martedì, 10 febbraio 2026
Meteo - Tutiempo.net

Te lo dico su WhatsApp

C’è un gruppo per ogni ambito d’impegno e per ogni evento: dalla classe al catechismo, dallo sport alla festa di compleanno. Comodo, ma spesso invasivo. Oltre che diseducativo verso i figli. Eppure basterebbe soltanto a volte un briciolo di intelligenza.

Ormai sembra non sia più possibile farne a meno. Non c’è mamma – i papà riescono a defilarsi meglio – che non sia inserita in almeno un gruppo di WhatsApp dei genitori della classe, del catechismo, della squadra di calcio, degli amici della domenica, dei vicini di casa... Dai compiti di matematica alle fotocopie distribuite durante la lezione, dai soldi per la gita scolastica alle feste di compleanno; in questi gruppi nati con le migliori intenzioni passano tutte quelle informazioni che non puoi sapere se non vai a prendere tuo figlio all’uscita di scuola, o se per qualche motivo è rimasto assente. Una volta si telefonava al compagno di banco, oggi le mamme si scrivono su WhatsApp. “L’esercizio è a pagina 20 o 22?”, “Mi mandate per favore la foto delle parti da studiare di geografia?” “Lo sciopero dei docenti è confermato?”. Così i genitori – dalle materne alle scuole medie – riescono pure a risolvere qualche problema ai figli, magari distratti nell’ultima ora di lezione, evitando che vadano in classe senza i compiti o con materiale incompleto.

Nel bene e nel male
Si fermasse qui, pur con alcuni limiti evidenti di deresponsabilizzazione sui ragazzi, WhatsApp potrebbe perfino essere utile. Il fatto è che non serve solo per “informazioni di servizio”, ma si trasforma – spesso per non dire sempre – in luoghi di discussione, spesso di critica e di polemiche sulla didattica, sull’organizzazione, sulle scelte educative, oltre a far girare lunghe e noiose catene di Sant’Antonio, video più o meno virali in rete, foto e via dicendo.
E così se una mamma durante il giorno non ha avuto sottocchio il telefonino, per scelta, per lavoro, per averlo messo in silenziatore, può anche accadere che la sera si ritrovi a contare 50 messaggi non letti. Ed è pressoché impossibile non stare nel gruppo, per non perdere le informazioni, ma soprattutto non essere tagliato fuori, perché quello che si condivide su WhatsApp poi ritorna nei dialoghi della vita reale. Come ogni social.

Sicuri che serva davvero?
“Finché si tratta di condividere notizie pratiche penso sia anche utile – commenta Gloria, insegnante di scuola materna e mamma di tre figli rispettivamente in terza media, seconda elementare e asilo nido -, ma di norma non commento mai nessun altro tipo di informazione perché qualsiasi parola può essere fraintesa e la comunicazione manca di tutte quelle componenti fondamentali che derivano dall’essere fisicamente presenti uno all’altro”. Non ci si guarda negli occhi, non si percepisce il tono – eccetto che con qualche emoticon -, non c’è il tempo del dialogo.

Inutile dettare i compiti
“Un giorno a scuola ho chiesto ad un bambino perché non annotava i compiti che stavo dando alla classe – racconta Valentina, anche lei insegnante di scuola elementare e mamma di due ragazzini di 7 e 9 anni -. Mi ha risposto che tanto, al pomeriggio, la madre li avrebbe richiesti su WhatsApp. Non so quale può essere la soluzione, però mi chiedo se non valga la pena di correre il rischio di prendere qualche rimprovero dalla maestra o una nota o un brutto voto perché poi l’alunno faccia tesoro dell’esperienza e migliori l’attenzione, la cura, l’impegno”. Valentina, come Gloria, non è contraria né ad internet né ai social, anzi li usa con curiosità ed interesse.

Ci vorrebbe un po’ di buon senso
“A me è capitato che gli alunni mi dicessero senza alcuna vergogna di aver copiato i compiti da WhatsApp – spiega Enrica, insegnante alle elementari e mamma di un bimbo di 6 anni -. Oppure che mi raccontassero di polemiche passate sul gruppo in cui i genitori sono intervenuti. Trovo siano entrambe situazioni fortemente diseducative, la prima perché alimenta l’idea che va bene anche ingannare e ottenere risultato senza fare fatica; la seconda perché alimenta polemiche sterili cui nemmeno i figli si sottraggono”.
Oltre a non diventare una dipendenza – perché è quantomeno fastidioso disturbare oltremodo il prossimo con continui messaggi, foto o video priopri o della rete -, WhatsApp richiede anche un briciolo di intelligenza: non serve inondarlo di messaggi inutili, come quando tutti rispondono “grazie” ad una comunicazione e tu ti trovi i famosi 50 messaggi tutti con la stessa parola; è sempre premiata la brevità, ed anche se non ci sono troppe faccine va bene uguale; e se i discorsi si fanno articolati forse è meglio parlarne di persona.

SEGUICI
EDITORIALI
archivio notizie
05/02/2026

È dei giorni scorsi la nota con cui la diocesi di Milano comunicava che il trentaduenne don Alberto Ravagnani...

13/11/2025

La settimana scorsa abbiamo pubblicato una presentazione della lettera apostolica di papa Leone sull’educazione:...

TREVISO
il territorio