giovedì, 24 settembre 2026
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“Ora sono un uomo libero”. L’odissea di Bakari Cham dal Gambia alla Sicilia

L’abbiamo incontrato a Palermo lo scorso agosto. La sua non è solo una storia di resistenza e di rinascita, ma una testimonianza sulla geopolitica dei confini e sulle sue storture, offerta in occasione della Giornata Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (27 settembre) e della Giornata della memoria e dell’accoglienza (3 ottobre)

La storia di Bakary è il prisma attraverso cui osservare la traiettoria di centinaia di migliaia di persone che abbandonano l’Africa attraverso il Mediterraneo per sfuggire a crisi umanitarie, autoritarismi e collassi economici, ma anche per rivendicare il diritto a muoversi per costruirsi un futuro diverso. L’abbiamo incontrato a Palermo lo scorso agosto. La sua non è solo una storia di resistenza e di rinascita, ma una testimonianza sulla geopolitica dei confini e sulle sue storture, offerta in occasione della Giornata Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (27 settembre) e della Giornata della memoria e dell’accoglienza (3 ottobre).

Il sole del Gambia non scaldava più la speranza di Bakary Cham. A vent’anni, guardando fuori dalla sua casa a Brikama, secondogenito di sette fratelli, scorge un futuro immobile mentre cerca di dare ritmo alla sua vita. L’Europa, filtrata dagli schermi televisivi, gli appare fin da piccolo come il perimetro di una terra promessa dove potersi realizzare e definire autonomamente il proprio destino. Il suo Paese è il più piccolo dell’Africa continentale, con un’economia fragile basata principalmente sull’agricoltura di sussistenza.

Bakary non è un disperato senza risorse: ha studiato e si sta preparando per diventare insegnante di scuola elementare. Ha già insegnato in un piccolo villaggio, ma la spinta a muoversi verso Nord è un richiamo forte a partire. Il suo sogno è raggiungere l’Europa per studiare, lavorare e cambiare la situazione della sua vita.

In una mattina grigia di settembre, nel pieno della stagione delle piogge, con uno zaino in spalla contenente pochi vestiti, qualche risparmio, il passaporto e una memory card con le foto della sua famiglia, si immette nella dorsale migratoria che punta al Mediterraneo. Parte da solo avendone pianificato le tappe.

Lungo la dorsale

Dapprima in corriera verso il Senegal. Quindi tappa a Bamako, in Mali, per poi passare da Ouagadougou in Burkina Faso e raggiungere Niamey, capitale del Niger. Lungo il percorso si imbatte in diversi posti di blocco dove le guardie, a seconda della provenienza dei migranti, esigono pagamenti informali sistematici per proseguire. A Niamey finisce i soldi che ha portato con sé. Contatta un conoscente in Gambia, facendosi aiutare per poter continuare il viaggio fino ad Agadez. Un tempo considerata la porta d’ingresso del deserto, Agadez è diventata famosa per essere la “città dei migranti”, stazione di posta obbligata di tutti coloro che dall’Africa subsahariana vogliono raggiungere l’Europa attraverso la Libia. Fino a qui le corse si svolgono regolari con orari scanditi da partenze e arrivi.

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Agadez

Ad Agadez lo attendono le reti dei trafficanti di esseri umani. Nella città nigerina rimane per oltre due settimane all’interno di un foyer (alloggi temporanei) allestito per il transito dei migranti. Strada facendo conosce dei connazionali che come lui sognano l’Europa. Il viaggio vero inizia da qui, prima tappa nel deserto verso la Libia. Cham apprende la cifra che deve pagare per assicurarsi il passaggio in Libia e riesce a recuperare il denaro entro la scadenza perentoria impostagli dai passeur. Il viaggio nel deserto inizia di notte, all’interno di una carovana composta da una ventina di mezzi che muovono insieme.

Il Sahara è un oceano di sabbia dorata pronto ad inghiottire camion e pick-up, assieme ai sogni infranti di adulti, giovani e ragazzi ammassati sui cassoni. Il caldo soffocante del giorno cede il passo al gelo tagliente della notte. Il Sahara non ha pietà per chi ha fretta e per chi è debole fisicamente.

Stipato sul cassone di un pick-up Toyota - insieme a circa trenta compagni di viaggio - Bakary viaggia aggrappato ad un bastone di legno per non essere sbalzato via dalle buche della pista.

