Nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno, papa Leone XIV invita ad ascoltare e a digiunare. Anzitutto...
Scissione Pd: pochi in Veneto se ne vanno
Vista dalla periferia la scissione del Pd e la nascita del movimento dei Democratici e progressisti, guidato da Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani, Enrico Rossi e Roberto Speranza, appare ancora più incomprensibile. Pochi, pochissimi, i dirigenti e militanti che dalla Marca trevigiana traslocheranno nella nuova formazione.
Vista dalla periferia la scissione del Pd e la nascita del movimento dei Democratici e progressisti, guidato da Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani, Enrico Rossi e Roberto Speranza, appare ancora più incomprensibile. Pochi, pochissimi, i dirigenti e militanti che dalla Marca trevigiana traslocheranno nella nuova formazione. E nessun nome di rilievo. Un po’ di più coloro che hanno scelto di fare il doloroso passo da Venezia e da Padova. Nel Veneziano spicca il nome di Davide Zoggia, già presidente della Provincia. Accanto a lui la deputata Delia Murer e il senatore Felice Casson, più volte candidato sindaco a Venezia. Tra gli indecisi, un altro deputato, Michele Mognato.
Ci spostiamo a Padova, dove tra gli scissionisti troviamo un altro fedelissimo di Bersani, l’ex sindaco del capoluogo Flavio Zanonato, oggi europarlamentare; ha già aderito, poi, al gruppo misto in Consiglio regionale Piero Ruzzante.
Ma si tratta, appunto di schegge: in Veneto tre parlamentari, un eurodeputato e un consigliere regionale, nessun sindaco di centri medio-grandi. Per il resto, tutti restano nel Pd, compresi i numerosi ex diessini che si apprestano a sostenere nell’imminente congresso regionale la candidatura del trevigiano Giovanni Tonella. Saranno le prove generali per contare le potenziali truppe di Andrea Orlando il quale, come il presidente della Puglia Michele Emiliano, si è candidato alla segreteria nazionale del Pd contro Matteo Renzi.
Chiunque in questi giorni abbia tastato gli umori della base, riporta sentimenti di incredulità. In effetti, la scissione - nata tutta per motivi interni - appare come l’ennesimo suicidio di una sinistra che in Italia si conferma incapace di maturare una solida cultura di Governo. Nella scelta si mescolano recenti motivi personalistici (l’avversione a Renzi di non pochi leader nazionali ex Ds) e più antichi motivi, cioè la mai avvenuta fusione tra le varie anime di un partito che era nato con l’esplicito obiettivo di fondere diverse culture politiche. In effetti, nella nuova formazione politica non si vedono ex popolari o ex Margherita.
In ogni caso, la scissione è ormai una realtà: si è tenuta la prima assemblea e si sono già formati i gruppi parlamentari, composti anche da un’altra specie di scissionisti: i fuoriusciti (capitanati da Arturo Scotto) da Sinistra Italiana, il partito di Nichi Vendola che ha appena tenuto il suo congresso.
I numeri attuali dicono che i nuovi gruppi sono formati, alla Camera, da 37 deputati e, a palazzo Madama, da 14 senatori. Si tratta di una formazione che promette di essere decisiva al Senato, dove il Governo Gentiloni non gode di un’ampia maggioranza. Del resto, proprio i Democratici e progressisti hanno sempre sostenuto che si deve votare tra un anno, alla scadenza naturale della legislatura. (Bruno Desidera)



