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Gaza tre anni dopo: senza un domani, ma non senza speranza. La testimonianza del reporter Asem Alnabih

Abbiamo raccolto la testimonianza diretta da Gaza di Asem Alnabih che vive e documenta quotidianamente la realtà del terreno, tra la pressione delle dinamiche belliche e la tenuta della dignità umana. Asem è reporter da Gaza per Alaraby Tv e prima del 7 ottobre lavorava per la municipalità di Gaza

A tre anni dall’inizio dall’invasione militare israeliana a Gaza, la Striscia si presenta come un territorio profondamente ridefinito nella sua geografia fisica e umana. L’avanzamento della cosiddetta “Linea gialla” - l’area costiera rimasta sotto il controllo di Tel Aviv a seguito del cosiddetto “cessate il fuoco” di un anno fa - e la creazione di ampie zone cuscinetto controllate delle forze armate israeliane (Idf) hanno ridotto ai minimi termini lo spazio vivibile per oltre due milioni di palestinesi, relegando la popolazione a una condizione di perenne sfollamento interno.

In questi giorni sono state diffuse foto comparative geospaziali della Striscia che mettono in luce la vasta portata della guerra dal 7 ottobre 2023 con vasti accampamenti accanto ad enormi cumuli di macerie, con i terreni agricoli costieri inaccessibili per i gazawi.

Il recentissimo rapporto “Developments in the economy of the Occupied palestinian territory”, dell’organismo delle Nazioni Unite che si occupa di commercio e sviluppo evidenzia, inoltre, le estreme difficoltà economiche di Gaza e Cisgiordania. Per ricostruire la Striscia dopo la guerra si stima servirebbero 71,5 miliardi di dollari. Finora il Board of peace per Gaza, costituito formalmente lo scorso gennaio durante il Forum economico di Davos, ha annunciato un piano di 2,45 miliardi senza l’avvio in concreto di alcuna attività.

Le agenzie Onu denunciano come il tessuto dell’enclave sia quasi totalmente collassato, rendendo la sopravvivenza della popolazione interamente dipendente dagli aiuti umanitari internazionali, la cui entrata rimane fortemente limitata.

In questo quadro di dissoluzione delle infrastrutture urbane e amministrative, la vita quotidiana si consuma nella precarietà dei campi profughi improvvisati e tra le macerie degli edifici bombardati. Alla vigilia di un nuovo inverno, le carenze strutturali in materia di alloggi, reti fognarie, salute e sicurezza alimentare rischiano di innescare un’ulteriore crisi umanitaria ed epidemiologica. Ciononostante, emergono tentativi sistematici di ricucire il tessuto sociale, a partire dalla faticosa ripresa delle attività educative per centinaia di migliaia di bambini, pur in un contesto in cui la linea di demarcazione tra zona di guerra e vita civile rimane del tutto inesistente.

Abbiamo raccolto la testimonianza diretta da Gaza di Asem Alnabih che vive e documenta quotidianamente la realtà del terreno, tra la pressione delle dinamiche belliche e la tenuta della dignità umana. Asem è reporter da Gaza per Alaraby Tv e prima del 7 ottobre lavorava per la municipalità di Gaza.

Asem, come sta?

Sto come può stare chiunque a Gaza, dopo questi tre anni. Lavoro ogni giorno come reporter, muovendomi per la città, incontrando le persone e documentando le loro storie. A volte il lavoro aiuta, perché mi dà uno scopo e mi tiene in movimento, ma, allo stesso tempo, ogni servizio mi espone a un ulteriore livello di sofferenza. La cosa più difficile è che ci siamo abituati a realtà che non dovrebbero mai diventare la norma.

Come ci si sta preparando all’arrivo delle prime piogge e del freddo dopo il caldo estivo?

Si cerca di riparare le vecchie tende con pezzi di nylon, corde e qualsiasi materiale di fortuna recuperabile. Altri tentano di chiudere le finestre rotte e le crepe negli edifici danneggiati, prima che arrivi la pioggia. Molte famiglie, tuttavia, non hanno i mezzi né il denaro nemmeno per fare questo. Le agenzie umanitarie continuano ad avvertire che le tende deteriorate e le strutture lesionate non sono pronte ad affrontare un altro inverno, mentre le restrizioni all’ingresso dei materiali da costruzione e da riparo restano severe. (l’Oms ha dichiarato nei giorni scorsi che gli aiuti autorizzati possono entrare a Gaza solo attraverso Kerem Shalom, all’estremità meridionale del territorio, e che gli stessi sono limitati, ndr).

Quali sono i bisogni più vitali e urgenti oggi per i gazawi?

L’alloggio è, forse, il bisogno più urgente con l’approssimarsi dell’inverno, ma non si può separare la questione del riparo da quella dell’acqua, dei servizi igienico-sanitari, del cibo, dell’assistenza medica e dell’energia elettrica. La popolazione necessita di sistemazioni temporanee adeguate, non di un ennesimo ciclo di tende. Servono coperte, materassi, abiti invernali e materiali per riparare le abitazioni parzialmente danneggiate. Occorrono, inoltre, sistemi fognari e di drenaggio funzionanti, poiché all’arrivo delle piogge intense i campi sfollati rischiano di allagarsi rapidamente con acque piovane miste a liquami. Le ultime valutazioni sui siti di sfollamento hanno già evidenziato strutture danneggiate, scarso drenaggio, servizi igienici insicuri e gravi rischi legati alle acque reflue.

