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Arti&mestieri/9: Il ferro si batte fin che è caldo
“Ci vediamo da Mario, prima o poi”, canta Luciano Ligabue. D’accordo, da Mario Pozzebon di Padernello di Paese, fabbro del ferro battuto, classe 1940.
Nel suo piccolo regno la musica della brace fa danzare le faville, tacciono gli altri attrezzi pronti sul filo di partenza e quando il ferro si fa rosso al punto giusto, Mario lo acciuffa. L’incudine freme, sente che è il suo momento perché - lo diciamo in ogni occasione -, il metallo si batte caldo, si lascia appiattire dal martello del fabbro, si piega, si contorce.
I serbatoi della Guzzi
Uomini di ferro: lo zio e il padre Luigi, scheletrico reduce di guerra, costruiscono serbatoi per le Guzzi nell’officina di casa, là dove vivono assieme a otto fratelli in una famiglia patriarcale, di cui resta la narrazione, qualche foto e il destino dell’emigrazione. Un cugino dall’Australia promette l’oro: laggiù si lavora sette giorni la settimana, il sabato la paga è doppia, tripla la domenica.
Un giorno del 1960 Mario saluta dal ponte di una nave carica di giovani che avrebbero potuto cambiare il Paese ancora sfiancato da due guerre. Le onde calme accolgono i pensieri, quelle burrascose li portano nella terra dorata. Ma un giorno in quel piroscafo giunge dall’Australia, come una mazzata, l’invito a non partire: le fauci di una crisi economica si sono ingoiate l’oro promesso, il lavoro manca. In pieno Atlantico, la decisione la prende il mare, che porta tutti alla meta.
Spaesato, il trevigiano giunge su una collina di frutteti, dove il lavoro, se pure incerto, porta denaro da mandare a casa. Da lì passa alla coltivazione del tabacco e della canna: stesso destino di altri nostri giovani che la fatica non piega.
Mario resiste per cinque anni e poi ritorna: il padre è già morto, la madre se ne andrà poco dopo. Il cosiddetto boom economico offre occupazione anche a lui nelle fabbriche della zona dove lavora il ferro, lo piega, ci gioca quasi, dà vita a oggetti. Come un incendio, la passione brucia sempre più: di giorno in fabbrica, di sera nella baracca dove lo aspettano pinze, tenaglie, martelli e anche il maglio è là. Gli stessi datori di lavoro gli affidano incarichi a domicilio: un invito a uscire, ma lui si metterà in proprio più tardi, nel 1972, dopo un corso di formazione da Toni Benetton, dopo l’apprendistato da Marsura e l’ultima esperienza da Puppinato.
Non più soltanto ferro battuto di ringhiere e inferriate, ora dalle mani e dal talento escono opere d’arte, soprattutto di arte sacra, grazie all’abbinata con Pietrobon arredi sacri, impegnata nel tessile soprattutto, ma che propone alle parrocchie le opere di Mario Pozzebon per le chiese.
Gli ordini sono in fila, il lavoro si fa potente nella minuscola fucina dove la forgia non si spegne mai, l’incudine scalda i muscoli, il maglio mostra i denti.
Parrocchie e associazioni chiedono monumenti in ferro battuto che si affiancano ai più tradizionali in pietra.
L’arte straripa nel dare vita a crocefissi, figure del Cristo e della Vergine, bassorilievi in ferro e rame. Lo fa con la stessa fede del bimbo contadino e del ragazzo migrante. Sono gli anni in cui iniziano a formarsi lunghe processioni a Medjugorje e Mario deposita il crocefisso di 4 metri, l’altare e il leggio in una chiesa, meta di pellegrinaggi.
L’esperienza nei Paesi esteri
Il suo racconto di vita fa balzi avanti e indietro nel tempo. Un ricordo si presenta come una colata di lava e va a spegnere la luce negli occhi: sono le immagini della guerra dei sei giorni tra Israele e i Paesi arabi. Lui, in Libia con un’azienda trevigiana a montare frantoi per rocce, vede l’inferno: interi quartieri rasi al suolo, negozi e case bruciate. Siamo nel giugno del 1967, l’orrore resterà per la vita. Ghedaffi è un ufficiale dell’esercito libico: il suo colpo di stato militare del 1969 porterà la caduta della monarchia.
L’amore per il rugby
Quando la fantasia allontana i ricordi, corre e dà vita a nuove opere: struggente il Cristo aggrappato al muro d’ingresso, delicata la ragnatela e dinamico il canguro, quanto le figure dei rugbisti.
Il rugby è lo sport che lui stesso ha praticato a lungo e portato a Paese: formazioni maschili, femminili e di bambini ancora attive.
Ora, da presidente onorario, inventa e costruisce i trofei per le squadre vincitrici.
Il futuro mette una croce su forgia e maglio, su pinze e incudine: i figli Massimo e Pierluigi scelgono l’università, ingegneria il primo e architettura l’altro. Massimo molla gli studi al terzo anno, si arruola nell’esercito con destinazione Palermo, a coordinare la scorta dei giudici. Sarà quello il suo futuro? Due anni positivi che, però, confermano il desiderio di mettersi in proprio accanto al padre. Pierluigi si laurea: insieme sotto l’occhio compiaciuto di Mario, costruiscono una struttura dove produrre arredamenti in ferro per bar, negozi e case.
Un successo: le loro opere superano Alpi e Urali, si collocano in Europa, in Russia, paesi che apprezzano ancora il made in Italy. Realizzate da loro anche le librerie dell’Emeroteca dell’arte in piazza Ferretto a Mestre.
Si lavora in grande, ma la forgia sempre accesa è il faro, la radice che li ha proiettati nel presente.



