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IV domenica di Quaresima: L’affidamento che ci guarisce

Chi presume di vedere si illude e rimane nelle tenebre; chi è consapevole di non vedere e umilmente chiede la luce, può lasciarsi avvicinare dalla potenza di Dio. Chiediamo al Signore che illumini gli occhi della nostra fede

“Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza”. È l’antifona d’ingresso che apre la celebrazione eucaristica di questa quarta domenica di Quaresima e che invita a rallegrarci e a gioire.

La ragione profonda di questa gioia si trova nel Vangelo, dove Gesù guarisce un uomo cieco dalla nascita. Questa guarigione è presentata dall’evangelista, non solo come un gesto di misericordia verso una persona sofferente, ma anche come gesto di profondo significato simbolico: attraverso la guarigione fisica, l’uomo giunge a un incontro personale con Gesù, nel quale egli riconosce pienamente l’amore di Dio.

Innanzitutto, è Gesù che, di sua iniziativa, vede l’uomo cieco e lo guarisce. Questo significa che a tutti viene offerta la possibilità di guarire. Sta a noi, però, accoglierla o meno.

Il cieco mostra subito di accogliere questa iniziativa di Gesù e con docilità si fida dei suoi gesti; con obbedienza esegue quanto gli viene chiesto, senza chiedere spiegazioni.

Quest’uomo dimostra che la conversione e la salvezza mettono in campo la volontà della persona; senza questa, la grazia di Dio non può agire in noi. Così, fiducia e obbedienza possono essere l’espressione di questa volontà.

Il miracolo di Gesù, però, chiama in causa anche altre persone che, di fronte a questo fatto, più o meno consapevolmente, prenderanno una posizione. Ogni azione di Gesù, infatti, non lascia neutri e può interpellare direttamente anche ciascuno di noi.

Il primo gruppo di persone è rappresentato dai “conoscenti del cieco” e da quanti lo avevano incontrato quando era mendicante. Essi rappresentano coloro che, davanti al mistero di Dio, non si lasciano interpellare veramente; attratti da una curiosità superficiale, non si pongono domande serie e rimangono all’esterno degli eventi: guardano senza vedere. Può capitare che, tra molti modi di vedere le cose, il più facile sia quello di guardare dall’esterno, senza mettersi dentro le situazioni. Quando, ad esempio, sentiamo notizie vicine o lontane, belle o tristi, ma in fondo non ci lasciamo toccare veramente da esse.

Successivamente, si avvicina il gruppo dei farisei, coloro che si interrogano, ma non credono. I farisei rappresentano i tutori dell’ordine, per cui non conta l’uomo, ma la Legge. Essi hanno la presunzione di chi pensa di interpretare sempre correttamente la volontà di Dio. La loro reazione è come quando non si vuole ammettere o vedere qualche evidenza scomoda, che chiede di mettere in discussione se stessi. Rifiuto e chiusura, anche di fronte a un bene offerto, ne sono la drammatica conseguenza.

Infine, i genitori del cieco, sono coloro che credono, ma non testimoniano. Essi, infatti, non si espongono per paura dei giudei. La loro, in fondo, può rappresentare una mancanza di coraggio che impedisce, inevitabilmente, di mettere il bene in primo piano.

Il cieco, invece, mostra l’atteggiamento dell’uomo autentico, di chi ha il senso della fragilità e accetta di mettere in discussione se stesso e le sue certezze, per aprirsi al cammino di Dio. Un cammino che passa anche attraverso le difficoltà in cui si imbatte, ma che lo portano, alla fine, a prendere pienamente consapevolezza del grande dono che ha ricevuto e a testimoniarlo con tutte le sue forze.

Mentre i farisei continuano, ostinati, a chiudersi nella loro pretesa di sapere, il cieco riconosce di non sapere, è disponibile e si pone in ascolto e in dialogo sincero. È lui che alla fine vede veramente, non solo con la vista fisica, ma con la vista della fede che ha progressivamente maturato.

Chi presume di vedere si illude e rimane nelle tenebre; chi è consapevole di non vedere e umilmente chiede la luce, può lasciarsi avvicinare dalla potenza di Dio. Chiediamo al Signore che illumini gli occhi della nostra fede e, come al cieco, ci faccia fare esperienza di affidamento a lui come nostro Salvatore.

(Discepole del Vangelo, Castelfranco Veneto)

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