giovedì, 08 gennaio 2026
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Onè, chiude il centro accoglienza, lettera aperta del sindaco: “Quando restano solo le chiavi del Comune”

Sommadossi: “ La chiusura del Centro di accoglienza straordinaria inizio di una pressione ancora più forte. Noi continueremo a fare la nostra parte”, ma serve sforzo collettivo e più ampio

Ci sono giorni in cui amministrare un Comune significa firmare delibere, partecipare a riunioni, discutere di bilanci. E poi ci sono giorni, sempre più frequenti, in cui amministrare significa aprire il bagagliaio dell’auto, caricare zaini, seggiolini, qualche borsa tenuta insieme alla meglio, e cercare una soluzione per una famiglia che, da un momento all’altro, non ha più una casa.

Succede la sera. Succede nel fine settimana.. Succede quando arrivano le telefonate dei Carabinieri, quando qualcuno segnala che c’è una madre con dei bambini in strada o una persona fragile che non può stare sola.

In quei momenti non esistono circolari o rimpalli di competenze. Esiste una sola domanda: dove dormono stanotte. Questa non è un’eccezione.

È diventata una routine. Scrivo da un Comune di circa 6.000 abitanti. Una comunità piccola, con risorse limitate, con un Servizio Sociale composto da poche persone che ogni giorno si occupano di anziani soli, famiglie fragili, minori in difficoltà, disabilità, povertà. Una comunità che, come tante altre, ha ospitato per anni un Centro di Accoglienza Straordinaria. Il CAS del nostro territorio ha ospitato 75 persone. Al 31 dicembre 2025 ha chiuso.

Ma la chiusura non è stata un punto finale. È stata l’inizio di una pressione ancora più forte.

Negli ultimi giorni dell’anno, mentre il CAS si avviava alla chiusura, alle porte del Comune si sono presentate persone che avevano cessato le misure di accoglienza: una madre con tre bambini, una mamma con una bambina piccola e in stato di gravidanza, un ragazzo con disabilità che non può vivere da solo.

E questi sono stati solo gli ultimi casi. Nell’ultimo anno e mezzo, prima ancora di quelli arrivati negli ultimi giorni dell’anno, il nostro Comune ha già dovuto gestire altri cinque casi complessi, sempre legati all’uscita dal CAS o alla cessazione delle misure di accoglienza. Vengono da noi non per scelta, ma perché la residenza anagrafica è qui. Vengono da noi perché la legge lo prevede. Ed è qui che nasce la frattura. Dal punto di vista giuridico è corretto. Dal punto di vista morale è comprensibile. Ma dal punto di vista etico e sistemico non lo è. Perché un piccolo Comune non può automaticamente diventare il punto di atterraggio di tutte le fragilità che il sistema non riesce più a gestire in modo strutturato.

Negli ultimi anni l’Italia ha accolto centinaia di migliaia di persone. È un fenomeno complesso, che prescinde dalle opinioni personali e che ha richiesto, e continua a richiedere, uno sforzo collettivo.

In questo contesto, molti Comuni si sono fatti carico dell’accoglienza ospitando i CAS, spesso in territori piccoli, talvolta osteggiati dalla popolazione, trasformando di fatto Sindaci e amministrazioni locali nei parafulmini di un sistema che scarica a valle le sue tensioni. È accaduto anche nel nostro caso, in un Comune di circa 6.000 abitanti, dove l’accoglienza è stata garantita nonostante le difficoltà e le responsabilità che ne sono derivate.

A questo si aggiunge un altro elemento che merita di essere detto con chiarezza. I Comuni non vengono interpellati nella fase di apertura dei CAS, né coinvolti nelle scelte iniziali che li riguardano.

Tuttavia, sono poi chiamati in causa pienamente nella gestione delle ricadute sul territorio: sociali, abitative, economiche, amministrative.

È una responsabilità che arriva dopo, ma che è totale. E che ricade su enti che non hanno avuto voce nella fase decisionale, ma che si trovano a dover rispondere, ogni giorno, ai bisogni concreti delle persone e alle legittime preoccupazioni delle comunità locali. Esiste un sistema di seconda accoglienza, il SAI, ma non sempre è in grado di intercettare o sostenere le fragilità più complesse. In un caso, a seguito del rifiuto di un progetto SAI, una madre e sua figlia sono state accompagnate in treno fino al nostro Municipio dal Comune sede del progetto, perché qui risultava l’ultima residenza. Con loro, anche la richiesta di rimborso del biglietto.

Con la chiusura del CAS e con le cessazioni già disposte e quelle che continueranno nei prossimi mesi, il rischio è concreto: famiglie, minori e adulti vulnerabili ricadranno potenzialmente sui Servizi Sociali dei Comuni.

E questo genera uno sbilanciamento profondo del welfare locale. Nel corso del 2025, per pochi nuclei familiari, sono state sostenute spese per qualche centinaio di migliaia di euro, coperte con grande senso di responsabilità dalle istituzioni locali. Era necessario farlo. Era giusto intervenire. Una comunità mamma-bambino costa circa 90 euro al giorno per ciascun minore e 45 euro per il genitore. Progetti spesso lunghi e inevitabili, che assorbono risorse importanti.

Risorse che, in un Comune piccolo e all’interno di un sistema di welfare locale e distrettuale, avrebbero potuto essere utilizzate anche in altri modi, per esempio per rafforzare servizi ordinari o abbassare le rette delle case di riposo. Non è una contrapposizione tra fragili. È una constatazione dolorosa. Quando il welfare locale viene costretto a lavorare solo sull’urgenza, perde equilibrio, andando contro un principio costituzionale di uguaglianza e imparzialità. E quando perde equilibrio, qualcuno resta inevitabilmente indietro. Le amministrazioni locali sono spesso le più capaci di trovare soluzioni, perché sono radicate nel territorio, lo conoscono, conoscono le persone e le reti informali.

Ma proprio per questo non possono essere lasciate sole. Per questo non siamo rimasti fermi. Abbiamo scritto al Ministero dell’Interno, facendo squadra con gli altri Sindaci attraverso il Comitato e la Conferenza dei Sindaci dell’ULSS. La richiesta è chiara: servono fondi strutturali per la gestione delle fragilità che emergono all’uscita dai CAS e che ricadono sulle amministrazioni locali.

Noi continueremo a fare la nostra parte. Troveremo una sistemazione per coloro che giuridicamente e moralmente abbiamo il dovere di assistere in quanto Comune. Come abbiamo sempre fatto. Ma ogni volta che un bambino si addormenta in macchina durante il tragitto verso un riparo di emergenza, ogni volta che una madre entra in Municipio senza sapere dove dormirà la sera, ogni volta che un Comune di 6.000 abitanti si trova da solo a reggere ciò che dovrebbe essere condiviso, qualcosa si è già rotto. Un sistema che funziona non costringe i territori a scegliere chi aiutare e chi no. Non mette in competizione le fragilità. Non scarica il peso su chi ha meno forza. Se questo accade, allora non è più accoglienza. È solo spostamento del problema.

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