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Trasformare la sofferenza in qualcosa di grande

22/12/2023

Dopo la “toccante” pesca di settembre, arriva l’emozionante noce di Natale.

A fine estate una bambina provava a riavvicinare i suoi genitori con una pesca, non per giudicarne o banalizzarne la sofferenza di adulti separati, ma per esprimere il desiderio della maggior parte dei figli e delle persone in generale: ritrovare serenità e armonia, ancor prima che tornare insieme.

Uno spot realizzato come un cortometraggio, che raccontava un’esperienza tutt’altro che rara, senza ipocrisie, perché aderente ai sentimenti che i bambini e anche gli adulti provano. Una pubblicità notevolmente diversa da quelle ambientate in realtà solitamente fittizie e artificiali, che vedono i bambini e le bambine nelle sole vesti di consumatori, e che è riuscita a porre attenzione al prodotto, ma anche alle persone. Dopo Emma, a tre mesi dalla campagna pubblicitaria che ha diviso (e come non poteva essere altrimenti) soprattutto la politica, arrivano Marta e Carlo, ancora dei bambini al centro del nuovo corto.

Sono vicini di casa in un qualche luogo della provincia italiana, giocano insieme, guardano i cartoni animati e mangiano noci. Ancora una volta sono gli adulti che, legittimamente, ora facendo bene ora facendo male, decidono anche per i bambini: in fondo alla strada un lungo camion con l’inequivocabile scritta “trasporti internazionali” narra un altro tipo di separazione frequente quasi come la prima, quella dei giovani e delle giovani famiglie che traslocano per motivi di lavoro.

E’ Marta a partire con i genitori per l’Australia ed è lei a regalare al suo compagno di giochi un pacchettino con all’interno una noce, dicendogli “Così ti ricordi di me”.

Un incrocio di sguardi che mostra Carlo, decisamente smarrito per quanto sta accadendo nel loro piccolo mondo, e Marta, più speranzosa nei confronti dell’avventura che la aspetta.

Dopo parecchi anni, i due bambini sono diventati grandi e la scena riparte da una sera fredda, prenatalizia, con uno strato di neve sui giardini delle case e ancora il “trasporti internazionali” in fondo alla strada, stavolta pronto per riportare a casa almeno dieci anni di cose nuove ed esperienze inedite.

Si riconoscono gli ex bambini, proprio sulla stessa panchina dove si erano salutati e lasciati da piccoli con quella noce, frutto simbolico che ben si presta a rappresentare il concetto di cura e l’evoluzione della storia.

“Qui, quando me ne sono andata ti ho regalato una noce. Ti ricordi?”

“Sì che mi ricordo. Ce l’ho ancora. E’ un po’ cambiata, ma ce l’ho ancora... Ci siamo seduti sotto”. Alzati gli sguardi, è proprio un albero pieno di luci. Sì, il piccolo Carlo quella famosa noce non se l’era mangiata, né aveva tentato di conservarla, facendola ammuffire, ma l’aveva piantata, metafora di ogni sofferenza non cercata a cui proviamo a dare un senso trasformandola in qualcosa di ben più grande.

E a noi compete la scelta di piantare e basta, perché al resto ci pensa la vita.

E così anche noi, quando vediamo qualcosa che ritorna, rifiorisce e rinasce non possiamo che fare come la giovane Marta, alzare gli occhi al cielo e dire “Wowww”.

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