martedì, 16 aprile 2024
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Cento giorni dopo, la guerra vista dalla Cisgiordania

Impennata senza precedenti delle attività di insediamento, inclusa la costruzione di avamposti, strade, recinzioni e posti di blocco avviati dai coloni

Il diario quotidiano dalla Striscia è drammatico. Quasi 25 mila i morti dal 7 ottobre, centinaia di migliaia i feriti. L’inverno si fa sentire per chi è costretto a vivere nelle tende o in alloggi di fortuna. La vita procede tra il rumore assordante di missili che cadono o quello delle eliche dei droni che controllano ogni frangente della vita a Gaza. Nessuno coltiva più i campi che si trovano al centro della Striscia, quelli a Nord sono inaccessibili dopo l’invasione israeliana.

E mentre gli occhi sono puntati su Gaza, i coloni avanzano indisturbati in Cisgiordania. Stati Uniti e Europa criticano a bassa voce alcuni ministri oltranzisti della destra israeliana che minacciano di creare insediamenti nel Nord della Striscia e di spostare i palestinesi in qualche Paese africano (ipotesi Congo), ma non sembrano preoccuparsi troppo della situazione in quel lembo di terra palestinese che va dalla cosiddetta “linea verde” al fiume Giordano dove, spiega l’ong Peace Now, i coloni rendono sempre più difficile, se non impossibile, l’eventuale creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele.

West Bank o Cisgiordania è il nome con il quale si designa comunemente quella parte della Palestina (comprendente, fra l’altro, il settore orientale di Gerusalemme), con riferimento al territorio situato sulla riva occidentale del fiume Giordano, che fu annessa alla Giordania nell’aprile 1950 e occupata da Israele nel giugno 1967. Dopo la fine del mandato britannico sulla Palestina (maggio 1948), la Cisgiordania, con l’esclusione di Gerusalemme per la quale era previsto un regime internazionale, avrebbe dovuto far parte dello stato arabo-palestinese previsto dal piano di spartizione dell’Onu.

La politica israeliana di colonizzazione di questo territorio, proseguita anche dopo gli accordi di Oslo II del 1995 - quando venne divisa in tre parti A, B e C, che avrebbero dovuto presentare tre rispettivi livelli di controllo amministrativo, civile e militare -, ha continuato a rappresentare uno dei principali ostacoli al processo di pace anche prima della strage del 7 ottobre. In Cisgiordania vivono oggi più di 3 milioni di persone, l’86% delle quali è palestinese..

Scatti nascosti sul presente. “Dal 7 ottobre – denuncia preoccupato il movimento pacifista israeliano Peace now, nato nel 1978 – stiamo assistendo a un’impennata senza precedenti delle attività di insediamento, inclusa la costruzione di avamposti, strade, recinzioni e posti di blocco avviati dai coloni. I coloni aumentano il loro controllo dell’Area C in Cisgiordania, marginalizzando ulteriormente la presenza palestinese. Oltre alla continua violenza da parte dei coloni, le nostre attività di monitoraggio hanno evidenziato la creazione di avamposti e la pavimentazione di strade, contribuendo a un diffuso fenomeno di blocchi stradali. Questi ostacoli impediscono ai palestinesi di accedere alle strade principali della Cisgiordania”.

Per la cronaca, va ricordato che, nell’area C, che comprende oltre il 60 per cento della Cisgiordania, l’Amministrazione civile israeliana nega quasi sempre i permessi edilizi ai palestinesi, che, dunque, non hanno altra scelta che quella di costruire senza autorizzazione, con forte rischio di demolizione od occupazione.

Yonatan Mizrachi, uno dei responsabili del movimento, ci ha raccontato di come sia cambiata la geografia delle occupazioni di territorio palestinese da parte dei coloni israeliani. “Dall’inizio della guerra a Gaza, i coloni hanno creato o ristabilito almeno dieci avamposti, alcuni dei quali sono stati evacuati in passato e poi ricostruiti”, ci spiega al telefono.

La nuova geografia. Mai come in questo momento, evidenziano le ong impegnate da decenni nel dialogo israelo-palestinese, il governo Netanyahu ha lasciato fare ai coloni. Nel 2023 le case sono quadruplicate. In questo modo, potrà proseguire la costruzione e l’espansione degli insediamenti illegali israeliani, che già coprono il 40 per cento del territorio.

I reporter occidentali, ci ricordano da Peace Now, non stanno raccontando nulla di quello che accade sulle alture dell’Antica Samaria: pavimentazione di nuove strade che consentono l’occupazione di nuove ed estese aree lungo il loro percorso, segnando un territorio inaccessibile ai palestinesi a causa della presenza dei coloni e del loro comodo accesso all’area, per lo più vigilato dalla presenza di militari israeliani. Un altro mezzo per affermare il controllo su vaste aree aperte prevede la costruzione di recinzioni che si estendono per centinaia di metri e persino chilometri, talvolta anche includendovi il bestiame e le colture dei palestinesi. Ne conseguono continue tensioni e il trasferimento forzato dei legittimi proprietari.

Un’occupazione che viola il diritto internazionale. Dinanzi al silenzio della comunità internazionale per le continue violazioni da parte di Gerusalemme degli accordi di Oslo, senza ripescare la vetusta e inapplicata risoluzione Onu n° 181 del 1948, la denuncia della ong Peace Now non preoccupa il Governo, né l’opinione pubblica israeliana. I dati delle violazioni continue al diritto internazionale sono pubblicate online nel “censimento degli insediamenti”, il database che da anni i pacifisti aggiornano ogni giorno. A inizio gennaio 2024 si contano 146 insediamenti, 144 avamposti illegali, circa mezzo milione di coloni abusivi.

E mentre all’Aja, dinanzi alla Corte penale internazionale, Israele cerca di difendersi dall’accusa di genocidio presentata dal Sudafrica, Yonatan ci conferma che “la vendetta contro Hamas e il rumore della guerra condotta da Israele de facto sta aiutando i coloni a costruire nuovi avamposti con meno pressione internazionale”. Aggiunge come si stia assistendo “a un aumento del coinvolgimento dei coloni nella sicurezza e nelle decisioni civili legate alla vita dei palestinesi in Cisgiordania. Una tendenza emergente dalla fine di ottobre è la prevenzione dell’apertura di strade per l’uso dei veicoli palestinesi e la chiusura degli ingressi ai villaggi palestinesi”.

Quale futuro per la regione? La maggioranza della popolazione israeliana è contro la durezza del conflitto. Come movimento di cittadini per la pace Peace now ci dice, infine, Yonatan “pensiamo che l’unica soluzione sia quella dei due Stati, compreso il ritiro di Israele dalla Cisgiordania”.

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