Editoriali

Questo tempo può davvero intercettare e coniugarsi con certe tensioni e attese che oggi stiamo tutti vivendo, soprattutto quelle legate alla pandemia. L’attesa del Messia Salvatore da parte dei profeti e di tanti israeliti li ha spinti ad essere attivi, a mettersi in cammino; a creare in loro le condizioni interiori per “vedere” e accogliere il Messia, ma anche per favorire e, in qualche modo, quasi anticipare l’accadere dell’evento messianico di liberazione.

In questo tempo di pandemia, alcune parole fanno subito drizzare i capelli perché, ormai, sono diventate espressione inequivocabile di pericolo e sfortuna. Pensiamo all’aggettivo “positivo”, di per sé da sempre usato nella diagnostica medica ma che ora, purtroppo, rinvia quasi esclusivamente al contagio da Covid 19, tanto che, se una persona ti dice che è “positiva”, capisci subito che si riferisce al virus per cui fai subito un passo indietro, aggiusti bene la mascherina e ti sanifichi le mani.

Il rispetto e l’amore per i morti devono farci apprezzare e difendere di più la vita che abbiamo in dono. Certamente quella personale e dei familiari, ma anche quella degli altri; di sentirci cioè fratelli di tutti, responsabili e custodi di coloro che incontriamo e che, in qualche modo, il Signore ci ha affidato e dei quali ci chiederà conto. Nessuno può sottrarsi a questo dovere, né rispondere a Dio e alla società, come fece Caino: “Sono forse io custode di mio fratello”?

Siamo tutti turbati dalle notizie riguardanti certe operazioni economiche e finanziarie portate avanti dalla Segreteria di Stato vaticana, con investimenti immobiliari e, a quanto pare, cospicue somme di denaro finite nelle tasche di consulenti e faccendieri ai quali essa si era affidata

In molti, forse, c’è stata anche la preoccupazione di non indebolire ulteriormente il Governo in questo momento critico per l’economia e la salute del Paese. Di sicuro, non pochi elettori avranno pensato che se si fosse dovuta attendere una riforma costituzionale più ampia e organica, non ne saremmo mai venuti a capo. Come si dice, hanno pensato che era meglio accontentarsi dell’uovo oggi, sperando che questa piccola modifica potesse smuovere le acque e, in un futuro non troppo lontano, si potesse arrivare ad avere anche la gallina.

Siamo ripartiti (anche se non tutti) con un po’ di commozione e, soprattutto nei ragazzi, con il vivo desiderio di ritornare a sedersi sui banchi di scuola e rafforzare le buone relazioni con i compagni e i docenti. La scuola, pur con tutti i suoi limiti, rimane sempre un importante ambiente di vita. Essa, infatti, oltre che fare cultura e formare le nuove generazioni, è anche un grande fattore di socializzazione e di umanizzazione, necessari a tutti gli studenti e all’intera società.

E’ doveroso che tutti ci facciamo maggiormente carico delle conseguenze che può ancora scatenare questo virus, non abbassando la guardia. Si tratta di responsabilità verso la nostra salute e quella degli altri, specie dei più fragili e a rischio. Ma anche di senso civico, di responsabilità verso la società e il bene comune.

Nel mese di giugno, su sollecitazione del vescovo Michele, si è avviato tra i preti dei vicariati e delle Collaborazioni pastorali un confronto e una condivisione su quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo in questo tempo particolare segnato dalla pandemia. Quanto verrà raccolto da questo “racconto” comunitario confluirà nel consiglio presbiterale che si terrà il 27 luglio prossimo.

E’ evidente che il problema non è tanto quello del luogo o del tempio, ma dell’incontrare Dio e di adorarlo. Per noi cristiani il nuovo “luogo” nel quale si incontra e si adora Dio è ora Gesù, nuovo edificio spirituale del quale egli è la pietra angolare e ognuno di noi una pietra viva, così che la preghiera e il culto cristiano si praticano solo in Cristo, nuovo tempio che sostituisce ogni altro santuario, sia a Gerusalemme che sul monte Garizim, che altrove.

Mi sembra che di fronte ai mali del mondo che ci spingono a interpellare Dio e a dubitare a volte del suo amore per le creature, dobbiamo avere uno sguardo più benevolo, meno deterministico e più interlocutorio, evitando la tentazione delle risposte facili e immediate e di imboccare scorciatoie di tipo integralistico, molto pericolose per la fede e deleterie per la evangelizzazione. La fede non si trasmette evocando il castigo o la severità di Dio, ma annunciando sempre e in ogni situazione la sua misericordia e compassione per l’uomo, unite all’appello alla conversione. E in ogni caso non possiamo imputare alla mano di Dio i mali che ci affliggono, perché a nessuno è dato conoscere il suo pensiero e le sue scelte.

