Certo è che nessun capo di Stato ha mai osato tanto.
Il Papa ha denunciato quel delirio di onnipotenza...
La celebrazione del Primo maggio a Martellago, promossa dal Circolo Acli locale fin dagli anni Cinquanta, ha offerto una sintesi significativa tra dimensione spirituale, riflessione civile e testimonianza concreta. Al centro, una visione alta del lavoro, inteso non solo come attività economica, ma come fondamento della convivenza sociale e strumento di costruzione della pace.
A promuovere la mattinata per la Festa del lavoro, anche con il confronto tra il Vescovo ei giovani, le Acli provinciali di Venezia e Treviso, il circolo Acli di Martellago e Nuovi eventi, con l'adesione dell'Ufficio diocesano di “Pastorale sociale e del lavoro, giustizia e pace, salvaguardia del creato”.
La giornata si è aperta con la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Michele Tomasi, concelebrata dai parroci don Matteo Gatto (Martellago), don Alessandro Piccinelli (Maerne) e dal direttore dell'Ufficio di Pastorale Sociale e del Lavoro don Paolo Magoga. Nel saluto introduttivo, Patrizia Tessarotto, presidente del Circolo Acli di Martellago, ha richiamato con chiarezza le critiche del contesto attuale: guerre, trasformazioni tecnologiche, morti sul lavoro e fragilità sociali, ribadendo l'impegno associativo nella promozione della dignità del lavoro e del dialogo intergenerazionale. Presenti il presidente di Acli Venezia Pierangelo Molena e in rappresentanza del sindaco l'assessore alla Pubblica Istruzione e Servizi sociali Silvia Bernardo.
Nell'omelia, il vescovo Tomasi ha delineato una concezione antropologica e teologica del lavoro: dimensione costitutiva dell'essere umano, partecipazione responsabile all'opera della creazione e spazio in cui si esprime la dignità della persona. Particolarmente incisiva la definizione del lavoro come “grammatica della società”, ossia linguaggio attraverso cui si costruiscono relazioni e si rende possibile una convivenza ordinata. In tale prospettiva, il lavoro autentico si distingue radicalmente da ogni attività distruttiva: la guerra, infatti, non può essere qualificata come lavoro, poiché priva di finalità costruttiva e orientata alla negazione della vita sociale.
Il confronto con i giovani del gruppo Acli “Nuovi Venti” ha approfondito i nodi strutturali del presente. Nel dialogo diretto con il vescovo Tomasi, emergono le preoccupazioni legate alla precarietà e all'accesso al lavoro. La risposta ha ribadito l'esigenza di preservare una visione integrale: il lavoro non può essere ridotto a mero strumento di reddito, ma resta ambito di responsabilità, crescita personale e contributo al bene comune. Il discernimento etico diventa quindi decisivo, soprattutto di fronte al rischio di normalizzazione delle economie legate al riarmo, che compromettono la giustizia sociale pur apparendo economicamente vantaggiose nel breve periodo.
A completare il quadro, la testimonianza di don Paolo Magoga, che ha illustrato il progetto, non ancora concretizzato, di accoglienza e formazione di quattro giovani provenienti dal Patriarcato di Gerusalemme presso la scuola professionale di Fonte (Treviso). Il progetto evidenzia come lavoro e formazione possano operare quali strumenti effettivi di integrazione e costruzione della pace: non solo trasmissione di competenze tecniche, ma creazione di relazioni e ricostruzione di fiducia in contesti segnati dal conflitto. (Paolo Favaretto)