Nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno, papa Leone XIV invita ad ascoltare e a digiunare. Anzitutto...
Arti&Mestieri/13. Ilex Mazzarolo e l’amore per il suono delle campane
Un incendio in paese. Il campanaro afferrava la corda, la campana si dimenava e il rintocco a martello innescava una corsa forsennata con secchi d’acqua in un’esplosione di solidarietà. Tempi andati. Ora il progresso ha spinto all’angolo i campanari, dando pieni poteri all’automazione. Ilex Mazzarolo, 80 anni, maestro campanaro non ci sta e, per anni con due colleghi, nella festa del Corpus Domini isola il marchingegno, attacca la corda al battaglio per diventare il direttore di un’orchestra obbediente ai movimenti delle sue braccia. E il parroco di Coste di Maser, don Carlo Velludo, approva.
Suo padre Bepi, classe 1909, è stato campanaro e segrestano di Coste fino al 1963, anno dell’elettrificazione e Ilex, fin da piccolo, ha respirato incenso e interiorizzato la musica delle campane.
Era l’epoca delle questue, unico compenso per Bepi che, con la cadenza dei raccolti, percorreva in lungo e in largo il paese. Pannocchie, uva, uova, salami: erano proprio questi ultimi ad attirare i commenti della moglie Rita quando, accettato un bicchiere di qua e gustatone mezzo di là, il nostro sagrestano tornava a casa storto come un salice sotto la bufera. Un salame era, secondo lei, troppo piccolo, del resto da Tizio non c’era da aspettarsi di più. E questa? Ci vuole un bel coraggio a sbrigarsela con un’“uganega” striminzita. Bepi, intanto, risucchiato dal sonno, se la dormiva con la fronte contro il tavolo. Diritto di critica concesso a Rita che, puntuale, attaccata alle campane, rintoccava feste e lutti, inizio e fine della giornata con il suono dell’Ave Maria. Il tocco del mezzodì veniva spesso lasciato nelle mani di Ilex, della sorella Maria e del fratello ventenne Armando. I genitori, al lavoro altrove, udivano inorriditi e non vedevano l’ora di tornare a casa per riempirli di rimproveri.
Ilex ogni mattina si alzava all’alba per recarsi alla messa delle sei a seguito della madre che un’ora prima aveva già affidato all’aria i tocchi dell’Ave Maria: tanto nel gelido inverno quanto nella fresca estate, il piccolo arrivava in chiesa con gli occhi socchiusi, seguito dal gatto che cercava di infilarsi di soppiatto.
Ricordi, e altri ancora riportano alla memoria il divieto del parroco di suonare le campane a bicchiere. Come no? Un tocco maestoso, possente, ideale per matrimoni e grandi feste. E così alla prima cerimonia solenne ecco Ilex, Giuseppe Carniel e Mino Bastasin, oggi 95enne, pronti a godersela. D’improvviso, al Sanctus, le campane tacciono: un silenzio da brividi per il parroco sull’altare. Bepi, con passi leggeri, testa piegata, guadagna subito la porta per correre verso il campanile, urlando: “El piovan no el voe”, ma ormai la festa è iniziata, le campane scendono, i battocchi fermi verso l’alto da un quarto d’ora fanno concerto. Applausi scrosciano. Del parroco meglio non dire.
Racconta divertito Ilex, che, a tratti commosso, passa da un fatto a un altro: un’occhiata alla finestra e, con il dito puntato verso la chiesetta di San Giorgio sull’omonimo colle, tira fuori altri ricordi. Le campane di Coste un tempo erano tre, le stesse di oggi: la grande di 11 quintali, di sette la media e di 5,80 la piccola, datata 1829. Lassù nel campanile di legno una sola campana: nessun concerto, dunque, per la festa del santo, il 23 di aprile. I campanari non si davano pace: diamine, una soluzione doveva pur esserci. Senza farsi impressionare da difficoltà e fatica, ogni anno facevano scendere dal campanile la campana meno pesante, la appoggiavano sul carro in attesa, con l’armonium già sul groppone. Ci pensava l’asino a trascinare il carico fino alla chiesetta: giorni di lavoro prima e dopo l’evento, ma la festa riscaldava i cuori, catturava fedeli da ogni luogo.
“Dopo di me il diluvio” è una frase attribuita al re di Francia Luigi XV, non sarà così per le campane di Coste di Maser perché la passione e la generosità di Ilex sono contagiose: Leo Carniel, poco più che cinquantenne, ha imparato l’arte e oggi nelle grandi occasioni lo sostituisce. Ilex non sale più sui campanili, ha abbandonato scale e celle pericolose, anche se le osserva con affetto.
Del resto le soddisfazioni avute sono presenti come figlie da coccolare. È salito sul campanile di Breganze, uno dei più alti d’Italia, ha fatto cantare le campane dell’Abbazia di Pomposa per i 950 anni del campanile, quelle della cattedrale di Verona e di decine di chiese, è in contatto con le scuole di campanari. Non tira su più le corde, ma canta nel coro e partecipa a iniziative.
Durante le festività natalizie, una bella squadra di quasi un centinaio di persone percorre le vie del paese cantando e suonando. Ilex c’è con la sua fisarmonica. Entusiasti gli abitanti lasciano fornelli e televisione, escono con brulè, dolcetti e quello che la fantasia inventa. E festa sia. E comunità sia.



