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Lega padrona, ma solo in Veneto. Nel resto d'Italia nessun vero vincitore, ma parte la caccia a Renzi

Analisi ragionata delle Comunali di domenica, a partire dal contesto locale per arrivare poi a quello nazionale. Il risultato del primo turno nelle grandi città sembra stato creato ad arte per organizzare una mega ammucchiata contro il premier.

09/06/2016

Facile commentare le elezioni amministrative di domenica scorsa guardandole da Treviso, o comunque dal Veneto. Più difficile commentarle se si dà uno sguardo complessivo al voto nazionale.
A Treviso la Lega Nord, tornata nuovamente nelle mani di Gian Antonio Da Re, Gian Paolo Gobbo e i loro amici, torna a vincere ovunque come qualche anno fa, anzi di più. Restando al Trevigiano, spiccano le conferme al primo turno di Marzio Favero a Montebelluna e di Marco Serena a Villorba. Due esponenti della “Lega di governo”, vicini a Zaia. A Oderzo sarà ballottaggio, ma con il vento in poppa. E dove c’era un Comune al voto, quasi sempre sventola una bandierina verde. Accade a Portobuffolè, a Cordignano. E poi, uscendo dalla provincia, la storia si ripete a Musile di Piave, a Quarto d’Altino. A Cittadella è vittoria schiacciante al primo turno.
Pd non pervenuto
Pensare che solo due anni fa, dopo le Europee il Carroccio sembrava spacciato e il Pd targato Renzi si illudeva di mietere trionfi nel territorio per lui più difficile... Invece, di fronte alla ripresa che non arriva, a qualche scandalo e scontro intestino di troppo e all’emergenza profughi, i cittadini (quelli che vanno a votare) preferiscono dare fiducia alla Lega che già conoscono. Del resto, l’altro competitore moderato, Forza Italia, praticamente non esiste più sul territorio. E anche il Pd - che pure qualche soddisfazione alle Amministrative, anche in Veneto, se l’è sempre presa - appare paralizzato dagli scontri interni e in due anni pare aver smarrito una dote che pure tutti gli riconoscevano: quella di saper pescare candidati competitivi dalla società civile, almeno a livello di elezioni locali.
Non è, infine, un caso che il Movimento 5 Stelle non riesca a sfondare proprio in Veneto, dimostrando che tra i due elettorati, quello grillino e quello leghista, esiste una certa contiguità. Ai 5 Stelle resta comunque una vittoria (la conquista di Vigonovo, nel Veneziano) e una soddisfazione: il platonico secondo posto, con il 18%, a Villorba.
Prove di ammucchiata
contro Renzi?
Fin qui la situazione in Veneto. Ma se si esce dalla nostra regione, il risultato elettorale diventa di difficile lettura. La stessa Lega ha ben poco di che gioire a Milano (dove è stata doppiata da Forza Italia) e il sogno di Matteo Salvini di espandersi al centro-sud appare sempre più velleitario. I 5 Stelle gioiscono per il risultato della Raggi a Roma e della Appendino a Torino, ma l’elenco si chiude qui, a parte qualche centro minore. Forza Italia mostra una certa vitalità a Napoli e soprattutto a Milano e in qualche altra provincia del nord. Ma i numeri di un tempo sono lontani e il caos nella coalizione è grande, dopo la spaccatura di Roma che ha contribuito a tenere Giorgia Meloni fuori dal ballottaggio. Il Pd, poi, è considerato lo sconfitto delle elezioni, soprattutto in rapporto ai risultati di 5 anni fa, quando Bersani riuscì a “smacchiare il giaguaro” Berlusconi, a quel tempo ancora premier. In realtà in Partito democratico è quasi ovunque in ballottaggio e dunque i conti si potranno fare dopo il 19 giugno. E i Democratici appaiono ancora l’unico partito presente con una certa uniformità, con l’eccezione del Veneto, sul territorio nazionale.
Tuttavia, l’impressione che si ha, in questo momento, è che il Pd e, di conseguenza, Matteo Renzi (che si è affrettato a sottolineare la portata locale di questo voto amministrativo), stia rischiando davvero tanto in vista dei ballottaggi. Se non altro perché tutti gli altri hanno interesse a sommare tra loro i voti: i 5 Stelle sono in corsa a Roma e a Torino; il centrodestra a Milano; a Bologna una candidata della Lega, Lucia Borgonzoni. Insomma, è interesse di tutti i partiti avversari di Renzi unire le forze. Se la penseranno così anche i loro elettori, il Pd rischia di perdere non solo la guida di Roma, dove la partita, già lo si sapeva, era disperata, ma anche quella di Milano e perfino quelle di Torino e Bologna. Un primo tentativo di ammucchiata anti-Renzi c’è già stato un paio di mesi fa per il referendum anti-trivelle. Ma quella che andrà in scena il 19 giugno rischia di essere la prova generale di quanto accadrà in ottobre, per il referendum sulle riforme istituzionali.
Pare evidente che su questo il premier ci ha messo del suo, concentrando tutta la politica italiana sulla battaglia d’autunno. La immaginava una passerella trionfale, rischia di essere una scalata di sesto grado, da combattere con un partito che ha perso mordente là dove era forte, nei territori. Incapace, come gli altri partiti tradizionali, di leggere ciò che si muove in provincia, là dove la crisi morde di più e gli squilibri si fanno più forti. E Renzi, forse, capirà che non basta prendere gli applausi alle assemblee degli industriali per conquistare il Veneto.

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