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Tanti sorrisi per sentirsi a casa: una serata in Pediatria con Lilt Treviso

Giocare in corsia è una realtà quasi unica in Italia: oltre trent’anni di attività, 150 volontari, tanta formazione, 5.800 ore di animazione erogate solo nel 2025. Abbiamo trascorso una serata con loro, incontrando i bambini in Pediatria al Ca’ Foncello e scoprendo i loro sorrisi
09/10/2026

Roberto è appoggiato alla porta di un magazzino stretto e lungo, inaspettatamente colmo di stramberie colorate per essere una stanzetta del reparto di Pediatria di un ospedale; chiacchiera con Renata, è un normale mercoledì sera, e nella sua vita, di mercoledì sera così, chissà quanti ce ne sono stati. Roberto fa il volontario per Giocare in corsia della Lilt Treviso dal 2001 e di acqua ne ha vista passare sotto i ponti, ma racconta tutto con quella luce negli occhi tipica delle prime volte.

Rendere la permanenza in ospedale più normale possibile

Siamo nel dedalo dell’ospedale Ca’ Foncello di Treviso, i corridoi sono illuminati da luci accecanti rispetto all’oscurità attraversata fuori solo qualche minuto prima; è letteralmente l’ingresso in un mondo diverso, dove i bambini vengono curati (o si prova strenuamente a farlo) e si cerca anche di rendere quella permanenza la più normale possibile per loro. Roberto mi accompagna lungo i corridoi, mostrandomi le illustrazioni alle porte di ambulatori e stanze di degenza, cosicché i bambini possano dire “Io sto nella stanza del cavalluccio marino”, “Adesso vado nella stanza del leone”. C’è un’aula didattica, perché la mattina lì ci sono tre insegnanti che fanno scuola; c’è poi l’Oasi pediatrica, la stanza dei giochi e dei laboratori, dove bambine e bambini trascorrono qualche ora tutti i pomeriggi insieme ai volontari e volontarie di Gic. Ogni giorno si lavora a qualcosa di diverso e nelle loro stanze i bambini espongono le loro creazioni come trofei: oggetti con le perline, costruzioni di carta, disegni, sculture con oggetti di riciclo. C’è addirittura un cinema, la Sala dei colori, donata nel 2025 da Pietro e Anna Maria Geremia, con proiezioni ogni martedì e giovedì sera. E poi c’è l’Isola serena, un luogo di passaggio verso la sala operatoria, in cui un’educatrice dedicata spiega al giovane paziente a che cosa sta andando incontro, con tutte le attenzioni del caso. Roberto mi mostra tutto con orgoglio, muovendosi tra i corridoi come fossero parte di casa sua – e forse un po’ lo sono.

Leggere le storie della buona notte

Sono le ore 20.05, i sei volontari di oggi sono in partenza per i rispettivi compiti. Michele e Giulia vanno in Oasi: lì si sono già radunati cinque bambini e ragazzini pronti per del sano svago. E, con un colpo d’occhio, capisco quello che mi diceva Roberto poco prima sulla loro formazione specifica in tema multiculturalità, visto che c’è una ragazzina dai tratti asiatici, una bambina e un ragazzino neri: veneti nella parlata, ma con una cultura familiare da conoscere e rispettare. Li vedo cominciare a giocare a un gioco di carte chiamato “Monster match”, ma quando torno più tardi, sono passati a “Uno”.

Nadia e Renata, invece, spingono un carrello colmo di libri verso le degenze. Sanno già in quali stanze possono chiedere di entrare e quali evitare; fuori da alcune ci sono dei carrellini con dispositivi di protezione personale. Bussano proprio a una di quelle porte e ottengono il permesso di entrare: prima di varcare la soglia, indossano camice monouso, mascherina, guanti. A distanza le osservo raccontare una storia a una ragazzina tredicenne, non prima di una breve chiacchierata e di una bella risata nel momento in cui i fogli plastificati delle storie (quelli che si usano in quelle stanze) sono improvvisamente scivolati tutti per terra. La ragazzina si chiama Olivia (nome di fantasia, come tutti i successivi nomi dei bambini) e da grande vuole fare l’insegnante per i bambini con disabilità; per questo Renata e Nadia scelgono per lei la storia di Barnabus, un giocattolo di pezza imperfetto e scartato dal giocattolaio che fugge con gli altri giocattoli imperfetti verso la libertà.

