Editoriali

La testimonianza di Manuel Bortuzzo agli studenti del Collegio Pio X. Il giovane ha ribadito che bisogna impegnarsi a vivere bene, da protagonisti: "Per vivere ci vuole coraggio, per sopravvivere basta non morire"

Anche quest’anno sarà per noi una Quaresima particolare, perché segnata dall’epidemia. Possiamo ben dire che quanto stiamo vivendo è già una grande penitenza. Per fare una buona Quaresima ci manca solo l’impegno di convertirci al Vangelo e, quindi, anche al prossimo, alla solidarietà e a uno stile di vita sobrio e responsabile

Si è aperta una crisi “al buio”, senza certezze circa la soluzione. E questo per due motivi: anzitutto per la stessa persona di Conte, perché non tutti sono disposti, anche dentro il Partito democratico a sostenere “a oltranza” un suo terzo incarico (il “Conte ter”); sia per la difficoltà a costituire una maggioranza che includa, oltre Pd, 5S, Leu e un certo numero di parlamentari “responsabili”, necessariamente anche Matteo Renzi

Matteo Renzi si è preso la briga di provocare una crisi di governo, sbagliando nei tempi e nei modi. La domanda che molti si pongono è che cosa volesse davvero. Di sicuro visibilità politica e rimanere l'ago della bilancia. Soprattutto, però, discontinuità nell'azione di governo e scalzare Conte da Palazzo Chigi. Alla fine ha dovuto prendere atto della determinazione con cui 5S e Pd hanno preferito scaricare lui piuttosto di Conte

"Se le democrazie occidentali, oltre a garantire le libertà individuali, non si impegnano anche a favorire l’inclusione dei poveri e dei ceti più deboli, sanando o contenendo l’ingiusto divario sociale ed economico tra la popolazione e governando i conflitti sociali, finiscono per esplodere al loro interno, dando esca al populismo"

La "cultura della cura" è un percorso di pace, sempre più necessario per debellare quell’altra cultura, oggi spesso prevalente, dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro. Un tale progetto richiede un processo educativo che coinvolga sia le singole persone, sia i grandi pilastri della formazione e dell’educazione

La nascita di un bambino, la famiglia e le stesse fatiche e sofferenze, vissute anche dalla famiglia di Gesù, sono esperienze che ci appartengono e costituiscono, insieme alla professione, il nostro vissuto.

Il non ritrovarsi tutti insieme tra parenti per festeggiare il Natale o il Capodanno, non è una tragedia. Molti che sono in quarantena o in terapia intensiva negli ospedali ne stanno vivendo, purtroppo, una di peggiore.

Purtroppo, su un problema non essenziale per la fede, quale l’orario della messa, e su un altro irrilevante per un cristiano, come il cenone natalizio, si corre il rischio che si protraggano tensioni e polemiche, con il solito corollario di accuse e sospetti, tra cattolici desiderosi di mantenere le tradizioni e altri più possibilisti e “aperti”. Così che il Natale corre il rischio di trasformarsi in una festa più politica che religiosa che, invece di unire, divide gli animi, gettando alle ortiche il messaggio di amore e di pace che si irradia dalla grotta di Betlemme.

Questo tempo può davvero intercettare e coniugarsi con certe tensioni e attese che oggi stiamo tutti vivendo, soprattutto quelle legate alla pandemia. L’attesa del Messia Salvatore da parte dei profeti e di tanti israeliti li ha spinti ad essere attivi, a mettersi in cammino; a creare in loro le condizioni interiori per “vedere” e accogliere il Messia, ma anche per favorire e, in qualche modo, quasi anticipare l’accadere dell’evento messianico di liberazione.

In questo tempo di pandemia, alcune parole fanno subito drizzare i capelli perché, ormai, sono diventate espressione inequivocabile di pericolo e sfortuna. Pensiamo all’aggettivo “positivo”, di per sé da sempre usato nella diagnostica medica ma che ora, purtroppo, rinvia quasi esclusivamente al contagio da Covid 19, tanto che, se una persona ti dice che è “positiva”, capisci subito che si riferisce al virus per cui fai subito un passo indietro, aggiusti bene la mascherina e ti sanifichi le mani.

