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Cisgiordania, coloni scatenati. La denuncia di un’ong israeliana
Lo scorso 8 settembre, dodici Paesi hanno annunciato nuove sanzioni commerciali contro i territori israeliani in Cisgiordania occupata, denunciando un contesto in rapido deterioramento segnato dalle crescenti incursioni dei coloni contro la popolazione locale. In un documento congiunto, le cancellerie firmatarie, tra cui Londra e Parigi, affermano che “le azioni del Governo israeliano in Cisgiordania stanno minando la possibilità di una soluzione a due Stati”, sostenendo che ci si trovi di fronte a “livelli senza precedenti di violenza dei coloni e di espansione degli insediamenti”.
In questo contesto, l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani (Onhcr) ha pubblicato a fine mese un rapporto aggiornato (A/Hrc/63/20) relativo al database delle imprese coinvolte in attività economiche nei territori palestinesi occupati. L’elenco comprende 214 aziende, provenienti da 11 Paesi.
Parallelamente, l’Ufficio per gli affari umanitari (Ocha) ha rivelato che tra gennaio 2023 e agosto 2026 sono stati registrati oltre 6.190 attacchi dei coloni in Cisgiordania. I dati sono stati corredati da una mappa che traccia l’espansione degli insediamenti illegali, i principali danni strutturali e il numero crescente di sfollamenti forzati che colpiscono soprattutto le comunità beduine e di allevatori.
A ciò si aggiunge la corsa ad appropriarsi dei siti e rivendicarne il valore storico che, secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, fa parte di uno sforzo più ampio per “rafforzare i legami storici, culturali e religiosi dello Stato di Israele e del popolo ebraico con la Cisgiordania”.
Tutto questo si inserisce in un quadro di crescente tensione, dove le agenzie Onu e gli organismi per i diritti umani denunciano un costante aumento delle violenze dei coloni israeliani, nonostante i loro insediamenti siano illegali secondo il diritto internazionale.
Una preoccupazione ribadita dal segretario generale António Guterres, nel suo discorso di apertura della 81ª Assemblea generale dell’Onu, appena conclusasi a New York: “La violenza, gli sfollamenti e l’espansione degli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata - ha dichiarato - stanno alimentando lo spettro della pulizia etnica. Non possiamo permettere che la soluzione dei due Stati scompaia sotto i nostri occhi”.
Per comprendere meglio quanto sta accadendo abbiamo intervistato Yair Dvir, portavoce di B’Tselem, Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati (la foto sopra è tratta dal sito dell’ong).
Le forze israeliane e i coloni continuano a lanciare attacchi quasi quotidiani in tutta la Cisgiordania occupata, mentre il partito di Netanyahu corteggia i voti dei coloni a meno di un mese dalle elezioni. Cosa sta succedendo in Palestina?
Ciò che sta accadendo in Palestina, sotto gli occhi del mondo intero, è un progetto sistemico guidato dallo Stato di Israele. L’obiettivo è eliminare la collettività palestinese in quanto tale, smantellando le condizioni fondamentali di cui questa società ha bisogno per autosostenersi sulla propria terra, e stabilire il controllo ebraico-israeliano su tutto il territorio. Israele sta portando avanti questo disegno, intensificando la violenza, attraverso la pulizia etnica, l’appropriazione indebita di terre, lo strangolamento economico, gli attacchi alle istituzioni sociali e politiche, le restrizioni alla libertà di movimento che frammentano lo spazio geopolitico palestinese.
Nel vostro recente rapporto descrivete lo smantellamento sistematico della vita collettiva palestinese in Cisgiordania. Esiste il rischio di una “nuova” Intifada?
Esiste il rischio di un’escalation di violenza, ma dobbiamo comprendere che la catastrofe è già in atto. L’eliminazione della collettività palestinese non è un monito per il futuro; è un processo in corso. I palestinesi vengono attaccati ogni giorno, le comunità vengono espulse e l’economia sta collassando.
Il rapporto citato (pubblicato a settembre, disponibile online) analizza la realtà attuale non come una serie di incidenti isolati o danni specifici, ma come parte di un meccanismo complessivo volto a smantellare le condizioni per la sopravvivenza dei palestinesi in Cisgiordania, consolidando in modo irreversibile il controllo e la supremazia ebraica. Tutto ciò sta accadendo a un ritmo accelerato, mentre il mondo resta a guardare.
Vista dall’Italia, l’ambizione politica dell’attuale Governo Netanyahu di cancellare la Palestina sembra inarrestabile. È davvero così?
Sotto l’attuale Governo, l’eliminazione della collettività palestinese sta procedendo al ritmo più rapido e violento di sempre. Dobbiamo però ricordare che si tratta di un progetto di lunga data, risalente alla sua stessa fondazione: smantellare e frammentare l’esistenza palestinese, creando al contempo una presenza e un controllo ebraico-israeliani permanenti e contigui su tutto il territorio. Per perseguire tale obiettivo, Israele vieta alle comunità locali di costruire case, strutture agricole o edifici pubblici. Impedisce loro di muoversi e commerciare. Non permette l’allacciamento alle reti idriche ed elettriche, né la costruzione di strade. Quando i palestinesi vi provvedono per necessità, Tel Aviv demolisce le strutture o distrugge i raccolti. Questo fa parte di un tentativo di costringere gli abitanti di queste comunità a sradicarsi, apparentemente di propria volontà. Se vogliamo davvero fermare tutto questo, dobbiamo avere una visione d’insieme: si tratta di un regime di apartheid che mira a eliminare la collettività palestinese. La comunità internazionale deve quindi agire contro il sistema stesso, non solo contro i singoli individui.
Nei media europei si parla poco dell’uso sistematico dell’incitamento all’odio nei confronti dei palestinesi. Quanto incide questa narrazione sulla possibilità di cambiare rotta e tornare alla “soluzione a due Stati”?
La disumanizzazione dei palestinesi nella narrativa dominante israeliana è il fattore centrale che ha permesso al “regime” di mantenere, per decenni, un sistema di apartheid, discriminazione e controllo militare. Questo discorso non si limita alle parole, si traduce in politiche e crimini concreti. Tuttavia gli atteggiamenti umani possono cambiare quando cambia il sistema politico. Un sistema che non si basa più sulla supremazia, ma su una democrazia autentica - fondata su giustizia, libertà e uguaglianza per ogni persona che vive qui - saprà produrre anche un discorso radicalmente diverso.
Enrico Vendrame