Le rivedo più tardi, nella stanza di Edoardo, sei anni, intimorito all’inizio dalle due figure bardate al punto da nascondere il volto dietro il lenzuolo tenendo fuori giusto gli occhi, per avere sotto controllo la situazione; prima di uscire le volontarie hanno potuto godere del suo sorriso felice: il lenzuolo era stato finalmente abbandonato al suo posto.

Nel frattempo, sempre alle degenze, Raffaella e Alessandro stavano facendo il giro inverso. Anche loro bardati, ma con camici pitturati, collane hawaiane e accessori strambi. Roberto li chiama, a modo suo, “clown relazionali”: non ci sono parrucche né trucchi esagerati, niente spettacoli, niente circo, solo bolle di sapone, carillon, qualche gadget divertente e tanto umorismo. Mi affaccio alla camera di Alessia, attratta da quello che succede all’interno: le luci sono spente, Alessandro fa volare tante bolle di sapone che Raffaella illumina dal basso con delle torce, per farle diventare forme affascinanti sul soffitto. Lungo i corridoi incrociamo due carabinieri a colloquio con un’infermiera, e mi dicono non essere una presenza così strana: tra i giovani pazienti ci sono tentati suicidi, casi di anoressia, vittime di abusi e di violenza domestica, e per questo l’ospedale è anche un luogo di protezione. Sono storie che i volontari non conoscono da vicino: i loro turni di regola sono distanziati per evitare che possano incontrare lo stesso bambino o bambina più di una volta, e sono formati per evitare con gentilezza e allegria confidenze che rischierebbero di non gestire correttamente, poiché sono gli psicologi, in questo caso, gli interlocutori più adeguati. Il loro ruolo gli è ben chiaro: nella catena dei tanti e diversi professionisti dell’ospedale, loro sono gli addetti ai sorrisi e a momenti di spensieratezza.

Tutto finisce... in bolle di sapone

Alle 21.30 si torna all’Oasi pediatrica. Lungo il corridoio incontriamo due delle bambine che erano impegnate nel gioco e Alessandro ha regalato bolle di sapone anche per loro; una di queste era particolarmente grossa e Lisa, seduta in sedia a rotelle con una flebo gocciolante sul polso, si è sporta timidamente a toccarla, per poi ridere sonoramente perché l’acqua dello scoppio le è franata tutta sul piede. Ritroviamo anche Tommaso, che poco prima giocava nel corridoio insieme alla mamma con una palla di carta: era in attesa dalle due e mezza delle dimissioni dall’ospedale, che finalmente erano arrivate.

150 volontari a Giocare in corsia

In Oasi pediatrica si fa passare il cestino delle caramelle e si condividono brevemente le esperienze del turno. Nadia, Raffaella, Alessandro, Giulia, Renata, Michele e Roberto sono una piccola rappresentanza dei 150 volontari attualmente attivi a Giocare in corsia e nel 2025 hanno realizzato 312 giorni di presenza per 5.800 ore di animazione, partecipando anche a 34 corsi di formazione. Fanno i volontari da periodi molto diversi (il progetto esiste da 32 anni), sono parrucchieri, architetti, impiegati, insegnanti, ingegneri, liberi professionisti e così via, e per tutte e tutti loro l’obiettivo principale è far sentire quei bambini “semplicemente bambini”, non pazienti, non malati. Sanno che spesso la loro presenza può fare la differenza, anche per i genitori, che si trovano a dover gestire una situazione insostenibile: sanno che quando entrano in una stanza, in qualche modo, “l’aria cambia”. Eppure, ammettono, sono proprio loro a dare le lezioni più grandi: sono sempre positivi e tutti loro hanno un sogno, quindi nonostante tutto si prospettano sempre un futuro davanti. Per qualcuno, addirittura, quello spazio è una parentesi di normalità: di quella che dovrebbe essere la normalità, dedicata alle cose che davvero contano della vita, cioè la cura e la relazione.

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