Il deserto. I primi due giorni sono un crudo battesimo di polvere. L’harmattan, il vento secco del deserto, solleva una sabbia finissima che entrava negli occhi e nei polmoni nonostante gli occhiali e le maschere. Lungo la pista affiorano diverse carcasse di mezzi abbandonati, parzialmente sepolti dalle dune. In quel momento Bakary capisce che nel deserto un guasto al motore equivale ad una condanna a morte.

La trappola libica

Il percorso segue l’antico tragitto carovaniero che da Agadez, per entrare in Libia, attraversa il primo villaggio di Al-Gatron. Superato il confine politico, l’orizzonte di sabbia lascia il posto alla roccia scura della Libia meridionale, ma il sollievo dura poco di fronte alla lunghezza del percorso ancora da compiere. Ad ogni sosta cambio di pickup e di intermediario, oltre al costo del viaggio. Ad Al-Gatron il gruppo viene preso in consegna da uomini armati per circa una settimana. È l’inizio del buco nero libico, mentre crescono la paura e l’incertezza.

Partenza alla volta di Sabha che si raggiunge dopo una giornata di trasferimento. Nell’oasi i giorni passano nell’attesa di un segnale per raggiungere la costa di Tripoli. Alla data di ripartenza, dopo quattro ulteriori giorni di viaggio, giunge a Gasr Garabulli, cittadina costiera a est della capitale. L’arrivo avviene sull’imbrunire; improvvisi scontri a fuoco tra bande rivali costringono i migranti a rifugiarsi nelle alture circostanti. Tra loro anche donne e bambini.

Rimangono riparati nella macchia mediterranea per diverse settimane fino alla partenza, creando un campo improvvisato in attesa dell’imbarco. Anche qui la pressione psicologica degli aguzzini si fa incessante affinché venga saldata la quota per la traversata in gommone. Il pagamento avviene con money transfer a complici dell’organizzazione operanti direttamente nei Paesi d’origine, così i trafficanti possono incassare senza farli passare dalla Libia.

Sulla battigia del Mediterraneo, a migliaia di chilometri dalle dune del Sahara, si attende soltanto che le onde dondolino basse e larghe.

La notte dei gommoni

È la notte del 18 ottobre 2015 quando Cham lascia la Libia sotto un cielo illuminato da una luna esile e con il mare poco mosso. «In quella notte ho visto in faccia i trafficanti, che hanno cercato di tranquilizzarci sul viaggio parlando nella nostra lingua», rievoca il giovane gambiano.

Dai punti d’imbarco clandestini prendono il largo, a intervalli di quaranta minuti, cinque gommoni sovraffollati. Soltanto quattro toccheranno l’Europa; il quinto svanirà nelle profondità del Mediterraneo.

Il giorno della partenza è un giorno difficile: il campo improvvisato viene circondato da uomini armati. Giunti alla spiaggia stanchi e stremati, il freddo è così intenso che molti si addormentano sulla sabbia. All’improvviso i trafficanti irrompono ordinando a tutti di mettersi in fila. I guardiani con i bastoni, che gestiscono le operazioni di imbarco, verificano le ricevute dei pagamenti e dividono i partenti in gruppi. Bakary viene destinato al secondo gommone.

Il dramma al largo

Mano a mano che avanzano in mare aperto, le luci della terraferma sbiadiscono fino a svanire del tutto, lasciando che il mare e il cielo si abbraccino in un solo immenso respiro scuro.

A qualche miglia dalla costa, il primo gommone inizia ad imbarcare acqua: nell’oscurità risuonano le urla disperate di chi sta affondando. I naufraghi urlano con tutte le forze rimaste. Un terrore paralizzante ghiaccia chi ha appena iniziato la traversata.

Il conducente del secondo gommone tira dritto: ammassati in circa 130 su un gommone progettato per poche decine di passeggeri, qualsiasi tentativo di soccorso metterebbe a repentaglio il fragile assetto, trascinando tutti a fondo.

Bakary ricorda, con voce carica di sofferenza, quel momento preciso e la consapevolezza che «il viaggio non valeva più niente». e come sentendo “Sentire quelle persone gridare aiuto nell’assoluta impossibilità di intervenire mi ha devastato”, sottolinea con amarezza. “Se ne avessi avuta la possibilità sarei tornato indietro in Libia, piuttosto che rimanere lì. Ma una volta iniziata la traversata, la ritirata non esiste più”.

