È dei giorni scorsi la nota con cui la diocesi di Milano comunicava che il trentaduenne don Alberto Ravagnani...
Groenlandia terra contesa
Dall’inizio dell’anno, la Groenlandia ha riscosso una crescente attenzione mediatica, a causa delle affermazioni del presidente americano. Donald Trump ha, infatti, dichiarato di voler fare in modo che la Groenlandia diventi parte degli Stati Uniti, con minacce di nuove tariffe per i Paesi che vi si oppongono, e persino di conquistarla con la forza militare. Un pasticcio transatlantico.
La Groenlandia fa parte fa parte del regno di Danimarca, di cui è stata una colonia per molti anni, fino alla seconda metà del secolo scorso (1953) e solo dal 1979 ha ricevuto una parziale autonomia, rimanendo comunque sotto il controllo danese. Per circa l’80% ricoperta da ghiacciai, la maggior parte dei suoi 57 mila abitanti vive lungo la costa. Oltre il 90% della popolazione è protestante, mentre il restante è laico, o appartiene a minoranze religiose.
Gli Inuit - quasi il 90% della popolazione - discendenti dal popolo Thule, che si insediò tra il 1200 e il 1400 d.C., hanno vissuto per centinaia di anni isolati. Negli ultimi decenni interessi economici stanno minando la loro storia di pace e cultura filosofica, di stretta relazione con l’ambiente.
Da trent’anni in Groenlandia
Dalla sua “Red house”, situata a Tasiilaq (sulla costa sud-orientale dell’isola di Ammassalik, nella Groenlandia orientale), Robert Peroni, 82 anni, alpinista e scrittore bolzanino che da 30 anni ci vive, impegnato in un progetto di turismo sostenibile tra nevi e ghiacci, ci racconta come in si stanno vivendo le minacce di Trump.
“Il problema è enorme, direi - esordisce con voce bassa Robert - perché da 10 anni i diversi Governi che si sono succeduti hanno cercato di prelevare le risorse che ci sono sottoterra: minerali, petrolio, gas, oro, diamanti... Grazie a Dio finora non è ancora successo niente o ben poco. Dopo la Seconda guerra mondiale, c’è stato per un periodo l’estrazione di ivigtut (minerale di criolite necessario per la produzione di alluminio) e nient’altro. Al momento, abbiamo dei problemi enormi, con Donald Trump che vuol assolutamente avere la Groenlandia, anche per il sottosuolo. Non solo, dunque, come strategia di politica estera americana ma, soprattutto, per quanto si stima ci sia sotto i ghiacci perenni, che vi via si stanno sciogliendo. Sarebbe un grande problema, per noi, avere qui gli americani che scavano e trivellano ovunque, per cercare oro, uranio, petrolio, e così via”.
Gli chiediamo cosa pensi la gente rispetto alla posizione americana. Robert ci racconta che “la gente qui non capisce. Dice di non voler badare quel che dice. La loro natura mite non li porta a ribellarsi, amano la libertà e si occupano poco di geopolitica. Hanno una filosofia di vita diversa dalla nostra. La loro storia racconta di un popolo pacifico, che non ha mai fatto una guerra e quindi la prospettiva di un coinvolgimento in diatribe internazionali rappresenta qualcosa di ignoto. Gli Inuit si sono adattati alle rigide condizioni atmosferiche, conformando il loro stile di vita alla caccia e alla pesca con un’economia su piccola scala e consolidando tradizioni e costumi tramandati per generazioni”.
La Groenlandia è grandissima, aggiunge Robert, “però le aree abitate sono minime, molto minime. Abbiamo la costa orientale, che definirei primitiva e semplice, la costa occidentale meridionale, dove troviamo anche la capitale, Nuuk, che da sola ospita circa un terzo della popolazione, e quella centrale, più vicina al Circolo polare artico. È nella capitale che si fa politica. Qui, dove mi trovo io, siamo lontani da tutto e da tutti”.
Il rapporto con la Danimarca
La colonizzazione danese ha portato alla perdita di identità degli Inuit, che hanno dovuto abbandonare i propri villaggi per trasferirsi in città. Questo sradicamento ha segnato il Paese, in passato, per un alto numero di suicidi. Oggi le condizioni di vita stanno migliorando.
“Gli inuit - ci tiene a precisare il nostro interlocutore - sono un popolo mite, gentile e amichevole. Accettano il passaggio delle varie fasi della vita con molta serenità. È un popolo pacifico per cultura e per indole. Sopravvivere, qui da noi, non è facile. Arrivano 4-5 navi all’anno. D’inverno, si arriva ad avere una coltre di neve anche oltre i 10 metri, con un solo volo in elicottero a settimana, se funziona”. Le generazioni più giovani nella parte occidentale stanno vivendo la transizione dalla caccia alla vita urbana e alla crescita del turismo, ma anche rispetto agli interessi esterni sul Paese.
Invece, “i giovani della parte orientale non sanno ancora dove andare. Sono disorientati. Hanno tante difficoltà. Qui la gente non vede il futuro, è molto semplice. Conoscono al massimo domani e dopodomani... ma non di più. Nella costa occidentale c’è una parte della popolazione che spingeva per l’indipendenza dalla Danimarca. Ma la domanda è: dove andare? La stragrande maggioranza della popolazione non vuole diventare americana, anche se gli americani da quasi un anno, dopo la nomina di Trump, stanno facendo forte pressioni, anche attraverso dei sussidi a fondo perduto. Nella situazione attuale sembra prevalere un riavvicinamento alla Danimarca”.
