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L’intervento: Milano Cortina 26, Olimpiade, pace e diritti umani

Antonella Stelitano, giornalista e scrittrice, spiega come lo sport vada “vissuto e valorizzato tenendo conto che, anche quando non è possibile fermare le guerre, può comunque sempre promuovere un modello civile di convivenza”

Da anni l’avvio dei Giochi olimpici porta inevitabilmente l’attenzione sul tema della pace, facilitato peraltro dalla circostanza che dal 1993 l’Assemblea generale dell’Onu lancia un appello agli stati membri affinché, in occasione della celebrazione di questo evento sportivo, cessino tutte le guerre in corso.

Non è mai stato conteggiato (o reso pubblico) se, nel quadro dei circa 60 conflitti mediamente esistenti al mondo, la tregua sia stata rispettata. Nei fatti, sappiano che così non è avvenuto. Ma sappiamo anche che, proprio l’istituzione di questo appello, ha consentito negli anni di aprire corridoi umanitari, di portare aiuti a popolazioni in guerra, di intavolare tavoli diplomatici, di permettere l’incontro tra leader di Paesi che non si parlavano e talvolta di sospendere temporaneamente alcuni dei conflitti.

Ma se da un lato è utopistico immaginare che lo sport possa fermare le guerre, dall’altro restano straordinariamente valide le parole che Pierre De Coubertin pronunciò a Parigi nel 1892: “Ci sono persone che chiamate utopisti quando parlano della scomparsa della guerra e non avete del tutto torto, ma ce ne sono altri che credono nella graduale riduzione delle possibilità di guerra e io non vedo alcuna utopia in questo... Esportiamo vogatori, corridori, schermidori! Questo è il libero scambio del futuro e il giorno in cui sarà introdotto nei costumi della vecchia Europa, la causa della pace avrà ricevuto un nuovo e potente sostegno”.

Lo sport, dunque, va vissuto e valorizzato tenendo conto che, anche quando non è possibile fermare le guerre, può comunque sempre promuovere un modello civile di convivenza in cui le persone si impegnino per andare a diminuire giorno per giorno quelle situazioni di diseguaglianza che generano contrasti che alimentano le possibilità di conflitti.

Lo sport, sin dall’antica Grecia, ci insegna che è possibile immaginare spazi dove persone diverse tra loro possono stare insieme affrontandosi lealmente e convivendo pacificamente. Dove chi è presente condivide con tutti lo stesso sogno e si impegna ogni giorno per realizzarlo. E ambisce a farlo in maniera leale, nel rispetto delle regole e delle persone, accettando il merito come unica discriminante, peraltro non assoluta perché valida solo fino alla prossima gara. Una dimensione dove si possa stare insieme coltivando sentimenti di amicizia e fraternità, che, poi, diventano di solidarietà quando serve. Un modello di convivenza che riunisce persone che, educate attraverso lo sport, credono di poter migliorare il mondo e renderlo più pacifico.

Perché questo ci dice De Coubertin quando, nel 1894, crea il Comitato olimpico internazionale e gli assegna proprio questa missione, immaginando il ripristino dei Giochi olimpici non come fine ultimo, ma come strumento per realizzare questo ben più alto obiettivo. La Carta olimpica ci dice che lo sport vuole educare i giovani alla gioia dello sforzo, al valore del buon esempio, della responsabilità sociale e del rispetto a livello internazionale dei diritti umani riconosciuti e dei principi etici fondamentali e universali e che “L’obiettivo dell’Olimpismo è quello di mettere lo sport al servizio dell’armonioso sviluppo dell’umanità, al fine di promuovere una società pacifica dove vi sia rispetto per la dignità umana”. Vi è sancito il principio assoluto di non discriminazione, sia essa di razza, colore della pelle, sesso, orientamento sessuale, lingua, religione, opinioni politiche o di qualsivoglia altro tipo, origine nazionale o estrazione sociale o di altro status. Lo spirito olimpico esige mutua comprensione, spirito di amicizia, fratellanza, solidarietà, all’insegna del fair play come modello di comportamento.

Oggi al di là del fascino del richiamo all’antica Grecia, la Tregua olimpica va intesa come obiettivo non limitato nel tempo e nello spazio; come progetto da seminare e alimentare ogni giorno. Un progetto di pace positiva, che comprende non solo l’assenza di guerra, ma un insieme di atteggiamenti, istituzioni e strutture in grado di favorire, creare e sostenere la pace eliminando le diseguaglianze e le discriminazioni.

Non si tratta, pertanto, solo di ambire a fermare la guerra per poche settimane, ma di lavorare costantemente per la pace. E bisogna farlo tutti insieme. Da qui anche l’aggiunta della parola communiter al motto olimpico, che fino al 2021 prevedeva solo le parole Citius, altius, fortius, vale a dire più veloce, più in alto, più forte.

Communiter sta a indicare che la pace si costruisce in ogni palestra, in ogni luogo che ospita atleti e atlete di qualsiasi razza, religione, idea politica senza discriminazione alcuna.

E’ così che ciascuno di loro si trasforma in un costruttore di pace.

Dunque, a chi punta il dito su una Tregua olimpica che forse neanche nel 2026 riuscirà ad essere pienamente rispettata, bisogna dire di guardare oltre quel dito, di aprire lo sguardo all’orizzonte perché lo sport ci vuole insegnare che il rispetto dei diritti è una responsabilità di tutti e ci invita a varcare la nostra soglia, a partire da quella di casa perché è da lì che inizia il lavoro per incontrare gli altri.

(Accademia olimpica Nazionale italiana)

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