venerdì, 20 febbraio 2026
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Quattro anni di guerra in Ucraina: impatto devastante

Francesco Fornari (Caritas italiana): Ogni famiglia coinvolta, peso quotidiano e psicologico enorme

Abbiamo sentito telefonicamente da Kyiv Francesco Fornari, coordinatore dei progetti in Ucraina per Caritas Italiana. 38 anni, originario di Parma, si trova nel Paese dall’inizio del conflitto assieme alla moglie anch’essa operatrice umanitaria.

Sono passati 4 anni dallo scoppio del conflitto. Come vive oggi la gente in Ucraina?

Male... (pausa di silenzio) In questo freddo inverno la rete energetica è stata oggetto di attacchi da parte dei russi ed è stata gravemente compromessa. Molte famiglie non hanno l’elettricità e il riscaldamento. Le temperature vanno dai -8° ai -15° C. C’è un’economia di guerra. Moltissimi uomini sono al fronte. Non si hanno numeri ufficiali di quanti morti ci siano stati al fronte, ma si parla di centinaia di migliaia. Per non contare i feriti. Le scuole in molti oblast (‘regioni, ndr) sono chiuse da 4 anni. 6 anni se consideriamo anche gli anni del Covid. Quando dico chiuse vuol dire proprio chiuse! Ci sono quindi bambini che sono cresciuti senza andare a scuola, e oggi hanno 10-11 anni. Una generazione che presenterà il conto tra un decennio sugli effetti del conflitto. Quindi, un Paese in grosse difficoltà.

Su queste difficoltà, Est e Ovest dell’Ucraina vivono lo stesso conflitto ma hanno bisogni diversi?

Chiaramente, ci sono aree del Paese che sentono meno il peso del conflitto, perché non c’è una prossimità alla linea del fronte. Alcune città si trovano a 20 km dalla linea dei combattimenti, e qui il peso si sente maggiormente. È indubbio che il conflitto incida su tutto il Paese. La guerra per la popolazione civile si combatte su due fronti. Il primo è quello attivo, fatto di trincee, bunker e scontri a fuoco, esteso su varie regioni del Paese. Il secondo è quello dei bombardamenti, che colpiscono soprattutto le aree civili, e in questi ultimi mesi si è caratterizzato per aver danneggiato in modo importante le infrastrutture elettriche, tenendo spesso vaste aree senza corrente. La mancanza di corrente avvicina chi sta vicino al fronte a chi, invece, vive nella capitale.

Come si vive in prossimità del fronte di guerra?

Per il numero di soldati impiegati da ambo le parti è un conflitto che ricorda la Prima guerra mondiale. Da ormai quattro anni, i combattimenti continuano senza significativi spostamenti territoriali. Le stime variano, ma tutte indicano un bilancio umano in crescita sia in termini di vittime e feriti che di persone in obbligo di leva. È una guerra di leva da ambo le parti, che impegna in prima linea circa un milione di persone, all’incirca metà per lato. Tutto questo ha un impatto sulla società da guerra del Novecento. Se consideriamo che l’Ucraina ha circa 30 milioni di abitanti, significa che un cittadino su 60 è al fronte. Ogni famiglia ha qualcuno coinvolto: un fratello, un figlio, un marito. Nei villaggi vicini al fronte vivono anziani che non hanno voluto fuggire dalle proprie case, e che non sempre le organizzazioni umanitarie riescono a raggiungere. La pressione psicologica è enorme, sia per i soldati che per i pochi civili rimasti. L’ansia per un possibile sfondamento, sfollamento o di essere russificati è costante.

E, invece, nelle città?

Negli ultimi la strategia di guerra da ambo i lati si è indirizzata a colpire le infrastrutture civili a distanza con l’uso di droni, in particolare i droni a lunga distanza Shahed. I droni colpiscono le grandi città e le aree rurali vicine a infrastrutture strategiche, come centrali elettriche, oleodotti e impianti idrici. L’impatto diretto è drammatico, ma quello psicologico è devastante: vivere in città dove le sirene antiaeree suonano ogni notte significa non dormire, rifugiarsi nei sotterranei, temere per la propria casa. Chi vive ai piani alti è più esposto. Non tutti gli edifici hanno bunker, e le metropolitane sono, spesso, l’unico rifugio. Tutto ciò ha conseguenze pesanti, psicologiche e pratiche: chi ha un familiare al fronte perde spesso anche una fonte di reddito. Non so quale sarà il punto di rottura, ma finora la popolazione ucraina ha dimostrato una forza e una fierezza straordinarie. Io stesso vivo a Kyiv con mia moglie, in un quartiere relativamente sicuro, ma il peso della guerra si sente ogni giorno.

Ascoltando le persone che incontri risulta accettabile la proposta americana di cedere le regioni sud-orientali del Donbass, Zaporizhzhia e Kherson pur di arrivare a una pace con la Russia?

