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Nello Zorzetto, 74 anni, artista del vimine per passione e, un po’, per superare uno dei tanti momenti di crisi, è forse l’ultimo a conoscere l’attività praticata in passato da intere famiglie. Sarà proprio la nostra epoca a cancellare un’arte nata millenni fa, cresciuta nel tempo e via via sopraffatta dalla produzione industriale e dall’importazione di merce più economica.
Rametti di vimini affidati alla carezza delle acque
Nel suo laboratorio di Ponte di Piave, ogni specie di salice, di midollino, di erba palustre trova il proprio angolo in attesa di fare carriera, di prendere una forma da mani che scelgono, tagliano, misurano, intrecciano con la padronanza di chi il mestiere lo sa per davvero.
Nel 1951, Nello emette il suo primo vagito nella casa dentro le grave del Negrisia, un corso d’acqua da risorgiva che prende forma a Cimadolmo, percorre una decina di chilometri in un paesaggio naturalistico di pregio e si lascia, poi, andare nel Piave.
Il bimbo cresce tra la voce sommessa del fiume e il profumo delle erbe, profumo che, come il pifferaio magico, lo conquista e seduce fino a evolversi in passione.
I genitori Luigia e Antonio, oltre a lavorare la terra, confezionano cesti e attrezzi da cucina in vimini.
La voce si diffonde prima nei dintorni, poi più in là, molto più in là, fino a Genova, da dove una commerciante diventa cliente assidua: ossigeno per la famiglia trevigiana.
In quella serenità campestre, Nello osserva le mani della madre sempre in movimento, segue l’oggetto da quando prende forma fino al termine, manico compreso, se previsto.
Gli piace quel gioco, lo prova, ci riesce con la soddisfazione di chi ha scoperto le proprie qualità. Intanto la produzione cresce e varia. Là tra i sassi del Negrisia, il ragazzino impara che i rametti di vimini vanno affidati alla carezza delle acque per una ventina di giorni: soltanto dopo si lasceranno decorticare e lavorare.
Da quel mondo rurale lo strappa, però, il miracolo economico, che spopola le campagne per far crescere l’industria, affamata di manodopera.
Il sogno ora si chiama fabbrica. Ma no, la vita al chiuso non fa per lui. Si compra un camion, viaggia e conosce altri territori, fino all’ultimo approdo a Marghera, nelle centrali elettriche.
Stop: un incidente, la caduta da una gru e l’invalidità.
Il pensiero non trova pace, ondeggia nel tempo e abbraccia Negrisia, la casa, le erbe palustri. In men che non si dica, il piccolo garage diventa laboratorio.
La passione ritorna, l’arte, rimastagli dentro, gli offre la speranza perduta.
Ora non va più a cercare i vimini per campi, le condizioni fisiche non glielo permettono e i tempi stessi sono cambiati. La materia prima si acquista soprattutto in Spagna, dove le piantagioni sono estese e il raccolto, fatto bollire, è decorticato a macchina.
Dall’Indocina arrivano, invece, le canne di Malacca che, messe in forma, diventano i manici dei cesti. I vimini, oggi in attesa dentro un recipiente, domani saranno un metro più in là a prendere una forma, disposti a croce per l’intreccio della base.
Il laboratorio di Ponte di Piave è una festa di cestini tondi, rettangolari, grandi, piccoli, piccolissimi, oggetti di arredo, nidi di erba attorcigliata, di “piattina”, lo spaccato del midollino e, guarda là, le gabbie appoggiate sul pavimento, sulle mensole, appese al soffitto. Quelle per le quaglie, snelle ed eleganti, con tre assi che si possono togliere dai rivetti per inserirvi il cibo, vanno per la maggiore.
I mercatini, però, non sono la passione di Nello che preferisce le fiere, purtroppo per lui, sempre più rare, per le nuove regole arrivate a raffreddare gli entusiasmi: gli animalisti chiedono gabbie spaziose che permettano libertà di movimento, mentre gli espositori, forti della loro esperienza, sostengono che in spazi troppo ampi le quaglie rischiano di ferirsi sbattendo contro le pareti.
Il nostro artista dei vimini allarga le braccia. Forse non lo sa, ma ancor prima della venuta di Cristo, un filosofo affermava che ogni problema ha la mia soluzione, la tua soluzione e la soluzione giusta, che in questo caso è assente.
Volendo, Nello saprebbe anche impagliare le sedie con l’erba palustre, che un tempo metteva a essiccare per arrotolarla e intrecciarla a mano. Saprebbe, ma non lo ha mai fatto: la sua creatività gli ha suggerito un lavoro più vario.
Un giorno in laboratorio arriva un ordine lusinghiero di nidi per tordi: un’opportunità insperata. Le mani di Nello con sapienza ed entusiasmo ne costruiscono una prima trance di duecento: passano un giorno, un altro e un altro ancora, passa troppo tempo. Il cliente non si fa più vedere. Succede anche questo, quando si pone fiducia nelle persone, ma l’idea di smettere non è in programma: il suo piccolo regno lo distrae dal pensiero fisso del figlio perduto, gli dà forza per incoraggiare la moglie Nevenka, inferma. Vita difficile.
L’arte dei vimini nel Trevigiano è ormai alla canna del gas; lo sa Nello, ma non si sente in gabbia. Continuerà a tenere viva la tradizione, anche se nessuna scuola, nemmeno di tipo professionale, ha dimostrato di voler conoscere questa abilità.