Con il nodo in gola

Il viaggio prosegue nell’oscurità totale del canale di Sicilia. Le onde schiaffeggiano i tubolari in pvc mentre la miscela letale di acqua di mare e benzina rovesciata sul fondo corrode i vestiti e ustiona la pelle. L’odore della benzina mista all’acqua salata brucia la gola, mentre lo spazio vitale si riduce a pochi centimetri.

Il viaggio per Bakary continua con un nodo in gola e un senso di impotenza, scorrendo senza sosta nella sua testa le immagini di quel naufragio.

Poi, il dramma nel dramma. Otto persone che si trovavano lì muoiono per asfissia, probabilmente a seguito della rottura di un asse di legno sotto il peso eccessivo dei passeggeri.

Soltanto ore dopo, la sagoma della nave della ong Medici Senza Frontiere compare all’orizzonte: è sembrato un miracolo, la fine di un incubo. Dopo essere stati soccorsi ed un po’ di miglia nautiche, vengono trasferiti su una nave spagnola di soccorso più grande chiamata Rio Segura, impegnata nell’operazione Triton gestita dall’agenzia europea Frontex.

I morti in mare

Del naufragio del primo gommone avvenuto in acque della zona Sar libica, non ci sarà traccia nei bollettini ufficiali di quella notte. Nessun intervento viene registrato da parte della Marina di Tripoli, né alcuna notizia trova spazio nei giornali.

Soltanto il 24 ottobre la Croce rossa libica segnalerà il ritrovamento di una quarantina di corpi senza vita sulla spiaggia di Zliten; gli altri resteranno dispersi sul fondo del Mediterraneo, lasciando i familiari nell’impossibilità perfino di piangerne i corpi.

Il cortocircuito giudiziario

I quattro gommoni superstiti vengono soccorsi e, a causa del sovraffollamento dell’hotspot di Lampedusa, i 633 superstiti (originari di Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea e Nigeria) vengono dirottati verso il porto di Taranto.

Al momento dello sbarco, il meccanismo di identificazione si trasforma in una trappola giudiziaria. Al porto, tutti vengono fatti salire su degli autobus per raggiungere diversi centri di accoglienza per migranti. Per ragioni a lui sconosciute, Cham viene fatto scendere dall’autobus: “Siamo stati divisi e la polizia mi ha isolato insieme ad altri quattro uomini”, ricorda.

Trasferiti in questura e chiusi in una stanza d’isolamento, a notte fonda scoprono i possibili capi di imputazione. È la prassi ordinaria della caccia al colpevole a basso costo. In una dinamica speculare a quella descritta nei reportage e inchieste giornalistiche, nella confusione dello sbarco basta l’indice puntato di un testimone spaventato o manipolato per trasformare una vittima nel perfetto capro espiatorio.

L’accusa è pesante: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, aggravato dal decesso delle otto persone morte a bordo per soffocamento e dalla presunzione di aver agito per soldi. Bakary non ha mai toccato il timone e non sa nuotare; è un passeggero pagante come gli altri.

Cham e un altro uomo, Alaji Diouf, originario del Senegal, vengono accusati di aver organizzato e agevolato il passaggio dei migranti su tutti e quattro i gommoni “a scopo di lucro”. La loro storia potrebbe essere la continuazione del film Io capitano laddove finisce la narrazione cinematografica.

La giustizia italiana, tuttavia, ha fretta di chiudere il fascicolo: la condanna in primo grado infligge 12 anni di reclusione e Bakary sente crollare il mondo addosso, Poi in appello la pena è stata ridotta a 8 anni, confermati in Cassazione.

La trincea del carcere

Inizia così la seconda odissea di Bakary, questa volta confinata tra le mura dei penitenziari di Taranto e Cosenza. Un sistema penale inflessibile rischia di annullarlo sotto il peso dell’accusa di essere uno scafista, ma il giovane gambiano decide di opporre la resistenza dello studio.

Sulle grammatiche italiane trascorre ore decisive: padroneggiare la lingua dell’amministrazione penitenziaria e dello Stato che lo ha condannato diventa l’unico strumento per smontare l’invisibilità a cui è stato destinato.

La condotta inappuntabile e la competenza linguistica gli consentono l’accesso al lavoro interno come “spezzino”: raccoglie gli ordini e distribuisce la spesa agli altri detenuti, riacquistando uno spazio di responsabilità e un briciolo di dignità all’interno dell’istituto penale.

