È dei giorni scorsi la nota con cui la diocesi di Milano comunicava che il trentaduenne don Alberto Ravagnani...
Educare è una sfida bella!
Ospite del Centro della famiglia, Alberto Pellai, psicoterapeuta, parla di educazione, di libertà e delle ali che i genitori dovrebbero lasciare che i figli si costruiscano. Alzando lo sguardo e facendo squadra con le altre famiglie
Dalle pagine di Famiglia Cristiana risponde alle domande, alle ansie e ai dubbi delle mamme alle prese con le mille sfide quotidiane di crescere dei figli, ma Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha al suo attivo anche molti libri sulle tematiche educative e cura un seguitissimo blog (tuttotroppopresto.it). La settimana scorsa è stato ospite del Centro della famiglia di Treviso, per riflettere su “Libertà e responsabilità per abitare oltre i limiti della propria casa”. Un’occasione per confrontarsi sui temi dell’educazione a partire dall’Esortazione post sinodale di papa Francesco Amoris Laetitia. Un centinaio le persone presenti, tra coppie di genitori, operatori e anche qualche nonno. Ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda sulle sfide educative di oggi.
Quali sono le fatiche più grandi che vivono oggi le famiglie dal punto di vista educativo?
Un’accelerazione significativa della crescita dei figli che vengono sollecitati a fare molte cose troppo presto. E spesso si tratta di azioni, comportamenti, situazioni, sollecitazioni per cui non hanno le competenze emotive e cognitive adeguate per poter gestire tutto ciò che è implicato nelle cose che fanno. E poi la solitudine, l’isolamento in cui ci troviamo spesso a crescere i figli. Non c’è più una “mente adulta” comune, non c’è più un villaggio e manca il concetto di genitorialità sociale nel mondo degli adulti di oggi.
E le risorse a cui possono attingere?
Una risorsa è la propria storia di vita, guardando a che cosa è successo a noi quando eravamo bambini e ragazzi. Ridefinire che cosa ci ha fatto bene, in modo da poterlo proporre ai nostri figli, e cosa invece non ci ha fatto bene in modo da non ritrovarci in quella situazione nel momento in cui siamo genitori, credo sia una grande risorsa. Però significa poggiare il nostro mestiere di genitori su una costante riflessione, rielaborazione della nostra storia di vita. Un’altra risorsa sono le maggiori conoscenze a disposizione su come funziona il cervello dei nostri figli, quali sono i loro bisogni di crescita, che cosa significa mettere a loro disposizione stimoli per la crescita. Abbiamo tanta conoscenza in più e la possiamo utilizzare per essere genitori migliori.
Il Papa, in “Amoris Laetitia”, parla della famiglia come prima scuola dei valori umani in cui si impara l’uso della libertà, per vivere nel mondo la responsabilità e la prossimità. Le nostre famiglie, però, sentono il bisogno di proteggere i propri figli dal mondo “là fuori”. Come stimolare questa apertura?
I nostri figli stanno bene nel momento in cui si sentono protetti e sicuri perché i genitori hanno generato in loro questa sensazione di protezione e sicurezza. Ma devono usare poi questo capitale che hanno dentro di loro per diventare buoni esploratori della vita, del mondo e delle relazioni. Nessun figlio sta bene in una condizione di dipendenza e iperprotezione. Tutti cercano il loro posto nel mondo che non sarà mai quello che il papà e la mamma hanno trovato e pensato per loro. Per i genitori è un prerequisito, da una parte etico e dall’altra connesso alla loro responsabilità educativa, permettere a un figlio di costruirsi un paio d’ali che gli consenta, facendo numerose prove di volo, e a volte sbagliando anche la traiettoria, di individuare qual è la meta per lui importante. E questo lo si raggiunge solo alzando lo sguardo e aprendosi alla curiosità verso gli altri e il mondo.
Come possono i genitori, in particolare con i figli adolescenti, costruire un equilibrio educativo che tenga insieme la necessità di generare fiducia e libertà responsabile e allo stesso tempo lavori su disciplina, regole, correzione? Lei nel suo blog parla di “tiro alla fune” e nell’ultimo libro di “tsunami”… immagini forti...
Un primo aspetto è dare l’esempio. Più che dire ai figli che cosa ci aspettiamo da loro, è importante ispirare il comportamento dei figli attraverso il proprio personale codice comportamentale. Un altro modo molto bello di essere genitori credo sia non tanto insegnare ai figli un “sapere” o un “saper fare” bensì testimoniare un “saper essere” dell’adulto, che rende il percorso verso l’adultità un cammino attraente. Penso che una delle fatiche dei nostri figli oggi sia quella di confrontarsi con adulti molto stanchi, stressati, a volte decisamente tristi e depressi. Essere appassionati alla vita, e dentro alla fatica del “tiro alla fune” far sentire al figlio che “io so chi sono e sono qui per te”, penso sia il modo migliore per dare a un figlio una prospettiva nel suo percorso di crescita, facendogli vedere un traguardo attraente. Se un genitore è una bella persona, è un bell’adulto, un figlio è già protetto “in automatico”.
Riflettendo sul caso del 16enne di Lavagna che si è ucciso perché trovato in possesso di hashish, lei parla della necessità di allenarci a dare parole alle emozioni, come adulti in primo luogo, condividendo, ascoltando, senza spaventarsi. In che modo le famiglie possono non solo condividere la gioia e la festa, ma anche sostenersi nelle difficoltà, o nei momenti di dolore?
L’evoluzione dell’uomo avviene all’interno di meccanismi di cooperazione e non di competizione. Questo è un mondo molto competitivo ma paradossalmente noi stiamo meglio quando facciamo squadra invece che quando cerchiamo di affermare nell’agonismo una posizione di vantaggio. Da sempre, anche nel mondo animale, “fare branco” è una dimensione che protegge, e probabilmente questa è una delle prospettive che gli adulti hanno perso. Siamo molto più isolati, più chiusi nelle nostre case, sentiamo poco gli altri genitori. Mentre i figli hanno un contatto diretto con tutti i loro coetanei, per cui vengono a casa e ci dicono “tutti ce l’hanno” o “tutti lo fanno”, nessuno di noi chiama un altro genitore per confrontarsi. In questo momento avere una dimensione comunitaria, in cui la singola famiglia si confronta con le altre e ricostruisce una zona di “cooperazione adulta” dove si genera un pensiero adulto comune, serve molto ai genitori per non sentirsi soli, per non improvvisare alcune scelte educative. Ma serve anche ai figli perché permette loro di vedere un mondo adulto che li sa pensare in un modo condiviso e in un modo che, allo stesso tempo, protegge e spinge all’esplorazione, senza metterli a rischio.
CHI E'
Alberto Pellai è medico, ricercatore all’Università degli studi di Milano, psicoterapeuta dell’età evolutiva, nonché padre di quattro figli (di cui due femmine). Si occupa di prevenzione in età evolutiva e fa formazione a insegnanti, genitori e professionisti del settore. È autore di molti bestseller per genitori, tradotti anche all’estero, tra cui “Tutto troppo presto” e “I papà vengono da Marte, le mamme da Venere” (scritto con la moglie Barbara Tamborini) pubblicati da De Agostini. E’ appena uscito “L’età dello tsunami. Come sopravvivere a un figlio pre-adolescente”.