Dopo tre anni di interruzione, le attività scolastiche sono riprese “senza” bombardamenti continui. Può essere considerato un segno di speranza?

La guerra, in realtà, non si è mai fermata e nemmeno i bombardamenti. I bambini tornano a studiare, mentre i raid aerei israeliani e gli altri attacchi proseguono. Quando vediamo un bambino con la cartella, a Gaza, quel bambino non sta necessariamente camminando verso un luogo sicuro. Inoltre, questo ritorno all’istruzione è ben lontano dall’essere completo: circa 400 mila bambini sono ancora privati dell’insegnamento in presenza. Molti di coloro che sono tornati, non frequentano le scuole che conoscevano, ma studiano in spazi di apprendimento temporanei, tende o edifici danneggiati, spesso con risorse estremamente limitate. Come reporter, ritengo si debba fare molta attenzione all’uso della parola “normalità”. Non c’è nulla di normale in un bambino che va a lezione sotto i bombardamenti o che studia in una tenda perché la sua scuola è stata distrutta. La definirei speranza, sì, ma una speranza sotto il fuoco!

Quanto è fondamentale l’istruzione per i bambini rimasti orfani a causa della guerra?

L’istruzione non è una questione secondaria, a Gaza: è un tassello fondamentale per la ricostruzione della stessa società palestinese. Migliaia di bambini hanno perso i genitori, i parenti, le case e anni di infanzia. Hanno bisogno di sostegno psicologico, stabilità e della percezione che il loro futuro non sia stato del tutto cancellato. Un’aula scolastica può restituire a un bambino qualcosa di estremamente prezioso, dopo anni di caos: la routine. C’è un insegnante, un orario, i compagni, i compiti e qualcosa a cui pensare per il domani. Se vogliamo che questi bambini diventino adulti capaci di ricostruire Gaza e la Palestina, l’istruzione deve essere messa al centro del processo di ripresa, e non rinviata a quando la ricostruzione materiale sarà mai completata, cioè mai.

Molti terreni agricoli e da pascolo si trovano ora oltre la cosiddetta “Linea gialla”. Come fa la popolazione a sopravvivere?

Secondo le ultime valutazioni della Fao, solo il 3% circa delle terre coltivabili di Gaza è accessibile e privo di danni. L’espansione verso ovest della cosiddetta “Linea gialla” è stata la causa principale della perdita di terreno agricolo fruibile. Per gli agricoltori, questo significa perdere sia la fonte di sostentamento alimentare sia il reddito. Alcuni cercano di coltivare piccolissimi appezzamenti ancora disponibili; altri prendono in affitto terreni, improvvisano fertilizzanti o piantano ortaggi ovunque sia possibile. Ma l’agricoltura necessita di acqua, sementi, concimi, macchinari, elettricità e un accesso sicuro. Quando questi elementi mancano, la sopravvivenza diventa sempre più dipendente dal cibo importato e dall’assistenza umanitaria.

Può condividere una storia di speranza e resilienza incontrata nel suo lavoro di reporter?

Durante un servizio ho incontrato Ayat, una studentessa di medicina di 18 anni. Portava con sé un computer portatile nel luogo in cui studiava, nonostante lo schermo fosse del tutto distrutto. Le chiesi perché portasse un computer inutilizzabile. Mi spiegò che caricava il laptop ogni volta che c’era disponibilità di corrente elettrica, per poi usarlo di notte come power bank per ricaricare il telefono, il vero strumento che utilizzava per studiare.

Qual è il suo desiderio più grande a quasi tre anni dall’inizio del conflitto?

Il mio desiderio più grande è molto personale e semplice: voglio riabbracciare mia figlia, Furaat, di cinque anni e mezzo. Una volta ho scritto che, dopo tutto questo tempo trascorsi lontani, il mio sogno rimane lo stesso: poter sentire di nuovo il profumo dei suoi capelli. Può sembrare un desiderio da poco, ma dopo anni di guerra e separazione si comprende quanto siano preziose le cose più semplici. Stringere il proprio figlio, sedersi con la propria famiglia, sapere che le persone amate sono al sicuro: queste cose sono diventate sogni per tantissimi palestinesi. E, forse, il mio augurio per la Palestina non è molto diverso. Desidero che i nostri bambini tornino ad avere sogni normali. Voglio che Furaat, e ogni bambino palestinese, crescano in un luogo dove la vita non sia definita dalla guerra, dallo sfollamento, dai confini, dai permessi, dalle bombe e dalle separazioni. I palestinesi hanno trascorso troppi anni a chiedere le cose più elementari: vivere, muoversi liberamente, tenere unita la propria famiglia, costruire una casa senza doversi chiedere quando verrà distrutta.

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