Il rispetto e l’amore per i morti devono farci apprezzare e difendere di più la vita che abbiamo in dono. Certamente quella personale e dei familiari, ma anche quella degli altri; di sentirci cioè fratelli di tutti, responsabili e custodi di coloro che incontriamo e che, in qualche modo, il Signore ci ha affidato e dei quali ci chiederà conto. Nessuno può sottrarsi a questo dovere, né rispondere a Dio e alla società, come fece Caino: “Sono forse io custode di mio fratello”?

Siamo tutti turbati dalle notizie riguardanti certe operazioni economiche e finanziarie portate avanti dalla Segreteria di Stato vaticana, con investimenti immobiliari e, a quanto pare, cospicue somme di denaro finite nelle tasche di consulenti e faccendieri ai quali essa si era affidata

In molti, forse, c’è stata anche la preoccupazione di non indebolire ulteriormente il Governo in questo momento critico per l’economia e la salute del Paese. Di sicuro, non pochi elettori avranno pensato che se si fosse dovuta attendere una riforma costituzionale più ampia e organica, non ne saremmo mai venuti a capo. Come si dice, hanno pensato che era meglio accontentarsi dell’uovo oggi, sperando che questa piccola modifica potesse smuovere le acque e, in un futuro non troppo lontano, si potesse arrivare ad avere anche la gallina.

Siamo ripartiti (anche se non tutti) con un po’ di commozione e, soprattutto nei ragazzi, con il vivo desiderio di ritornare a sedersi sui banchi di scuola e rafforzare le buone relazioni con i compagni e i docenti. La scuola, pur con tutti i suoi limiti, rimane sempre un importante ambiente di vita. Essa, infatti, oltre che fare cultura e formare le nuove generazioni, è anche un grande fattore di socializzazione e di umanizzazione, necessari a tutti gli studenti e all’intera società.

E’ doveroso che tutti ci facciamo maggiormente carico delle conseguenze che può ancora scatenare questo virus, non abbassando la guardia. Si tratta di responsabilità verso la nostra salute e quella degli altri, specie dei più fragili e a rischio. Ma anche di senso civico, di responsabilità verso la società e il bene comune.

Nel mese di giugno, su sollecitazione del vescovo Michele, si è avviato tra i preti dei vicariati e delle Collaborazioni pastorali un confronto e una condivisione su quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo in questo tempo particolare segnato dalla pandemia. Quanto verrà raccolto da questo “racconto” comunitario confluirà nel consiglio presbiterale che si terrà il 27 luglio prossimo.

E’ evidente che il problema non è tanto quello del luogo o del tempio, ma dell’incontrare Dio e di adorarlo. Per noi cristiani il nuovo “luogo” nel quale si incontra e si adora Dio è ora Gesù, nuovo edificio spirituale del quale egli è la pietra angolare e ognuno di noi una pietra viva, così che la preghiera e il culto cristiano si praticano solo in Cristo, nuovo tempio che sostituisce ogni altro santuario, sia a Gerusalemme che sul monte Garizim, che altrove.

Mi sembra che di fronte ai mali del mondo che ci spingono a interpellare Dio e a dubitare a volte del suo amore per le creature, dobbiamo avere uno sguardo più benevolo, meno deterministico e più interlocutorio, evitando la tentazione delle risposte facili e immediate e di imboccare scorciatoie di tipo integralistico, molto pericolose per la fede e deleterie per la evangelizzazione. La fede non si trasmette evocando il castigo o la severità di Dio, ma annunciando sempre e in ogni situazione la sua misericordia e compassione per l’uomo, unite all’appello alla conversione. E in ogni caso non possiamo imputare alla mano di Dio i mali che ci affliggono, perché a nessuno è dato conoscere il suo pensiero e le sue scelte.

In questi mesi abbiamo desiderato quasi esclusivamente di poter riaprire le chiese e celebrare l’eucaristia, confidando che per l’annuncio del Vangelo potessero in qualche modo sopperire i nostri messaggi e le trasmissioni televisive o in streaming. Abbiamo desiderato proprio l’essenziale, non preoccupandoci certo di progetti pastorali o di investire pastoralmente sul futuro. Una sosta forzata che, forse, dovevamo assumere come sosta pensosa.

