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Influencer: non lasciamo soli i minori su questa strada

Fanno credere ai giovani che studiare e lavorare siano da perdenti, se puoi mantenerti, e anche bene, fotografandoti e postandoti
15/03/2024

Ancora sull’onda del pandoro-gate, si sta iniziando a valutare, forse un po’ più consapevolmente, la tossicità, non solo dell’una o dell’altra/o influencer, ma proprio dello stile di vita che queste persone mostrano e impongono, e del tipo di professione che nel giro di pochi anni ne è uscita.

Innanzitutto, la definizione influencer ha già dentro di sé del negativo: in genere le persone non vogliono farsi influenzare da nessuno e negano di esserlo anche quando palesemente lo sono.

Perché essere ispirati da qualcuno è ben diverso che esserne influenzati: nel primo caso, sei libero, nel secondo no; nel primo caso, resti te stesso, eppure ti evolvi, nel secondo no; nel primo caso, chi ti ispira non ne ha un guadagno, nel secondo sì.

Questi influencer mostrano solo vittorie, soprattutto rispetto alle famose “tre esse” degli oroscopi - soldi, sesso, salute - e, se si mettono in tuta grigia a mostrare la loro fragilità, è per sola “captatio benevolentiae”, tentando di recuperare qualche like.

Chi li segue, inizia in realtà a inseguirli senza mai raggiungerli, credendo che a questo mondo possa esistere un essere umano con una vita senza problemi.

Sì, fanno credere ai giovani che studiare e lavorare siano da perdenti, se puoi mantenerti, e anche bene, fotografandoti e postandoti.

Gli influencer, spesso milionari sconosciuti al fisco, fiutano il business nelle nuove solitudini, offrendo teatrini di sé che comprendono successi, finte difficoltà subito risolte, wedding planner, la triade sempre vincente gatti-cani-figli, vacanze da sogno, sponsor dovunque e pseudo-battaglie per i diritti civili (non sociali) per darsi il contegno di chi, da fortunato, non dimentica chi sta peggio.

Ben presto, però, il confronto con la realtà sfocia in frustrazione, rabbia, depressione da parte degli “influenzati”.

“Ho speso 30 mila euro in quattro giorni” annuncia fintamente preoccupata di come arrivare a fine mese G.O., influencer bolognese classe 2002, anche se poi qualcuno nota che due uscite da oltre 8 mila euro in realtà non sono spese pazze, ma due trasferimenti su altro conto bancario, semplicemente per impressionare i follower.

A onor del vero, c’è chi, come la 41enne Clio Zammatteo, questa volta la cito perché inconfondibilmente veneta, anzi bellunese, e partita tra le prime, sapendo fare qualcosa, cioè l’estetista (quindi, forse più correttamente, imprenditrice sul web prima di influencer), dichiara di avere oggi la responsabilità di persone che contano su di lei per lavorare, ma che le cose sono completamente cambiate e in peggio: “Se lo avessi saputo nel 2008, non avrei nemmeno cominciato...”.

Non so se esista o se esisterà un modo per normare e normalizzare tutto questo, vedo, però, esiti devastanti se bambini e ragazzi vengono lasciati soli a guardare questa gente per ore, crescendo, letteralmente, sulla peggiore delle strade, senza essere mai usciti un’ora all’aria aperta.

Il problema sono solo gli influencer, i minori influenzati o gli adulti che tengono la testa sotto la sabbia?

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