Pur svolgendo il ruolo di operatore umanitario, dall’ascolto con le persone che incontro, non credo che ci sia convinzione dell’opinione pubblica ucraina di cedere territori popolosi, la cui difesa è costata tantissimo in termini di vite umane e di risorse. Da considerare che nelle regioni sud-orientali stanno gran parte delle difese ucraine, e l’eventuale cessione dei territori comporterebbe tradire il Paese.

In che modo Caritas Italiana sta sostenendo la popolazione civile?

Caritas italiana opera in sinergia con il network delle Caritas europee per sostenere quelle locali. In Ucraina supportiamo entrambe le Caritas presenti, valorizzando la conoscenza del territorio e delle comunità. Il nostro impegno si concentra su minori, persone con disabilità, anziani e persone che vivono in aree remote offrendo supporto psicologico e sanitario, ma interveniamo anche con progetti più mirati, rispondendo a richieste urgenti delle Caritas locali. Con il sostegno della cooperazione italiana abbiamo fin dai primi mesi dopo lo scoppio della guerra attivato un progetto di telemedicina (progetto Super) per fornire cure mediche in aree isolate o vicine alla linea del fronte, dove i servizi sanitari sono inesistenti o completamente distrutti.

Dopo 4 anni l’aiuto umanitario è ancora necessario per l’Ucraina?

L’attuale impegno umanitario delle organizzazioni presenti non sostiene neanche un decimo dei bisogni della popolazione. Tutto l’apporto umanitario è inconsiderevolmente basso, rispetto alle necessità del Paese. Non è nemmeno una questione di scala. Una misura per capire. La cooperazione italiana ha stanziato per la cooperazione decentrata in Ucraina circa 30 milioni di euro per il prossimo biennio, mentre la Federazione russa si stima spenda attualmente 200 milioni in una notte, per bombardare l’Ucraina.

Al protrarsi della guerra quindi i paesi occidentali si sono in qualche modo assuefatti e sostengono di meno l’azione umanitaria?

Purtroppo, sì. Il taglio dei finanziamenti da parte americana è stata un duro colpo. Le conseguenze sono evidenti nel giro di un anno da quanto l’Amministrazione Trump ha deciso i tagli. Il nuovo approccio americano (seguito anche da altri Paesi occidentali, ndr) ha portato ad un allontanamento sconcertante dal principio, fin qui considerato fondamentale, secondo cui fornire assistenza umanitaria di base, combattere le epidemie, la malnutrizione e le malattie prevenibili con i vaccini e sostenere le comunità più emarginate del mondo siano cause meritevoli di azioni di aiuto.

Guardiamo al futuro: come le persone e le comunità possono sostenere la vostra azione in Ucraina?

Il primo modo per aiutarci è partire dalla sensibilizzazione della propria parrocchia, comunità civile. Spesso ci sono persone ucraine vicine a noi, con bisogni concreti. Su quanto sta accadendo ci dovrebbero essere occasioni di riflessione e informazione per capire cosa sta accadendo. Io trovo che una certa narrativa che dipinge il conflitto ucraino causato dagli ucraini stessi o che basterebbe poco per arrivare alla pace cedendo ai russi il Donbass, Kherson e Zaporizhzhia e che quindi sono gli ucraini a non volere la pace, sia completamente lontano dai fatti e non giustifichi il calo di attenzione su quanto sta accadendo a poco più di mille km dall’Italia. Un secondo modo è quello di fare delle donazioni per sostenere le progettualità in coso ed attivarne altre. L’Ucraina è geograficamente vicina, ma alla guerra forse ci siamo assuefatti. Anche un piccolo contributo può fare la differenza. Il nostro auspicio è quello di una pace giusta, che non generi nuova violenza. Dopo la fine del conflitto, sarà necessario un lungo e complesso processo di riconciliazione nazionale. Le ferite sono profonde. Ma è da lì che bisognerà ripartire.

I negoziati in corso da mesi stentano a trovare dei passi in avanti, se non qualche scambio di prigionieri. Secondo lei questa guerra potrebbe rischiare di protrarsi a lungo?

Attualmente, c’è molta poca speranza tra la popolazione sull’esito dei negoziati che peraltro sono in corso già dall’estate del 2022.

Per quanto riguarda la contaminazione da mine quanto è un problema attuale e quanto lo sarà negli anni a venire?

In questo momento, l’Ucraina è il Paese più contaminato al mondo. Considera che in Italia si disinnescano circa tremila ordigni all’anno, risalenti alla Seconda guerra mondiale. Quindi un conflitto di ottant’anni fa. In Ucraina si stima ne siano stati sganciati e sono inesplosi molti di più! Quindi sarà un’attività di bonifica che si protrarrà per un secolo. E, poi, proviamo a pensare all’impatto ambientale di una guerra come questa, a cui si aggiungono gli immensi danni alle infrastrutture civili del Paese.

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