Certo è che nessun capo di Stato ha mai osato tanto.
Il Papa ha denunciato quel delirio di onnipotenza...
Il 3 maggio 206 ricorre una data preoccupante per il nostro Paese: siamo nell’Overshoot day, il giorno in cui inizia il “debito ecologico”.
Questo significa che in soli 123 giorni, come Nazione, abbiamo consumato tutte le risorse naturali che il pianeta è in grado di rigenerare in un intero anno sulla base del numero degli abitanti e del nostro stile di vita. Da questa data in poi, inizieremo a vivere “in debito”, intaccando il capitale naturale destinato alle generazioni future, e accumulando un debito ecologico sempre più insostenibile.
Purtroppo, il trend è in crescita: basti pensare che, nel 2025, l’Overshoot day è stato il 6 maggio e, nel 2024, il 19 maggio. Ovviamente, le risorse naturali non si resettano a gennaio e ogni anno questo sfruttamento si accumula a quello precedente.
La data è calcolata annualmente dalla Global footprint network, un’organizzazione di ricerca internazionale, sulla base di diversi indicatori sia in “entrata” (foreste che crescono, percentuale di riciclaggio, ecosistemi che assorbono anidride carbonica) che in “uscita” (cibi che mangiamo, materiali che utilizziamo, anidride carbonica emessa). Questi indicatori sono conglobati in due concetti chiave: l’impronta ecologica della popolazione e la capacità degli ecosistemi di rigenerare le risorse naturali consumate. La formula di calcolo è semplice.
L’Italia si colloca in una posizione critica, ma non è sola. La classifica 2026 mostra una profonda disuguaglianza nel consumo di risorse a livello mondiale. Ci sono dei Paesi che fanno molto peggio di noi, come il Qatar (4 febbraio), il Lussemburgo (17 febbraio), il Canada e gli Emirati Arabi Uniti (8 marzo), gli Stati Uniti (14 marzo) e la Russia (28 marzo). Ma ci sono molti altri Paesi che si comportano meglio di noi come la Cina (22 maggio), l’Iran (30 maggio), il Messico (31 luglio), l’Indonesia (18 ottobre).
All’estremo opposto, ci sono nazioni la cui impronta pro capite è inferiore alla biocapacità mondiale. Tra questi, troviamo l’India, la Nigeria (53%) e il Bangladesh (46%). Ciò non significa che siano esenti da problemi ambientali, ma che il loro modello di consumo ha un impatto pro capite molto più basso sulla bilancia globale. Se guardiamo lo scenario mondiale, l’Overshoot day sarà il 24 luglio.
Cosa si potrebbe fare per invertire la rotta? Abbiamo intervistato il trevigiano Alessandro Franceschini, saggista e autore del libro “Non è cibo. L’invasione degli ultra-processati” (Altreconomia, 2025).
Domenica 3 maggio, come italiani, terminiamo le risorse naturali che il pianeta è in grado di rigenerare in un intero anno: non è preoccupante?
La cosa che, indubbiamente, preoccupa, è che per la prima volta siamo vicinissimi ad aver consumato le risorse di un anno in un terzo dei giorni. Il dato, purtroppo, sta peggiorando, indice del fatto che - nonostante il protocollo di Parigi e gli obiettivi dell’Agenda 2030 - c’è un tema scottante legato al consumo di energia che in Italia, come sappiamo, è legato alle fonti fossili. In questo momento tale situazione - unita ad un peggioramento generale delle condizioni ambientali, del consumo di suolo e della gestione di territorio - sta continuando ad anticipare la data dell’Overshoot day sul calendario.
Non basta rispettare l’ambiente con il riciclo, la pulizia dei parchi e il decoro delle città. Cosa siamo chiamati a fare?
Per cambiare il modello non dobbiamo pensare solo sui consumi del singolo, ma dobbiamo ragionare anche come cittadini che chiedono alla politica che ci siano dei cambiamenti radicali. Certamente, i cambiamenti delle politiche industriali ed energetiche passano necessariamente per scelte della politica. Senza una pressione dal basso, che esiga cambiamenti radicali e una riduzione drastica dei gas climalteranti, le scelte individuali rischiano di restare gocce nell’oceano. Per invertire la rotta, la politica deve tornare a fare il suo mestiere: governare il cambiamento e impegnarsi nella lotta al cambiamento climatico.
Nel contesto veneto, cosa potrebbe essere fatto in concreto?
Tanti sono i comportamenti che possono aiutare ad invertire questa rotta: dal corretto riciclo dei rifiuti al risparmio energetico, dall’impegno di ciascuno a cercare di essere produttore di energia e non solo consumatore. Tuttavia, la vera partita per il territorio si gioca sul fronte agricolo: ripensare il rapporto tra uomo, terra e produzione alimentare. Dobbiamo cercare di privilegiare il più possibile quegli agricoltori e quelle aziende agricole che stanno facendo delle scelte sostenibili di agricoltura, perché molto del consumo di acqua, energia, suolo e inquinamento partono proprio dall’agricoltura. Cercare di premiare dei modelli che non siano estensivi e monocolturali, ma sostenibili e vicini a dove abitiamo, ci può far cambiare le cose partendo proprio dalle nostre abitudini quotidiane. A questo possiamo certamente aggiungere gli orti urbani, gli empori solidali, le botteghe di quartiere che propongono un modello diverso di agricoltura, ma anche di consumo.
L’impronta ecologica è quindi fondamentale?
L’impronta ecologica è un tema che in questo momento sta un po’ scomparendo dai radar, perché le esigenze geopolitiche sono altre. Nei giorni scorsi si è chiusa a Santa Marta, in Colombia, la prima Conferenza internazionale interamente dedicata proprio all’uscita dai combustibili fossili, che si svolge al di fuori del percorso delle Conferenze delle parti sul clima. L’incontro, co-promosso da Colombia e Paesi Bassi, ha visto la partecipazione di 60 Paesi tra cui l’Italia e il documento di sintesi verrà portato alla prossima Cop 31 in Turchia di metà novembre. Questa Conferenza ha dato un indicatore forte: in un momento in cui le priorità geopolitiche sono altre, proprio i conflitti in essere stanno facendo vedere quanto il nostro modello energetico sia folle.