venerdì, 09 ottobre 2026
Meteo - Tutiempo.net

9 ottobre 1963: i ricordi di chi è sopravvissuto

Sessantatrè anni fa la tragedia che provocò la morte di 1.917 persone, tra cui 487 bambini e adolescenti. Ricordi vividi di chi, oggi pensionato, allora era giovane studente bellunese, liceale o universitario, che ha perso famigliari e amici. E non ha mai smesso di ricordare

Per motivi di lavoro di mio padre ho abitato a Belluno nei primi anni Sessanta dove ho frequentato gli ultimi tre anni del Pier Fortunato Calvi, l’Istituto per ragionieri. Poi con alcuni di questi compagni di Belluno ho proseguito gli studi a Venezia a Ca’ Foscari condividendo stanze, piccoli appartamenti e quant’altro. Le nostre limitate disponibilità finanziarie ci facevano consumare, quasi comunitariamente, pranzi e cene in mensa universitaria o presso trattorie casalinghe dove i piatti erano abbondanti e i prezzi contenuti. Spesso frequentavamo una sala cinematografica in campo Santa Margherita dove, con abbonamenti a prezzi stracciati per studenti, venivano proiettati film di cowboy e dove la nostra partecipazione corale, durante la proiezione, diventava un film nel film. Ad un certo punto a Ca’ Foscari si iscrive Umberto, un ragazzo di Codissago che si era salvato dal disastro del Vajont. L’anno precedente si era diplomato ad Agordo, all’Istituto minerario, e aveva trovato lavoro a Milano. Venne a trovarmi a Belluno, mi disse che sua sorella, perita nel Vajont, era stata in classe con mia sorella e mi propose di condividere un mini appartamento che aveva trovato a Venezia, nei pressi dell’università. Il professore proprietario dell’appartamento spesso ci passava inviti gratuiti alla Fenice e a Conferenze culturali di grande interesse. Mi si aprirono così spazi di grande interesse per l’arte, la musica, la letteratura e la storia. A questi amici si aggiunsero poi anche quelli del treno, quelli cioè che, partendo come me da Belluno la domenica sera, scendevano a Mestre con destinazione Padova, dove studiavano Medicina e Ingegneria. Questo il sistema di relazioni che, con alti e bassi, è andato avanti negli anni. Tra il 1970 e il 1971 mi laureo, mi sposo, vado ad abitare a Treviso e inizio il mio lavoro di ricercatore economico all’Irsev di Venezia. Ci siamo ritrovati nel tempo in appuntamenti dove abbiamo fatto memoria dei professori di scuola, dei figli, dei nipoti, delle condizioni di salute e recentemente sulle strategie messe in atto per andare avanti con gli acciacchi. Abbiamo superato tutti gli Ottant’anni e questa estate in Cadore, di fronte a tramonti struggenti sugli Spalti di Toro e a un lago formato dalla diga costruita sul Piave, a Sottocastello di Pieve di Cadore, ho pensato spesso al “progetto del grande Vajont”. Al suo fallimento, al costo umano dei duemila morti e alle sofferenze inflitte ai sopravvissuti. Ho pensato alle volte che, tra noi, in tutti questi anni e in diverse occasioni, magari con un po’ di pudore e in modo fugace, ne abbiamo fatto memoria. Ho così cominciato a contattare gli amici e ho colto che in tutti era arrivato il tempo per “lasciare una testimonianza” personale sull’ evento Vajont e sui compagni periti, ma mai dimenticati. Questi che seguono sono i loro ricordi. Li ringrazio tutti dal più profondo del cuore. (Aldo Solimbergo)

9 ottobre 1963. La professoressa d’Italiano che dice “la vita continua...”, noi che guardiamo la sedia vuota di Giorgio De Cesaro. Gianni e io che al cimitero di Belluno cerchiamo tra i sacchi il nostro compagno che non si trova; vedo tutti quei corpi e non ricordo un viso. Ponte della Vittoria... acqua marrone, alberi sradicati in bilico con resti umani appesi. Ancora oggi la cosa più terribile è pensare che questa tragedia si poteva evitare.

