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A Gaza stanno perdendo tutti

L’analisi di Michele Brignone, direttore delle ricerche della fondazione Oasis, dopo l’attacco a Rafah
30/05/2024

Almeno 45 morti e oltre 180 feriti: è questo il bilancio del raid israeliano di lunedì 27 maggio, che secondo Israele era diretto contro due leader di Hamas a Rafah, nel quartiere di Tal al Sultan, nel sud della Striscia di Gaza.

“Questa di Rafah - commenta Michele Brignone, direttore delle ricerche della fondazione Oasis - è una strage che allontana un auspicato accordo per il cessate il fuoco. Un massacro che «giova» - tra virgolette - all’attuale Governo e in particolare al Primo ministro, che da tempo ha dichiarato che l’obiettivo finale di questa guerra è una vittoria totale”. Ciò significa estirpare Hamas dalla Striscia di Gaza, obiettivo noto sin dall’inizio della guerra. Ora, dopo mesi di guerra, dopo stragi su stragi, Hamas è sicuramente indebolita, ma tutt’altro che estirpata non solo perché è ancora presente nel sud della Striscia, ma sta rinascendo anche in altre zone, come segnalato da molti, anche da funzionari americani. Netanyahu ha bisogno di sopravvivere politicamente e questa sopravvivenza è legata da un lato al proseguimento della guerra, e dall’altro anche da una «chimerica» vittoria totale”. Questo massacro, aggiunge l’analista, “giova in parte, purtroppo, anche ad Hamas, che ultimamente riesce a reclutare nuovi combattenti, proprio sulla base delle stragi che vengono commesse dall’Idf (Forse di difesa israeliana)”.

Direttore, chi sta vincendo questa guerra?

Credo stiano perdendo entrambi i contendenti: Israele, perché non riesce a portare a termine la sua operazione che non ha, al di là di questa idea della vittoria finale, obiettivi ben definiti. Israele non sta vincendo perché è lontano dagli obiettivi dichiarati dal suo Governo e oggi si ritrova in un pantano. Non può arretrare, perché sarebbe una forma di ammissione di sconfitta. L’Idf non riesce ad andare avanti se non con queste azioni eclatanti e tragiche. Non vince nemmeno Hamas, perché le sue forze militari sono state pesantemente colpite. Tuttavia, la sua sopravvivenza può essere intesa come una non sconfitta o una quasi vittoria.

La comunità internazionale, Paesi mediatori come Egitto, Qatar, Stati Uniti, hanno ancora un ruolo da giocare?

Gli attori regionali possono fare molto e hanno in parte tentato di giocare il loro ruolo, soprattutto a livello di mediazione. Sappiamo che ci sono stati diversi negoziati, soprattutto per arrivare a un cessate il fuoco. Tutti falliti, a parte il primo accordo, alla fine dello scorso anno. L’attore che può cambiare qualcosa è solo uno: gli Stati Uniti. Bisogna anche dire che l’Amministrazione Biden è stata estremamente ambigua fino a questo punto.

C’è, poi, un’altra guerra che si sta giocando sul piano della propaganda e della comunicazione. Anche qui: chi sta vincendo?

Sul piano della propaganda Israele sta perdendo questo conflitto, anche a causa di errori di comunicazione, con notizie date e poi smentite, di versioni dei fatti molto dubbie e, soprattutto a causa delle dimensioni dell’operazione militare, con la sproporzione tra l’offesa ricevuta e la reazione messa in campo. Hamas, dal canto suo, vince perché riesce a farsi passare come un movimento di resistenza, come recita lo stesso nome, Hamas è l’acronimo di movimento islamico di resistenza.

A proposito di causa palestinese: ritiene giusto accusare di antisemitismo tutti coloro che, in questo contesto, sostengono la causa palestinese, senza per questo appoggiare Hamas?

No, non è giusto. Questa accusa è diventata una sorta di clava che si usa per delegittimare ogni forma di critica. Non dimentichiamo che ci sono anche tantissimi ebrei che solidarizzano coi palestinesi, ma non con Hamas, e che vengono accusati di antisemitismo. Venerdì scorso, sul quotidiano israeliano Haaretz è uscito un articolo dell’ex primo ministro Ehud Olmert, che è stato l’ultimo premier ad aver avuto colloqui con i palestinesi, nel quadro del processo avviato con gli accordi di Oslo. Nel suo articolo Olmert, che non può essere accusato né di antisemitismo né di antisionismo, dice molto chiaramente che il governo attuale ha le mani sporche di sangue e sta creando un danno enorme allo Stato di Israele.

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