È dei giorni scorsi la nota con cui la diocesi di Milano comunicava che il trentaduenne don Alberto Ravagnani...
Mille. E cinquantatré
Mille. In tanti li hanno visti partire, da punti diversi della costa sud del Mediterraneo, ma non sono mai arrivati a quella nord, né ritornati indietro. Spariti in otto giorni, grazie a un ciclone che ha provocato onde di sette metri e vento a 100 km orari. Grazie a barchini chiamati “bare di latta”, per come sono rischiosi anche a mare calmo. Grazie a interventi di polizia che sgomberano i campi improvvisati e, poi, non controllano le partenze dalle spiagge tunisine. Grazie a trafficanti che non si fanno scrupolo alcuno a spingere le partenze, basta che chi parte paghi. Grazie a un sistema di ingresso regolare in Italia tragicamente inadeguato sia a rendere possibili accessi in sicurezza, sia a rispondere ai fabbisogni urgenti di manodopera del nostro mercato del lavoro. Grazie ad accordi al limite del rispetto del diritto internazionale e umanitario, con una Tunisia che sta diventando sempre più autoritaria, e una Libia inesistente sempre più preda di conflitti tra fazioni contrapposte. Ma: dobbiamo davvero “ringraziare” per tutto questo?
Mille. Una notizia che è durata lo spazio di qualche giorno, con alcune riprese dai giornali e tv e nei siti dedicati. Una notizia sparita presto, tra un milione di altre. Come spariranno gli ultimi (per ora) cinquantatré annegati, tra cui due neonati. Spariranno nel mare fin troppo affollato delle informazioni di ogni giorno, molte false, alcune vere, e tra ben più di mille commenti di ogni tipo e consistenza.
Certo, assassini criminali i trafficanti, come ha dichiarato il Ministro degli Esteri italiano. Ma è altrettanto criminale un sistema globale che genera questi esodi, e ne appalta la gestione alla pura e semplice repressione.
Mille che, come qualcuno ha scritto, “non avranno una lapide, ma un numero però ce l’hanno: mancati sbarchi. Finiranno nei comunicati come un grande successo «delle politiche di contrasto all’immigrazione clandestina»”.
Che cosa vogliamo fare? Come far fronte non solo al cinismo di tanti, ma anche alla stanchezza che ci prende, sconsolata, constatando la nostra impotenza? Prima di tutto, scegliendo di non distogliere lo sguardo, non rifugiarci nell’indifferenza o in una desolata rassegnazione.
Prima di tutto, scegliendo di stare, presenti a quanto va accadendo, custodendo il disagio profondo che ferisce la nostra personale umanità, l’umanità dei nostri rapporti comunitari, delle nostre relazioni quotidiane.
Come cristiani, scegliendo di ricordare nella preghiera questi mille e tutti gli altri, prima dopo durante le loro morti. Perché una preghiera autentica ci plasma il cuore, ci chiama a comportamenti di conversione e ce ne rende capaci, ogni giorno. Scegliendo gesti quotidiani di solidarietà vicina e prossima, scegliendo di non rinunciare a pensare e ad agire per essere testimoni e costruttori di una diversa mentalità, scegliendo di mantener viva l’attenzione e la critica alle politiche sempre meno attente all’altrui umanità. Scegliendo di confrontarci tra noi per immaginarne altre, possibili, realistiche, e insieme capaci di rispetto dell’altrui dignità. Scegliendo di impegnarci a livello comunitario, per rendere più efficace il nostro fare, condividendolo tra generazioni. Scegliendo di rimanere umani, a costo del prezzo che questo comporta: nello scoprirci minoranza, nella sofferenza che com-patisce il dolore altrui, nel fare i conti con un senso di impotenza e di insignificanza.
Ma anche, scegliendo di credere che così ci coinvolgiamo nella vicenda mai conclusa in cui Gesù continua a prender parte alla sorte di ogni vittima, ad attraversare con loro, con noi, ogni mare di mortale solitudine, a incidere fessura di vita di Pasqua. E così, scegliendo di non essere complici di morte, ma seminare vita.



