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L’oasi di pace nel cuore di Israele

Neve Shalom Wahat al-Salam è il nome di un villaggio abitato da circa cento famiglie, per metà ebree e per metà palestinesi. L’iniziativa, che prosegue da oltre 50 anni, è stata presentata nel corso della prima serata di Bilanci di pace
22/01/2026

“Ha ancora senso parlare di pace, oggi?”. Non si prova un senso di frustrazione di fronte alle notizie che ci arrivano ogni giorno, dai diversi luoghi del pianeta? Se lo è chiesto il direttore della Caritas tarvisina, don Bruno Baratto, aprendo il primo incontro di “Bilanci di pace”, nell’aula magna dell’istituto Mazzotti, a Treviso, lo scorso 15 gennaio. L’iniziativa, che si protrae da 15 anni, è promossa dalla Diocesi di Treviso, attraverso la Caritas, il Centro missionario, la Pastorale sociale e del lavoro, Giustizia e pace, Migrantes, ufficio Salute. Alla prima serata era presente anche il vescovo, Michele Tomasi.

La risposta è arrivata dall’esperienza che è stata presentata durante la serata: Neve Shalom Wahat al-Salam, in italiano “oasi di pace”, un luogo che si trova in Israele abitato, per scelta, per metà da ebrei israeliani e per metà da arabi palestinesi, in tutto un centinaio di famiglie. Una convivenza, all’insegna del dialogo e della pace, che prosegue da oltre cinquant’anni. All’interno del villaggio c’è anche una scuola.

Dopo l’introduzione di Marco Provenzale, esperto di diritto internazionale, operatore dell’ong New humanity, che ha presentato alcune intuizioni di Johan Galtung, grande studioso di pace e gestione dei conflitti, e il contesto del Medio Oriente, la parola è passata a Marya Procchio, educatrice, che fa parte del consiglio direttivo dell’Associazione italiana amici di Neve Shalom Wahat al-Salam, e alla palestinese Shireen, che vive nella località israeliana.

L’esperienza, ha spiegato la prima, è nata su intuizione del padre domenicano Bruno Hussar, con l’esigenza di “ricucire i legami” tra ebrei e palestinesi, strappati dalle vicende della storia, e di farlo “con equità”, dando voce alle due parti “allo stesso modo, una pari opportunità di potere e di possibilità di relazione. Tutto è nato dal sogno di creare qualcosa che non esisteva, una convivenza tra due popoli”.

I genitori di Shireen sono stati la prima famiglia palestinese ad abitare nel villaggio, e qui è cresciuta la loro figlia. “È stata, a quei tempi, una cosa grande, non pensabile, non accettabile”, ha fatto notare Shireen, aprendo il suo intervento, durante il quale ha messo in evidenza l’importanza della scuola che sorge in questa “oasi di pace”. Ed è qui che, in modo del tutto peculiare, è stato vissuto il trauma del 7 ottobre: “Nessuno di noi era pronto, non sapevamo cosa fare. La prima cosa da dove siamo partiti è stato dimostrare empatia l’uno verso l’altro. Ancora oggi, è l’unico posto dove sentiamo di essere al sicuro, non abbiamo paure. Ma la guerra continua, e ancora abbiamo bisogno di lavorare per la pace, per dialogare”.

La serata è proseguita con il coinvolgimento attivo dei presenti, e si è conclusa con una breve intervista del Vescovo, il quale ha messo in evidenza la spiritualità di padre Hussar, che “cercava possibilità di concretizzare la sua ricerca di assoluto”. E ha fatto rierimento al magistero di papa Leone sulla pace, alla sua richiesta, particolarmente rivolta alla Chiesa italiana, che “ogni comunità diventi casa di pace”.

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