In questi mesi abbiamo desiderato quasi esclusivamente di poter riaprire le chiese e celebrare l’eucaristia, confidando che per l’annuncio del Vangelo potessero in qualche modo sopperire i nostri messaggi e le trasmissioni televisive o in streaming. Abbiamo desiderato proprio l’essenziale, non preoccupandoci certo di progetti pastorali o di investire pastoralmente sul futuro. Una sosta forzata che, forse, dovevamo assumere come sosta pensosa.

La riapertura delle chiese, con la progressiva ripresa della vita delle nostre comunità cristiane, dovrebbe aiutarci a “rimettere in ordine” il nostro rapporto con Dio e a riscoprire che la nostra fede in Dio ha assoluto bisogno dell’Eucaristia, della riconciliazione, della comunità cristiana, degli educatori e accompagnatori della fede come i catechisti e gli animatori, dei sacerdoti; di quei luoghi e di quelle esperienze nelle quali possiamo realmente incontrare Gesù risorto, vivo e presente in mezzo a noi, e in lui e per mezzo di lui offrire al Padre la nostra vita. Le trasmissioni religiose televisive o in streaming sono state importanti e di sicuro continueranno a esserlo per coloro che si trovano impediti a partecipare, ma non possono mai sostituire una presenza personale viva.

Siamo ancora allibiti di fronte ad un virus che ci sta sottomettendo e condiziona fortemente la nostra vita personale e collettiva. Non ci aspettavamo di arrivare a tanto, noi così abituati e convinti di poter dominare cose ed eventi, e con una fiducia quasi illimitata nel progresso e nella scienza.

La magistratura sarà chiamata a far luce sulla triste vicenda, quando verranno depositate le annunciate denunce, e anche la Diocesi ha avviato doverose e rigorose indagini, previste per simili accuse, per far emergere la verità dei fatti, in sintonia con il richiamo di papa Francesco di rispettare sempre le persone più fragili e deboli.Desideriamo esprimere la nostra vicinanza e solidarietà ai due sacerdoti la cui onorabilità è stata così attaccata. Sono persone che godono di grande stima e autorevolezza in diocesi e nelle parrocchie dove svolgono il ministero, sia per la loro personale caratura, sia per i ruoli di fiducia che hanno ricoperto in tanti anni: eloquente in tal senso è la testimonianza sottoscritta­ da molti preti e laici ex seminaristi, che riportiamo nel giornale. Speriamo solo che si faccia presto chiarezza e i due sacerdoti vengano liberati da questo incubo piombato in modo così violento e improvviso sulle loro vite.

Da qualche anno, e non solo in Italia, si discute molto della crisi, ormai endemica, della democrazia rappresentativa a motivo, soprattutto, dei partiti che, chiusi sempre più negli affari e nelle beghe di Palazzo, sono distanti dai cittadini che dovrebbero, invece, non solo rappresentare, ma anche coinvolgere e ascoltare. Va riconosciuto, comunque, che il consenso che riescono a raccogliere i vari movimenti, autonomi dai tradizionali partiti, mette in evidenza il desiderio e il bisogno dei cittadini di sentirsi effettivamente inclusi in una democrazia compiuta, rappresentativa e partecipativa, capace di valorizzare i corpi intermedi e rispettare il principio di sussidiarietà.

Ogni anno ritorna la polemica sull’allestimento o meno del presepe nelle scuole. Ultima, in ordine di tempo, quella legata alla scuola primaria di Zerman, con l’intromissione a gamba tesa della politica. I simboli della fede si difendono anzitutto vivendo ciò che rappresentano, come ci ricorda papa Francesco nella sua bella lettera apostolica dedicata al presepe.

L’Avvento, oltre ad avere una dimensione spirituale, essenziale per il cammino di conversione del credente, può anche essere colto nella sua forte valenza antropologica e culturale. Nel senso che può aiutare gli uomini di questo tempo ad essere vigilanti e ad avere a cuore il bene comune e il futuro dell’umanità; ad accorgersi di quello che accade.

Lo scrittore Erri De Luca, scrive che oggi “Le piazze sono vive, hanno come motore dei giovani che rappresentano un movimento mondiale. Il futuro è in mano a loro, la bella notizia è che lo vogliono determinare, non subire passivamente”. Forse, bisognerà prenderne atto e ripensare, anche come chiesa, ad un nuovo modello sociale e culturale di relazioni e di approccio ai valori e anche alla fede; ad un rapporto meno strumentale tra generazioni.

