Sabato scorso, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha disposto un’altra delle sue operazioni...
Ucraina: tanti nodi restano ancora irrisolti a quasi cinque anni dall’inizio della guerra
Usa in Venezuela
Sono passati oltre 1.400 giorni, dall’inizio della guerra russo-ucraina e ci stiamo avvicinando al quinto anno di guerra.
I continui cambi ai vertici governativi e militari di Kiev rappresentano il termometro delle divergenze che, negli ultimi mesi, stanno caratterizzando i piani alti della capitale, sul futuro del Paese. C’è chi non vorrebbe cedere territori, chi vorrebbe fermarsi allo stato attuale di occupazione. C’è chi cerca di approfittare della guerra per fare affari, chi aspetta, invece, la ricostruzione per poterli fare. Il presidente, Volodymyr Zelensky, alle prese con i difficili compromessi tra fine della guerra e ingresso nell’Unione europea, sta affrontando internamente la corruzione nelle Istituzioni, la grave crisi economica, le crescenti disuguaglianze sociali tra le élite economico-politiche e la classe operaia e contadina che si trova al fronte, il calo dei consensi tra la gente stremata dalla guerra e la diaspora nei Paesi europei. Nel frattempo, nell’agenda internazionale incalzano nuovi fronti caldi, dal Venezuela all’Iran, fino alla Groenlandia.
Andiamo, ora, con ordine per avere delle chiavi di lettura del documento finale scritto martedì 6 gennaio a Parigi, da parte di una trentina di Paesi, tra cui l’Italia, sul futuro dell’Ucraina.
Mar-a-lago, la nuova Ginevra. In queste ultime settimane, prima della palese picconatura al diritto internazionale con l’arresto di Nicolás Maduro in Venezuela, nuove mappe della geopolitica si stanno tracciando. Una nuova sede diplomatica sembra caratterizzarsi nel tempo presente. A differenza di Ginevra, sede delle Nazioni unite, vi si accede solo su invito: le montagne svizzere, come sfondo, sono state sostituite da hotel di lusso e campi da golf, in riva all’Oceano. La riservatezza dei colloqui tra le stanze grigie del Palazzo delle Nazioni, sulle rive del lago, hanno lasciato il posto ai copioni dello “show-political-business” di Donald Trump. E Miami sarà anche la sede del prossimo G20 in salsa americana, dopo che Washington ha boicottato l’ultimo svolto a Johannesburg in Sudafrica. Da Mar-a-Lago, Trump ha seguito l’attacco notturno a Caracas, telefonato in Medio Oriente, ricevuto Zelensky e Netanyahu.
Aggiornamenti dai fronti. In Ucraina, sul campo, si continua a morire. Né Mosca né Kiev forniscono dati ufficiali e sistematici sulle perdite militari: sono numeri capaci di scuotere opinione pubblica e reclutamento.
I fronti di battaglia continuano a premiare le forze di occupazione russe, in termini di avanzamento territoriale, che in questo quarto rigido inverno stanno portando avanti lo schema di attacchi dal cielo per distruggere le reti logistiche e industriali nemiche, a cui segue l’invio di piccoli gruppi di fanteria d’assalto e di sabotaggio. Abbandonando, così, il ricorso massiccio a uomini e blindati. In tal modo, i russi stanno continuando a erodere territorio, soprattutto nel Donbass. Kiev, invece, prova a sfruttare al massimo la sua principale risorsa, i droni prodotti in patria, per mettere pressione oltre confine.
Sul fronte diplomatico, si è proceduto martedì 6 gennaio, a Parigi ad affinare un’ultima bozza per un cessate il fuoco in Ucraina, con le regole di ingaggio e a carico di chi siano i costi per garantire la sicurezza in Ucraina, nel dopoguerra. Parigi e Londra hanno firmato una dichiarazione d’intenti per il dispiegamento di una forza multinazionale dopo il cessate il fuoco. Diversi nodi, soprattutto di natura territoriale, sono rimasti, però, irrisolti.
Visto da Mosca, Vladimir Putin ha bisogno di una vittoria netta in Ucraina. Lo stile negoziale trumpiano non lo convince: teme di vedersi presentare un accordo “irrinunciabile”, ma incompatibile con le esigenze russe e, così, è probabile prenda tempo. Intanto, la Russia sta perdendo il suo alleato venezuelano, dopo quello siriano.
Che succederà con l’Ucraina? A voler ragionare secondo la categoria geopolitica della spartizione del mondo in sfere d’influenza, Trump ha sconfinato nell’orto dei russi dell’alleato venezuelano e, forse, mutato l’esito del processo di pace in Ucraina. A ruoli invertiti, si può, infatti, constatare che tra Ucraina e Venezuela non è cambiato il modo di concepire il mondo nei giorni scorsi, ma solo le latitudini. Se, al contempo per Russia ed Europa, l’Ucraina è un territorio strategico, corridoio energetico, riserva di minerali e cereali, altrettanto dicasi per gli Usa rispetto all’America del Sud, da sempre, considerata come un proprio spazio coloniale.
Difficili elezioni a breve. Nonostante Trump, a più riprese, abbia chiesto a Zelensky di indire nuove elezioni, è difficile che questo possa accadere, senza una pace stabile, per una serie di questioni. Eletto nell’aprile 2019, con oltre il 70 per cento dei voti, il suo mandato quinquennale, in circostanze normali, sarebbe scaduto nel 2024. Ma la Costituzione ucraina vieta le elezioni in tempo di guerra, e senza il sostegno esterno (americani ed europei) sarebbe difficile garantire la sicurezza e la regolarità del voto.
Allo stato attuale, i cittadini ucraini nelle zone occupate sono soggetti a rapimenti, torture e persino alla morte per aver assunto una posizione anti-russa e, pertanto, non potrebbero prendere parte ad alcuna votazione. E, poi, ci sono milioni di ucraini, sfollati o fuggiti all’estero, dove ambasciate e consolati non sarebbero in grado di gestire il processo elettorale. Non di poco conto, poi, sarebbe anche la questione della regolare trasmissione dei dati considerati i continui blackout elettrici e attacchi informatici che continuano a colpire le strutture pubbliche ucraine.
Il ruolo “nascosto” di Pechino. La Cina, tra i principali partner commerciali della Russia, ha affermato di avere una posizione neutrale nel conflitto in Ucraina. Si è astenuta dal condannare l’offensiva russa, chiedendo rispetto dell’integrità territoriale e negoziati di pace, ma anche continuando a fare affari: il sostegno della Cina a Mosca non è gratuito.
Dalla guerra in corso tra Russia e Ucraina, secondo diversi esperti, la Cina è diventata la parte che ha tratto i maggiori profitti dalla spietata concorrenza tra gli sviluppatori di droni, sistemi d’arma che la caratterizzano. Oltre a questo, la Cina non ha perso l’interesse per il grano, l’acciaio, le verdure, l’olio e la soia ucraini, e queste esportazioni contribuiscono a mantenere a galla l’economia ucraina.
Pechino è l’elefante nella stanza dei colloqui di pace ucraini, e la sua posizione, nelle retrovie, gli consente di tenere in scacco gli americani e gli europei sul piano geopolitico ed economico. Eppure, c’è chi sostiene che la Cina potrebbe porre fine alla guerra in pochi giorni, semplicemente interrompendo l’esportazione di componenti di droni (motori, sistemi radio, batterie, telecamere termiche e chip di navigazione) verso le due parti.
Enrico Vendrame



