, ma non penso che porterà ad un passo indietro. Se parliamo di cultura esiste un senso di comunità. Lo sperimento tutti i giorni, nella facilità con cui è possibile viaggiare all’interno dello spazio Schengen, o all’interno dell’Università”.
“Manca un’Europa solidale”
Nicola Pastore ha 30 anni ed è laureato in legge. Di progetti all’estero ne ha fatti tanti, solo alcuni finanziati direttamente dall’Europa. Nel 2007 è stato un anno a Parigi, dove ha preso il diploma triennale in giurisprudenza francese, ma prima era stato con altri progetti anche in Estonia, in Grecia e in Spagna. Da ultimo nel 2016 ha lavorato per sei mesi, attraverso uno stage, alla Corte di giustizia europea a Lussemburgo.
“Naturalmente le numerose opportunità di andare all’estero portano ad un’apertura. Tuttavia non mi sento cittadino europeo. Mi sento italiano. Lo vedo soprattutto adesso, forse per gli studi che ho fatto. I concorsi pubblici, anche i bandi per lavorare in Europa, sono divisi per stati, io mi posso candidare in quanto italiano, non in quanto europeo. Tra oggi e dieci anni fa non vedo grossi cambiamenti. Però con la crisi sono diminuite le opportunità di lavoro anche in Europa. Sono aumentati i candidati che cercano di lavorare all’interno delle istituzioni europee, e i posti si sono ridotti, perché ci sono meno soldi. Solo qualche anno fa era più semplice rimanere all’interno delle istituzioni dopo uno stage, ora la possibilità non c’è più”.
Prosegue: “La crisi che sta vivendo l’Europa è soprattutto politica, dopo la Brexit altri Stati subiscono forti spinte per uscire dall’Ue e le risposte non sono comunitarie, ma nazionali. L’Unione sopravviverà certo, questo nessuno lo mette in dubbio, ma non credo ci saranno grossi cambiamenti nei prossimi 10 anni, o meglio, vedo solo cambiamenti sovrastrutturali, legati alla finanza. Quello che manca è un’Europa solidale e che guardi al benessere dei propri cittadini oggi è un apparato troppo lontano dalle persone, soprattutto dai giovani, a cui è incapace di dare risposte”.
“In Germania mi sono sentita a casa”
Giulia Turci di anni ne ha 24, è nata a Genova dove ha iniziato l’Università, ha studiato un anno a Colonia, in Germania, tra il 2013 e il 2014, oggi si è trasferita a Trento per completare gli studi.
“Era la prima volta che facevo un’esperienza così lunga all’estero - dice -. Ha cambiato sicuramente il mio modo di percepire l’Europa, ho conosciuto giovani di tanti Paesi diversi, ma anche ragazzi del posto, cosa che immaginavo più difficile per uno studente Erasmus. Siamo tutt’ora in contatto. Sebbene non abbia trovato particolari differenze culturali ho potuto notare come i giovani francesi fossero più laici e aperti alle differenze. Confrontarsi, anche su piccole cose, con persone che hanno tradizioni diverse mi ha aiutata anche a farmi delle domande sui miei comportamenti e sulla mia cultura”.
Prosegue Giulia: “Io mi sento cittadina europea, sono italiana e in Germania mi sono sentita davvero a casa. Quello che mi sembra più grave in questa crisi politica dell’Ue è che spesso le persone, anche ragazzi della mia età, con l’Europa mettono in discussione privilegi che non sanno neanche di avere. Non si rendono conto di cosa significhino l’apertura dei confini e la moneta unica, ma queste cose fanno la differenza nella vita di tutti, anche semplicemente per progettare una vacanza. Il progetto Erasmus, e gli altri progetti per i giovani europei, in conclusione per me costituiscono la base comune su cui costruire un’Europa diversa, perché dalla cultura si può e si deve partire per darle un nuovo volto”.

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