È dei giorni scorsi la nota con cui la diocesi di Milano comunicava che il trentaduenne don Alberto Ravagnani...
Mille incognite dopo il no. Ma siete proprio sicuri che Renzi sia finito?
Le ragioni della vittoria del No. E della bruciante sconfitta di Renzi. Ma la partita è ancora agli inizi. E il premier dimissionario, numeri alla mano, può far ancora fruttare una notevole maggioranza relativa. A patto che...
L’Italia dice no, lo fa a valanga, in quasi tutto il paese (17 regioni su 20): 19 milioni di voti, frutto di una partecipazione assai più alta del previsto (68,48%). Finisce dopo poco più di mille giorni il governo di Matteo Renzi, che pure rimande in carica (su invito del Quirinale) fino all’approvazione della legge di Bilancio. E’ sicuramente il No di una – certo eterogenea – maggioranza di cittadini verso il premier. E’, altrettanto sicuramente, un No alla riforma costituzionale approvata dal parlamento. E’, almeno in parte, un No della gente (soprattutto i giovani, i disoccupati, gli “arrabbiati”, i “senza rappresentanza”). Un voto anti establishment, come quello inglese e americano. A pensarla così è l’istituto Cattaneo, che ha analizzato i flussi e la composizione sociale dell’elettorato.
Renzi sconfitto insieme da casta e anticasta
Eppure, paradossalmente, si deve anche concludere che quello contro Renzi è stato un voto, contemporaneamente, della casta e dell’anticasta, di D’Alema e Grillo, di De Mita e Salvini, dei professori e dei centri sociali. Tuttavia, solo guardando nel nostro territorio i comuni in cui il No ha conquistato più consensi, si capisce facilmente che le truppe della Lega hanno certamente orientato l’elettorato più dei ragionamenti del professor Zagrebelski.
Insomma, alla fine è stata la sconfitta di Renzi e la vittoria dei 5 stelle, di Salvini, del redivivo Berlusconi. Non certo della minoranza del Pd che votava no o della minoranza di Forza Italia che votava sì.
Bisogna riconoscere che Renzi, in questa sconfitta, ci ha messo molto del suo, spingendo tutti, ma proprio tutti, a coalizzarsi contro di lui. Pensava di stravincere facendo l’occhiolino all’antipolitica (vedi come ti diminuisco le poltrone?), ma è stato sbalzato di sella dal cavallo che aveva scelto consapevolmente di montare. Probabilmente una sconfinata fiducia in se stesso lo ha portato a misurarsi con gli avversari, che non aspettavano altro, nel terreno a lui più sfavorevole, e nel momento peggiore. La stessa drammatizzazione della campagna elettorale e l’onnipresenza del premier, hanno finito con il mobilitare un elettorato che altrimenti se ne sarebbe rimasto a casa.
Dalle Europee al referendum: una strana consonanza
Per comprendere tutto ciò, basta guardare al numero magico: 40%. Il superamento di quell’asticella fu due anni e mezzo fa una vittoria storica per Renzi. Oggi quella stessa percentuale lo condanna ad una sconfitta bruciante. Qualunque analista politico sa che non è possibile paragonare una contesa elettorale con più attori e un referendum, dove le opzioni sono due. Tuttavia, fa impressione la consonanza numerica che unisce quella vittoria e questa sconfitta. Nel 2014 11 milioni di italiani avevano votato per il Pd alle Europee, domenica scorsa 13 milioni hanno votato Sì (con una partecipazione di 10 punti percentuali maggiore). In termini percentuali, l’omogeneità tra i due dati è impressionante, coincide area per area, regione per regione.
Insomma, la minoranza di Renzi resta l’unica maggioranza relativa nel paese: quel 40% è solo suo, Alfano, Tosi e Verdini hanno portato ben poco, Bersani e D’Alema gli hanno tolto ancora meno; invece il 60 per cento del No ha tanti padri, forse troppi.
Dopo lo stordimento iniziale, e qualche parola non proprio calibrata (della serie: “Ora tocca a voi, vediamo cosa siete capaci di fare”), Renzi potrebbe averlo capito (anche se non è escluso che se ne vada anche dal partito sbattendo la porta). Alla fine ha accolto la richiesta di Mattarella ed ha rinviato le dimissioni. E, dopo tanto attivismo, spera che ora siano gli errori degli altri a toglierlo dal vicolo cieco in cui si è infilato.
I possibili scenari
I rebus, tra loro collegati, sono ora due: il possibile (ma non scontato) nuovo governo destinato a portarci alle elezioni e una nuova legge elettorale (ma neppure quella è scontata). L’Italicum (che assegna il premio di maggioranza in un eventuale ballottaggio) vale solo per la Camera, per il Senato c’è il cosiddetto Consultellum, il proporzionale solo lievemente corretto che la Corte Costituzionale ha partorito in autonomia quando bocciò la precedente legge Calderoli, il cosiddetto Porcellum. Si può andare a votare con due leggi totalmente diverse? Sarebbe una follia.
Ma non è neppure facile ipotizzare una nuova legge elettorale: proporzionale o maggioritaria? Chi la propone? E chi la approva? Probabilmente Renzi coltiva una speranza: che sia la Corte Costituzionale a toglierlo dall’impiccio, dichiarando incostituzionale l’Italicum, quella legge che per il premier “tutta l’Europa ci avrebbe invidiato”. Una legge che, ora come ora, vedrebbe al ballottaggio la riedizione del Renzi contro tutti. E allora cosa ci sarebbe di meglio di un bel proporzionale “imposto” dalla Corte ma prezioso per far fruttare quel famoso 40 per cento?



