Nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno, papa Leone XIV invita ad ascoltare e a digiunare. Anzitutto...
Editoriale: Referendum giustizia, l’equilibrio tra i poteri dello Stato
È indubbio che la vittoria del No, con oltre 6 punti percentuali di scarto sul Sì, al referendum confermativo della riforma costituzionale riguardante la separazione delle carriere dei magistrati e del Consiglio superiore della magistratura (Csm), abbia rappresentato uno smacco per la maggioranza parlamentare che l’ha approvata e, in particolare, per la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni la quale, negli ultimi giorni di campagna elettorale, non si è certo risparmiata, nel metterci la faccia.
È stato un referendum che ha assunto, via via, sempre più la connotazione politica di un voto pro o contro il Governo, e molto meno di un giudizio nel merito di una riforma costituzionale che, per la maggior parte della gente, poteva risultare poco comprensibile e, forse, neanche così urgente. Certamente, questa è stata la prima vera sconfitta del Governo di centrodestra, la cui azione politica sembrava incontrastata e inarrestabile.
Riformare la Costituzione
Quella di riformare la Costituzione è una questione assai delicata e, a volte, anche pericolosa, come sa bene l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che, nel 2016, si vide sonoramente bocciare la “sua” riforma, iniziando così una vorticosa parabola discendente, insieme a quella del Partito democratico, di cui era segretario.
La nostra Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, pur essendo, a detta di molti, una delle migliori, risente, tuttavia, dei suoi quasi 80 anni di vita e richiederebbe una adeguata revisione per adattarla ai cambiamenti sociali, politici e istituzionali intervenuti nel tempo. Sebbene i più ritengano che i primi 12 articoli (Principi fondamentali) dovrebbero rimanere intoccabili, è pensiero ampiamente condiviso che la sua seconda parte, quella riguardante l’Ordinamento della Repubblica, necessiti, però, di qualche riforma (ad esempio, il superamento del bicameralismo perfetto, il premierato, la magistratura, le autonomie, ecc.).
Tentativi falliti
Pensiamo, tuttavia, che una riforma della Carta fondativa della nostra Repubblica, non possa essere fatta a colpi di maggioranza da parte di chi al momento detiene il potere, ma con il coinvolgimento, il più possibile ampio, di tutte le forze politiche e sociali, con una sorta di processo costituente.
Purtroppo, nel 1997-1998, l’ultimo grande tentativo di riforma costituzionale condivisa tra maggioranza, a quel tempo guidata da Romano Prodi, e opposizione, guidata da Silvio Berlusconi, avvenne con la “Commissione Bicamerale”, istituita per modificare la forma di Stato e di Governo, presieduta da Massimo D’Alema. Essa, però, naufragò infelicemente, per la rottura dell’accordo politico tra i leader.
Probabilmente, non è stata nemmeno un buon precedente (prontamente seguito anche da altri, come Meloni) la riforma approvata nel 2001 dal centrosinistra (l’Ulivo), con una maggioranza risicata (e, per di più, a fine legislatura), del titolo V della Costituzione, sulla riforma federalista dello Stato.
L’effettiva divisione dei poteri
La legge oggetto del referendum toccava il rapporto tra il potere politico e quello giudiziario, mettendo allo scoperto un aspetto che da tempo è fonte di tensioni e di conflitti, soprattutto quelli legati all’accusa che una parte di giudici “politicizzati”, interferisce troppo sulle decisioni dell’Esecutivo o su certe delibere del Parlamento. La dottrina della divisione tra i poteri dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario, viene fatta risalire al 1748, al filosofo francese Montesquieu, ed è recepita, seppur in forme e modalità diverse, da quasi tutte le Costituzioni democratiche. La divisione, però, non è sempre così netta, sia perché, di fatto, il potere legislativo dipende dal Governo che, di solito, controlla i parlamentari della propria maggioranza e opera attraverso frequenti decreti legge, sia perché, come avviene per la maggior parte delle democrazie di deriva illiberale, il potere esecutivo interferisce sulla magistratura, al punto da arrivare, anche, a condizionare i processi o, come sta facendo attualmente il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, intervenendo presso i procuratori federali (di nomina presidenziale), perché indaghino su persone e cose a lui sgradite od ostili.
La piena autonomia della magistratura
Da noi la magistratura ha ancora piena autonomia di autogoverno, attraverso il Csm, composto in parte da membri di diritto, in parte da magistrati eletti dai colleghi (membri togati) e in parte da giuristi eletti dal Parlamento (membri laici), e presieduto dal Presidente della Repubblica.
Diversamente, però, per quanto accade per il Parlamento e il Governo, il potere giudiziario non deve passare attraverso il vaglio del voto popolare.
Da questo punto di vista, non ci sembra affatto peregrina la questione sollevata durante la campagna referendaria dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio (e, in precedenza, da numerosi giuristi ed esponenti politici di vari schieramenti) su chi, alla fine, controlla la magistratura, sulle sue eventuali deviazioni o interferenze sugli altri poteri dello Stato (per questo ci sarebbe, però, la Corte costituzionale), perché, sempre secondo Nordio, “non può esistere un potere senza un controllo” e la magistratura non può essere controllata da se stessa e dalle sue correnti attraverso il Csm.
In ogni caso, il problema si pone oggi molto seriamente, dal momento che sempre più le moderne democrazie, confermate dal voto popolare più o meno libero, tendono a declinare verso forme di tipo illiberale, se non addirittura autoritario, ossia in regimi “ibridi”, nei quali vengono compresse o limitate le libertà civili, lo Stato di diritto, il pluralismo e qualunque soggetto critico, come la stampa, la magistratura e le opposizioni, che possa intralciare l’operato dell’Esecutivo.