Di questo passo il Governo giallo rosso finirà con il cedere molto presto, forse Già nella primavera del prossimo anno, dopo che saranno digeriti i risultati, che si presumono negativi, delle elezioni regionali in Calabria (novembre – dicembre 2019) e perfino in Emilia Romagna (gennaio 2020).

Sembra che sulla scena politica e imprenditoriale i “vecchi”, che avevano passato il testimone a forze più giovani, figli, manager o “delfini” che fossero, stiano riprendendosi la scena, quasi rincorrendosi l’un l’atro. Stiamo assistendo alla carica dei “vecchietti”, al ritorno del vecchio padre che era riuscito a lanciare sul mercato mondiale la piccola azienda familiare. Non sempre, però, il vino vecchio è migliore, ma può diventarlo solo quello di una annata particolare.

Il nuovo governo giallo-rosso ha ormai ottenuto il suo via libera dal Parlamento e ora è nelle sue piene funzioni. Ci sono, però, alcuni aspetti problematici che vorremmo evidenziare di questa che alcuni commentatori definiscono una “fusione a freddo” tra due partiti da sempre antagonisti.

Oggi si usano con molta impudenza i social media. Di fronte al video muto e distaccato di un tablet o dello smartphone, molti si sentono autorizzati a scrivere tutto quello che passa loro per la testa, anche le peggiori stupidità e offese verso altri.

La religione ha bisogno di una continua purificazione da possibili deviazioni e da incrostazioni politiche e ideologiche; di non lasciarsi fagocitare dalle forze demoniache che si annidano sempre dentro ogni pretesa di assolutizzazione delle verità e dei propri apparati religiosi o politici.

Ci insegnavano anche a non gettare via alcun pezzo di pane e se da ragazzino ti rischiavi di farlo, la prima volta venivi rimproverato e la seconda ti prendevi, come minimo, un ceffone. Questa è la cultura da cui proveniamo. Sarebbe opportuno che tutti, dai governanti all’ultimo cittadino, ce ne ricordassimo bene.

Era dal 2017 che, in quel di Prato, un ragazzino appena tredicenne, frequentava a domicilio, per ripetizioni, una donna di 35 anni, sposata e già madre di un figlio. Purtroppo, l’insegnante (il suo lavoro principale, in realtà, è quello di infermiera), oltre che a far apprendere al ragazzo l’inglese, lo ha anche iniziato all’esercizio del sesso, rimanendo incinta e diventando madre di un bambino che ora ha circa 5 mesi.

Ha fatto notizia l’intervista rilasciata da Gabriel Omar Batistuta, 50 anni, ex attaccante della nazionale argentina, di Fiorentina e Roma, nella quale diceva che intende far crescere i suoi figli educandoli alla dignità del lavoro e non alla bella vita e al trovar tutto facile. E’ per questo che uno di loro, oltre che studiare, lavora come commesso in una copisteria.

Da parte di tutti noi cattolici è subentrato, in questi giorni, un grande turbamento, misto a sentimenti di stupore, incredulità e irritazione. La domanda che ci assale è sempre la stessa e ci lascia ammutoliti: come può succedere che un prete o un religioso, educatore nei seminari o insegnante o parroco che sia, abbia potuto macchiarsi di simili azioni, approfittando del ruolo pubblico che ricopriva e dell’autorità morale di cui era rivestito?

Non sentivamo certo il bisogno dell'ultimo scontro, anche perché tra Francia e Italia non sono mai venuti meno i buoni rapporti, politici e commerciali. Anche se tra Italia e Francia non sono mai mancate battute e stoccate reciproche, tutto finiva come avviene ancora oggi tra cugini e amici: sebbene qualcuno faccia di tutto per “tirarsela”, si continua però a stare bene insieme e ad aiutarsi.

Uno degli argomenti più gettonati dai nostri politologi riguarda l’opposizione che, a loro dire, non darebbe segni di vita. Tutti, come fosse una moda, ripetono come un mantra che l’unica opposizione si trova soltanto dentro la maggioranza gialloverde, per i continui litigi, veri o artificiosi che siano, che la scuotono.

Pensiamo che chi ha l’onere di governare un Paese debba avere capacità di mediazione e di smorzare i toni e, soprattutto, debba parlare poco e ancor meno irridere gli altri. Proprio come stanno facendo il premier Conte, qualche governatore regionale e molti sindaci della Lega.