L’eredità coloniale continua ad essere sentita. Peroni ci conferma che la Danimarca “ha fatto di sicuro tanti danni, ma anche del bene. A partire dal 2009, ha concesso maggiore autonomia alla Groenlandia permettendo un rafforzamento dell’identità e di indipendenza culturale. Nonostante una maggiore autonomia, i problemi rimangono. Sono forti anche le differenze tra chi vive in città e chi vive isolato in qualche fiordo, chi può accedere quotidianamente ad internet e chi utilizza ancora strumenti che si perdono nella notte dei tempi. Si deve considerare, tuttavia, che è difficile fare del bene per chi è talmente lontano dalla nostra realtà (almeno 5 ore di volo aereo diretto da Copenaghen, se non decine di giorni di viaggio in nave, ndr)”.
“Stregato da questo popolo”
In questa appassionante dialogo non è mancata la domanda su cosa abbia stregato il nostro interlocutore di questa terra e di questo popolo. Con una modulazione di voce più sostenuta Robert si confida di “essere stato accolto a braccia aperte... Era forse perché venivo dall’alta montagna che mi sono sentito subito vicino a questo popolo. E poi mi sono innamorato proprio della gente”. Continua raccontando di “essere arrivato come alpinista a fare vette, a fare pareti, a fare sci estremo, però ho capito presto che c’era qualcosa che mi chiedeva di avere una prospettiva diversa. Ho cominciato a conoscere un popolo incredibile, che ha sopravvissuto per migliaia di anni senza contatti con altri mondi. Mi ha affascinato la sua storia incontaminata, la filosofia della vita”.
Con una buona autonomia dalla Danimarca, la Groenlandia ha vissuto una stagione di pace. Fino a oggi. Cosa pensa la popolazione di questo interesse per lo sfruttamento minerario del Paese? “Nel marzo dello scorso anno gli Stati Uniti avevano già cercato di comprare i groenlandesi, facendo arrivare 10 mila dollari a persona. Alcuni si sono anche fatti accecare da questo denaro facile... Trump vorrebbe comprare il popolo e la sua terra. Penso sia vergognosissimo!”. Raccontandoci del Paese risulta evidente la presenza di significativi depositi di uranio e terre rare, in particolare nel giacimento di Kvanefjeld (parte meridionale), ma il Governo locale ha sinora scelto di limitarne l’estrazione. Nonostante le potenzialità economiche per l’indipendenza dalla Danimarca, le preoccupazioni ambientali hanno portato a un blocco estrattivo nel 2021 condiviso dalla popolazione.
La gente vuole la libertà
Meglio la libertà o i soldi di Trump?, chiediamo a Peroni. “La logica - ci risponde - è che la gente vuole la libertà dalla Danimarca e dagli Stati Uniti. Accettano collaborazione esterna senza rinunciare alla libertà”. Sottolinea, poi, come oggi la gente goda dei benefici della democrazia sociale danese come la sanità e le scuole gratuite, mentre con gli americani tutto potrebbe cambiare: “Attualmente, dipendiamo per oltre un terzo delle spese dal contributo della Danimarca pari a circa 1,5 miliardi di dollari all’anno. Se dovessero mancare queste risorse non saprei dove potremmo andare”.
Il sistema economico attuale, infatti, soffre di una cronica mancanza di diversificazione, dato che la maggior parte delle esportazioni è costituito da prodotti ittici, a cui si aggiungono le entrate del turismo. Se nella capitale Nuuk gli standard di vita sono simili a quelli europei, negli insediamenti remoti i salari sono molto più bassi. A ciò si aggiunge una crisi demografica, causata dall’invecchiamento della popolazione e dalla fuga di cervelli verso la Danimarca, compensata, in parte, da un’immigrazione proveniente dall’Asia per coprire la carenza di manodopera.
Peroni ci racconta che nella “nella complessa situazione attuale” ha “fiducia che la Groenlandia rimanga neutrale, magari con una presenza militare”. Attualmente le spese per la difesa, così come quelle per la giustizia, sono finanziate da Copenaghen.
Nelle ultime settimane, con le dichiarazioni sempre più pressanti del presidente Trump sulle sue mire di espansione, migliaia di persone sono scese in piazza per esprimere il proprio dissenso all’acquisto forzoso della Groenlandia. Dopo che Trump, intanto, ha annunciato di voler imporre nuovi dazi verso gli otto Paesi europei che hanno inviato un contingente militare a difesa dell’isola, Francia e Canada hanno aperto venerdì 6 febbraio un consolato in Groenlandia, in segno di avvicinamento con il territorio semi-autonomo danese.
La conversazione si chiude con una previsione del nostro interlocutore sul futuro. “Io credo che la paura di una possibile aggressione americana sia un fatto che ci sta avvicinando ancora di più alla Danimarca. Vediamo un po’ come si svilupperà la situazione nei prossimi mesi”.
Enrico Vendrame