“Stare in carcere da innocente come fossi un criminale è stato molto duro. A me la cosa che mi ha spinto ad avere la speranza è stata la mia fede. La condanna ingiusta l’ho presa come un destino”, spiega Bakary, riflettendo su quegli anni di detenzione.

Un figlio “disperso”

Bakary durante tutto il viaggio aveva informato i genitori sui propri spostamenti. Tuttavia, una volta arrivato al porto di Taranto e finito sotto custodia giudiziaria, i contatti si interrompono bruscamente. Un connazionale sbarcato insieme a lui viene contattato dalla famiglia di Cham, in ansia per l’assenza di notizie dal figlio. Pur cercando di rassicurare i familiari sul fatto che il ragazzo sia arrivato e vivo, non è in grado di spiegare dove fosse. L’angoscia dei genitori cresce di fronte ad un interrogativo logorante: “Se è vivo perché non ci ha chiamato?”.

Dopo qualche mese dal carcere scrive una lettera alla propria famiglia in cui dice di essere entrato in Europa ma di trovarsi in una situazione complessa e difficile da spiegare: accusato di essere uno scafista, non sa quanto tempo dovrà trascorre dentro le sbarre. Nel testo della lettera giunge a chiedere alla famiglia di dimenticarsi di lui, andando avanti con le proprie vite: “Sono vivo però dimenticatevi di me, perché non so quando potrò uscire”.

Passa il tempo e capito un po’ come funziona il carcere, grazie ad un contributo economico di un mio amico residente in Olanda, può comprarsi una scheda telefonica per chiamare la sua famiglia. Bakary ricorda con forte emozione i dettagli di quella telefonata che ha fatto ritrovare in vita un figlio ormai dato per disperso: erano trascorsi circa nove mesi dallo sbarco in Italia. I sentimenti di quel giorno li riprova anni dopo quando, arrivato presso la comunità La Zattera, effettua una videochiamata con i suoi familiari comunicando di essere finalmente libero.

Il Covid

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La svolta per la salvezza di Bakary, paradossalmente, arriva con un evento globale drammatico: la pandemia di Covid. I trasferimenti e le riorganizzazioni del sistema penitenziario legati all’emergenza sanitaria, uniti al fine pena ormai raggiunto dopo aver scontato la sua ingiusta condanna, lo allontanano dal trasferimento in un Cpr portandolo a Palermo.

Il primo giorno di libertà è avvenuto presso La Zattera, una comunità di laici comboniani nella prima periferia della città. È nel capoluogo siciliano il 28 aprile 2022 che prende il via la sua vera rinascita, grazie ad una continua corrispondenza epistolare con Richard, un attivista inglese del circolo cittadino Arci Porco Rosso, iniziata nel 2016. «Grazie a Richard ho potuto iniziare la mia vita come uomo libero e alla comunità La Zattera ho trovato la mia nuova famiglia», racconta Bakary. In questo luogo di accoglienza e riscatto sociale, Bakary trova persone pronte ad ascoltare la sua storia senza pregiudizi, offrendogli il supporto umano, psicologico e legale in grado di ricucire le ferite dell’ingiustizia subita.

Un uomo libero

Venendo all’oggi Bakary si definisce, senza esitazioni, un uomo libero. “Grazie a Dio ho avuto il permesso di soggiorno e quest’estate sono andato a visitare la mia famiglia dopo 11 anni”, racconta una voce e il sorriso di chi ha ritrovato serenità. Tornare nella sua terra è stato qualcosa di speciale.

Ora cammina a testa alta lungo i camminamenti del CitySea al porto di Palermo. Guarda lo stesso mare che un tempo gli aveva tolto tutto, ma lo fa con occhi diversi non solo per le differenti coordinate geografiche. Racconta di avere coltivato la speranza attraverso la preghiera e che questa continua ad essere la luce dei suoi sogni. Con un regolare permesso di soggiorno in tasca, un lavoro e una comunità che lo sostiene, la brezza che sale dal mare non profuma più di paura, ma di futuro. Stringendo quel foglio di carta che certifica la sua nuova vita, sente che quel viaggio terribile, nonostante le ingiustizie subite, ha trovato finalmente un senso. Su questo margine di Europa, la storia di Bakary testimonia che la dignità può resistere anche alle deformazioni dei confini.

Enrico Vendrame

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