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7 ottobre tre anni dopo. la madre di un giovane ucciso: “Vi sono innocenti da entrambe le parti”
Tre anni dopo il 7 ottobre 2023, la ferita resta aperta. L’attacco di Hamas contro Israele e la successiva guerra a Gaza hanno provocato decine di migliaia di vittime, centinaia di ostaggi e prigionieri, e una profonda lacerazione tra israeliani e palestinesi. Tra i simboli di questa tragedia c’è Rachel Goldberg-Polin, madre di Hersh, il giovane israelo-americano rapito durante l’assalto al festival Nova e ucciso dopo mesi di prigionia a Gaza. Rachel, con suo marito Jon Polin, si è battuta instancabilmente per ottenerne la liberazione, diventando una delle voci più ascoltate della causa degli ostaggi. Al Sir, Rachel racconta il dolore per la perdita del figlio, la memoria di Hersh e la fatica della speranza. Ma parla anche della sofferenza di israeliani e palestinesi, dell’importanza dell’ascolto e della necessità di spezzare la spirale di odio e violenza per immaginare un futuro diverso per entrambi i popoli.
Sono passati tre anni da quel 7 ottobre: com’è cambiato il suo modo di vivere il dolore, di custodire la memoria di Hersh e di trovare la forza per andare avanti?
Sto soffrendo, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo. Tragicamente, per chiunque abbia perso una persona che era parte essenziale della propria identità in questo mondo, il dolore resta vivo e si rinnova ogni giorno. Ma cerco, con grande sforzo, di apprezzare anche le benedizioni, l’amore e i doni che ho nella mia vita. Insieme al dolore, le benedizioni sono abbondanti. Eppure, ogni giorno, la perdita di Hersh è costantemente presente, proprio sopra di me. In modo sorprendente, non c’è un solo istante della mia giornata in cui lui non sia nei miei pensieri. Non sapevo che fosse possibile. Invece lo è. Forse un giorno cambierà. Ma i messaggi che abbiamo ricevuto, e ormai sono centinaia di migliaia, da persone che hanno subito un lutto, e soprattutto da genitori che hanno seppellito i propri figli, indicano che questo ci accompagnerà fino alla fine dei nostri giorni. Non voglio negarlo. Penso che significherebbe mentire a me stessa e agli altri, e rendere il dolore ancora più grande. Negare la verità della sofferenza non farebbe che aggravarla.
Nei suoi interventi pubblici ha parlato non solo della sofferenza israeliana, ma anche di quella delle famiglie palestinesi. Perché è importante, soprattutto oggi, tenere insieme entrambe queste realtà?
La tentazione è sempre quella di estremizzare. Di scegliere una “parte” o una “squadra”. Ma non esiste una competizione del dolore. Non c’è una gara per stabilire quali lacrime siano più salate. Fin dalla mattina del 7 ottobre 2023, mio marito e io abbiamo detto che ci preoccupiamo delle persone innocenti che soffrono. E quelle persone si trovano da entrambe le parti... di tutti i conflitti. Pensare diversamente significa oscurare quella scintilla divina che, secondo il Libro della Genesi, è presente nell’essere umano creato a immagine di Dio.
Guardando a questi tre anni di guerra, qual è stata la lezione più dolorosa che ha imparato sul conflitto? E cosa le dà speranza nonostante tutto?
È stata una presa di coscienza amara, segnata da un profondo senso di disorientamento: comprendere che coloro che esercitano potere e influenza non sempre operano per il bene della maggioranza che sono chiamati a rappresentare. La speranza, tuttavia, continua a essere qualcosa che consideriamo obbligatorio. Nonostante la sofferenza e il dolore. È una caratteristica inscritta nel Dna della maggior parte delle persone: continuare a tendere verso la luce, anche quando l’angoscia appare oscura. Come si legge alla fine del Salmo 27, in ebraico, la parola “spera” compare due volte nella forma grammaticale dell’imperativo. Amo il fatto che non sia un consiglio né un suggerimento. È un comando. Una richiesta esigente. Spera!
La storia della sua famiglia è conosciuta in tutto il mondo e il suo libro, intitolato When we see you again (Editore Penguin Random House, aprile 2026), dove racconta il dolore della perdita di suo figlio Hersh, ha toccato innumerevoli lettori. Quale messaggio vorrebbe che le persone traessero dalla vita di Hersh e dall’esperienza della vostra famiglia?
Noi non siamo un caso unico. Ci sono milioni di genitori nel mondo che, oggi, hanno seppellito i propri figli. È qualcosa di orribile, tragico e devastante per l’anima. Ma non è unico. Hersh era il nostro unico figlio maschio. Molte famiglie sono tentate di eroicizzare o mitizzare i giovani che muoiono. Ma credo che questo li svuoti e sottragga loro ciò che erano realmente. La straordinarietà di Hersh stava nel fatto che era ‘ordinario’. Era imperfetto e meraviglioso. Non sapeva tenere correttamente una matita e non mi ha mai alzato la voce contro. Non mangiava mai una verdura verde e amava conoscere persone che avevano opinioni diverse dalle sue. Sono stata, e continuo a essere, benedetta per aver avuto il privilegio di essere la mamma di Hersh. Non smetterò mai di ringraziare Dio per avermi donato quella benedizione eterna.
Molte persone, da entrambe le parti del conflitto, si sentono intrappolate nella paura, nella rabbia e nella perdita. Quale ruolo possono avere l’empatia e il riconoscimento del dolore dell’altro nello spezzare questo ciclo?
Naturalmente potrebbero alleviare gran parte del dolore e della sofferenza che tutti noi proviamo. Ma cambiare gli schemi con cui interpretiamo e comprendiamo il mondo ci spaventa. La maggior parte delle persone si sente a proprio agio nell’indicare un colpevole e attribuire responsabilità. L’odio esercita su di noi una forza seducente e naturale. Ma, alla fine della giornata, urlare nella rabbia e nella bruttezza raramente ci aiuta a guarire la nostra sofferenza. Il dolore ci ostacola e ci acceca.



