domenica, 23 giugno 2024
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Gaza, la distruzione è totale

Andrea De Domenico (Onu) racconta cosa ha visto entrando nei territori vessati dall’invasione israeliana

È tornato da poco più di una settimana in Italia, ma ora già riparte per Gerusalemme e Striscia di Gaza: è Andrea De Domenico, da 5 anni capo dell’Ufficio per il coordinamento degli Affari umanitari delle Nazioni unite nella Striscia di Gaza.

La sua voce profonda, calda, a volte toccata dagli orrori visti, mi raggiunge oggi per telefono. Sta ripartendo, è all’aeroporto.

Lei è una delle rare persone che, fino a due settimane fa, ha avuto la possibilità di entrare a Gaza. Cosa raccontare a chi si sta assuefacendo agli orrori di questo conflitto?

Il problema principale è che non si sa come raggiungere le persone. Attualmente ce ne sono circa 250 mila rimaste intrappolate nel nord della Striscia, in condizioni disperate; non vi è acqua, luce, non entra cibo. Da mesi, gli israeliani continuano a dire che facilitano il nostro lavoro, ma non è vero. Le richieste di entrare sono moltissime, ma le risposte degli israeliani sono nulle e, quando ci sono, molto selezionate. Ad esempio, non ci fanno portare carburante, perché dicono che lo distribuiamo ai terroristi, ma il carburante viene utilizzato per pompare acqua che, mescolata con quella salata, può diventare almeno bevibile.

Qual è il livello di distruzione?

La distruzione è totale, e man mano che ci si dirige verso alcune zone del nord, e ci si rende conto che vi è una distruzione ulteriore, rispetto ai bombardamenti: i carri armati israeliani sono passati sopra le macerie, e nei muri sbrindellati vi sono simboli e scritte in ebraico. Ma mi ha colpito che nella zona di Jabilia ci siano ancora molte persone che camminano tra le macerie, anche bambini! La strada a quattro corsie, che conduceva al porto, è polverizzata, e sarebbe quella in cui dovrebbero passare i camion con gli aiuti. I pochi mezzi entrati sono stati bloccati e assaltati alla famosa rotatoria di Kuwait Junction, ora un ammasso di macerie, dove i posti di blocco israeliani sparano a chi si avvicina. I posti di blocco, come in tutte le guerre, sono pericolosissimi! E si spara a tutto e a tutti, da qui vedi che la volontà di distruggere va ben al di là dei cosiddetti obiettivi militari! C’è qualcosa di più dell’intento di distruggere i terroristi. E, a parte pochi di noi delle Nazioni Unite e alcuni operatori umanitari, non ci sono occhi di giornalisti per raccontare questo tragico orrore.

Secondo lei, oltre alla carestia, alla mancanza di cure mediche, di acqua... vi è ancora qualcosa di più drammatico nei bisogni di Gaza? E quale la speranza possibile?

Quando si parla di carestia, non vi è solo la mancanza di farina, riso, pane, ma anche la necessità di una nutrizione adeguata. Pensiamo ai vecchi, alle donne incinte, c’è bisogno di accesso all’acqua potabile, non salata. Pensiamo al denutrimento dei bambini, alle donne che approcciano i medici per un cesareo già alla 36ª settimana, per paura di non poter accedere a un faticente ospedale e di non far nascere i loro figli. La realtà è che la sistematicità nel distruggere ospedali, scuole, ecc... colpendo tutti i civili, è evidente, ed è chiaro che dietro vi è un intento solo punitivo. In un incrocio completamente distrutto, ho visto carri armati israeliani saliti sopra betoniere e camion. Perché? Non sono obiettivi militari. Mia moglie, da 5 anni anche lei in Palestina, ha avvicinato i gruppi israeliani dei diritti umani, che sono una minoranza, ma anche tra questi, dopo il 7 ottobre vi è stata una divisione, e si ritorna allo shock dell’Olocausto. La cosa che trovo disarmante è che il popolo israeliano si sia accaparrato la sofferenza, e non riesca più a vedere la sofferenza altrui; con la paura, forse anche giustificata, di una nuova shoah, e di essere obiettivi di una volontà distruttiva, non vedono la sofferenza altrui. Questo crea un grande problema, non hanno questa capacità di riflessione, di guardare l’altro. Purtroppo, non siamo aiutati dalle politiche internazionali, ma bisogna portare la verità sul tavolo. La società civile, che è “viva”, è l’unica speranza, e il muoversi per la pace è l’unica resistenza!

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