Ricordo che quel mercoledì sera mi trovavo in un bar per guardare la partita di calcio della Coppa dei campioni e che improvvisamente si spensero tutte le luci. Al mattino seguente, mentre mi recavo a scuola, rimasi impressionato dalla piena del Piave e dall’inclinazione verso ovest degli alberi nella zona di Lambioi, sotto Belluno. A scuola incominciarono a trapelare le prime confuse notizie della catastrofe. La nostra classe si mise subito a disposizione delle autorità ma, personalmente, non fui coinvolto nel ritrovamento dei corpi lungo l’alveo del fiume. Purtroppo giorni dopo arrivò anche la notizia della morte di Giorgio De Cesaro, un carissimo compagno di classe residente a Longarone.

La sera del 9 ottobre 1963 per l’interruzione improvvisa della luce ho dovuto sospendere la preparazione dell’esame di Anatomia. Svegliato nella notte da mio padre, alle 7 ero già a Longarone. Constatata poi l’inutilità della mia presenza sono tornato a fatica sui libri pensando ai molti amici e compagni di scuola coinvolti nella distruzione del loro paese.

Se oggi chiedi a un ragazzino cos’è stato il Vajont, non ne ha la minima idea e quand’anche lo si inserisse in una materia scolastica l’evento verrebbe considerato solo come una cosa in più da studiare. Pensando al Vajont, ancora oggi mi vengono in mente amici, parenti e compagni di scuola periti in quella tragedia. Triste pensare che da eventi così infausti non si traggano i dovuti insegnamenti. Forse per questo l’umanità continua a generare il male fino alle guerre più insensate.

Quella sera l’osteria da Teno, uno dei due locali pubblici del paese, l’unica che avesse la televisione, era colma di gente, tutti in attesa di vedere la partita di Coppa dei Campioni Real Madrid - Glasgow Rangers. Giovani e meno giovani eravamo tutti in attesa di veder giocare Puskas e Di Stefano; verso la metà del secondo tempo il televisore si bloccò e dopo una mezz’ora di inutile attesa l’osteria si svuotò. Solo l’indomani mattina si diffusero le notizie della catastrofe, ma non si poteva immaginare quel che era successo. Dopo un paio di giorni, risalendo a piedi da Ponte nelle Alpi, e dopo aver superato il costone di Pirago, rimasi affranto dalla visione di quello che era rimasto di Longarone dopo il passaggio dell’immane onda.

Militare di leva a Belluno alla Caserma Fantuzzi, reparto trasmissione – genio, mio fratello quel giorno era a Longarone, sotto la diga, per esercitazioni. Avrebbero dovuto fermarsi anche la notte ma, per fortuna, il comandante decise che era meglio tornare in caserma e lasciare due soldati di guardia al materiale (militari non più ritrovati). A notte fonda tutti gli alpini furono poi inviati dal bellunese a Longarone senza sapere nulla dell’evento. Ricordava mio fratello che, arrivati a destinazione, erano saltati dal camion ed erano atterrati su qualcosa di morbido. Solo alle luci dell’alba capirono che avevano calpestato dei corpi...

L’immagine che porto dentro di me è quella del banco vuoto per tutto l’anno scolastico di Renzo Cosma, il compagno di classe perito nel Vajont. Ricordo che qualche tempo prima gli avevo chiesto se avesse paura della diga. Mi aveva risposto “ma io tengo sempre la bicicletta pronta e riuscirò a scappare”.

Ricordo quel rombo anomalo che arrivò improvviso a notte inoltrata, mentre con i miei genitori vedevo la partita di calcio nel salotto della mia casa di Belluno. E poi il banco vuoto di Giorgio nel corso delle lezioni scolastiche di quella mattina, cominciate regolarmente.

A Castellavazzo, sopra Longarone, abitavano zii e cugini; le linee telefoniche erano interrotte; vivemmo giorni di apprensione fino a quando non riuscimmo a sentirli. Intanto a Belluno, dove abitavo, vicino al Piave, in un piccolo promontorio si erano raccolte molte persone. L’acqua si presentava fangosa e limacciosa. Il terzo giorno, abbassatosi il livello dell’acqua e del fango, si cominciò a intravvedere un cadavere imbrigliato nella parte superiore di un albero. Da questa tragedia tutti noi giovani rimanemmo scioccati.