La riapertura delle chiese, con la progressiva ripresa della vita delle nostre comunità cristiane, dovrebbe aiutarci a “rimettere in ordine” il nostro rapporto con Dio e a riscoprire che la nostra fede in Dio ha assoluto bisogno dell’Eucaristia, della riconciliazione, della comunità cristiana, degli educatori e accompagnatori della fede come i catechisti e gli animatori, dei sacerdoti; di quei luoghi e di quelle esperienze nelle quali possiamo realmente incontrare Gesù risorto, vivo e presente in mezzo a noi, e in lui e per mezzo di lui offrire al Padre la nostra vita. Le trasmissioni religiose televisive o in streaming sono state importanti e di sicuro continueranno a esserlo per coloro che si trovano impediti a partecipare, ma non possono mai sostituire una presenza personale viva.

Siamo ancora allibiti di fronte ad un virus che ci sta sottomettendo e condiziona fortemente la nostra vita personale e collettiva. Non ci aspettavamo di arrivare a tanto, noi così abituati e convinti di poter dominare cose ed eventi, e con una fiducia quasi illimitata nel progresso e nella scienza.

La magistratura sarà chiamata a far luce sulla triste vicenda, quando verranno depositate le annunciate denunce, e anche la Diocesi ha avviato doverose e rigorose indagini, previste per simili accuse, per far emergere la verità dei fatti, in sintonia con il richiamo di papa Francesco di rispettare sempre le persone più fragili e deboli.Desideriamo esprimere la nostra vicinanza e solidarietà ai due sacerdoti la cui onorabilità è stata così attaccata. Sono persone che godono di grande stima e autorevolezza in diocesi e nelle parrocchie dove svolgono il ministero, sia per la loro personale caratura, sia per i ruoli di fiducia che hanno ricoperto in tanti anni: eloquente in tal senso è la testimonianza sottoscritta­ da molti preti e laici ex seminaristi, che riportiamo nel giornale. Speriamo solo che si faccia presto chiarezza e i due sacerdoti vengano liberati da questo incubo piombato in modo così violento e improvviso sulle loro vite.

Da qualche anno, e non solo in Italia, si discute molto della crisi, ormai endemica, della democrazia rappresentativa a motivo, soprattutto, dei partiti che, chiusi sempre più negli affari e nelle beghe di Palazzo, sono distanti dai cittadini che dovrebbero, invece, non solo rappresentare, ma anche coinvolgere e ascoltare. Va riconosciuto, comunque, che il consenso che riescono a raccogliere i vari movimenti, autonomi dai tradizionali partiti, mette in evidenza il desiderio e il bisogno dei cittadini di sentirsi effettivamente inclusi in una democrazia compiuta, rappresentativa e partecipativa, capace di valorizzare i corpi intermedi e rispettare il principio di sussidiarietà.

Ogni anno ritorna la polemica sull’allestimento o meno del presepe nelle scuole. Ultima, in ordine di tempo, quella legata alla scuola primaria di Zerman, con l’intromissione a gamba tesa della politica. I simboli della fede si difendono anzitutto vivendo ciò che rappresentano, come ci ricorda papa Francesco nella sua bella lettera apostolica dedicata al presepe.

L’Avvento, oltre ad avere una dimensione spirituale, essenziale per il cammino di conversione del credente, può anche essere colto nella sua forte valenza antropologica e culturale. Nel senso che può aiutare gli uomini di questo tempo ad essere vigilanti e ad avere a cuore il bene comune e il futuro dell’umanità; ad accorgersi di quello che accade.

Lo scrittore Erri De Luca, scrive che oggi “Le piazze sono vive, hanno come motore dei giovani che rappresentano un movimento mondiale. Il futuro è in mano a loro, la bella notizia è che lo vogliono determinare, non subire passivamente”. Forse, bisognerà prenderne atto e ripensare, anche come chiesa, ad un nuovo modello sociale e culturale di relazioni e di approccio ai valori e anche alla fede; ad un rapporto meno strumentale tra generazioni.

Di questo passo il Governo giallo rosso finirà con il cedere molto presto, forse Già nella primavera del prossimo anno, dopo che saranno digeriti i risultati, che si presumono negativi, delle elezioni regionali in Calabria (novembre – dicembre 2019) e perfino in Emilia Romagna (gennaio 2020).

Sembra che sulla scena politica e imprenditoriale i “vecchi”, che avevano passato il testimone a forze più giovani, figli, manager o “delfini” che fossero, stiano riprendendosi la scena, quasi rincorrendosi l’un l’atro. Stiamo assistendo alla carica dei “vecchietti”, al ritorno del vecchio padre che era riuscito a lanciare sul mercato mondiale la piccola azienda familiare. Non sempre, però, il vino vecchio è migliore, ma può diventarlo solo quello di una annata particolare.