Pochi giorni dopo il disastro del Vajont i miei genitori dissero “E’ ora di andare a vedere...”. Avevo solo sei anni ma il ricordo è ancora vivo. Un tristissimo grigiore dominava su tutta la valle del Piave. Per un amplissimo tratto di fronte alla diga su quel piattume cinereo non emergeva nessun altro colore, nessun rilievo, nessun volume. E poi ancora il “silenzio”. Un silenzio cupo e sordo gravava sulla valle. Le persone vagavano attonite in quella spianata senza proferire parola alcuna. Non più luoghi, non più edifici o segni di riferimento del vecchio paese. Non più Longarone, che avevo ben conosciuto, solo una distesa anonima, silenziosa in cui perdersi.

Il telefono squillò all’alba del 10 ottobre 1963 nella mia abitazione milanese: a Milano ero giunto un anno prima al mio primo lavoro in quanto perito minerario. L’insolita ora di chiamata mi insospettì: dall’altra parte del filo, una voce sensibilmente trattenuta mi informò di un grande masso precipitato nel bacino del Vajont e di imprecisati danni. Accesi la radio. Ho vaga memoria delle notizie: ricordo solo che caddi dinnanzi alla radio, presago dello spaventoso accaduto. Più tardi avrei saputo che Longarone e dintorni non esistevano più e che tra i quasi duemila morti c’erano mamma e papà, mai più ritrovati, e Mariaelisa, sorella diciottenne. Nella notte in quel lembo del pianeta terra, all’intersezione delle valli del Vajont e del Piave, il Caso aveva annichilito il Logos. Non per fatalità, non per caso o capriccio naturale, ma perché il Logos aveva rinunciato alla comprensione e al rispetto delle leggi di natura e dei patti umani costitutivi di ogni società. La tragedia del Vajont deve essere conosciuta e testimoniata in spirito di verità, così come fatto dal giudice Mario Fabbri nella sentenza istruttoria che ha portato al rinvio a giudizio dei responsabili: ovvero, esattamente l’opposto delle menzogne, i nascondimenti e le fughe dalle proprie responsabilità che hanno provocato questa tragedia.

Nella mia classe arrivavano studenti da Agordo, Feltre, Mel e Longarone. Quella mattina il Preside ci informa della tragedia avvenuta a notte inoltrata. Penso ancora a Sandra, che si salva perché Fortogna, che rispetto al letto del Piave si trova in una grande rientranza, viene risparmiata da quella ondata irrefrenabile. Diverso destino invece per Schwinzakel, altissimo, magro, riccioluto, tipo silenzioso, e per la Olivier, piccolina e tranquilla, sua compagna di viaggio, ogni mattina, nella tratta Longarone - Belluno. In classe quei due banchi rimarranno vuoti per quel giorno e per tutto l’anno scolastico.

Dopo qualche giorno, quando don Lorenzo Dell’Andrea, l’insegnante di religione, entrò in classe fu accolto da un grande silenzio. Il banco vuoto di Giorgio De Cesaro poneva domande forti, annichiliva. A 19 anni ti senti proiettato in avanti con programmi e progetti di vita. In alcuni di noi nasceva una ribellione interiore che poi avrebbe preso strade diverse. Per me la speranza di fede diventava una parola vuota. Fu molto rispettoso di tutte le posizioni. Mi sono rimaste impresse due cose di quell’ora: il registro chiuso e alcune risposte esistenziali improntate, come avrei scoperto più avanti, alla saggezza e alle grandi domande esistenziali sull’uomo. Nei decenni ho avuto qualche occasione di incontrarlo a Belluno. Nella grande disgrazia del Vajont (e alle forti domande che ha posto in me) in lui ho trovato un uomo capace di ascolto, dialogo e consigli.

Testimonianze di: A. Agnella, S. Battorti, L. Ganz, G. Feltrin, L. Frescura, A. Solimbergo, M.E. Bona, R. Funes, R. Fant, U. Olivier, C. Solimbergo, G. Calgaro, G. Zornitta

SEGUICI
EDITORIALI
archivio notizie
09/07/2026

La polemica l’ha innescata Flavio Briatore, il noto imprenditore che, quanto a offrire ghiotte occasioni...

TREVISO
il territorio