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Referendum giustizia, Ceccanti: Sì oltre “le casacche”
A partire da questo numero, il nostro giornale propone approfondimenti sul referendum confermativo del 22 e 23 marzo. Gli elettori sono chiamati a esprimersi sulla riforma della Giustizia, che prevede, tra l’altro, la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. Daremo spazio a esperti, e a esponenti dei comitati per il Sì e per il No. Partiamo dal dibattito che si sta sviluppando tra i cattolici democratici. Lo facciamo, simbolicamente, a pochi giorni dal centenario della nascita di Vittorio Bachelet, assassinato dalle Brigate rosse mentre ricopriva la carica di presidente del Consiglio superiore della magistratura, dando voce al figlio Giovanni, oggi presidente del Comitato della società civile per il No, e al costituzionalista Stefano Ceccanti, che insegna alla Sapienza, la stessa dove fu docente Vittorio Bachelet.
“Ritengo che la scelta del Sì sia quella da preferire per almeno due buoni motivi che riguardano i due punti chiave della riforma, la divisione in due del Consiglio superiore della magistratura e l’istituzione di una Corte disciplinare”. Lo afferma il prof. Stefano Ceccanti. Da docente di Diritto costituzionale (all’Università La Sapienza). E da cattolico, ricordando “l’insegnamento del Concilio Vaticano II: in queste scelte opinabili di voto il pluralismo è la regola, mentre l’unità non può che essere un’eccezione”. Ceccanti, in passato presidente della Fuci, si trova “dall’altra parte della barricata”, per la verità dentro a una compagnia piuttosto numerosa (della quale fanno parte, per esempio, gli altri ex presidenti Fuci, Giorgio Tonini e Giovanni Guzzetta), rispetto all’orientamento del suo partito, il Pd. Ma anche rispetto a non pochi cattolici democratici, come Giovanni Bachelet.
Perché, dunque, votare Sì, professore?
Soprattutto per due motivi. Il fatto che gli accusatori e i giudici si trovino a stare insieme nello stesso organo che ne regolamenta le carriere, un Csm unico che la riforma dividerebbe in due, è uno degli elementi che genera storture. Quasi mai, i giudici delle fasi preliminari osano contraddire i pubblici ministeri, anche perché l’organismo che li governa è unico. Il secondo è la credibilità delle sanzioni per chi sbaglia: senza questa credibilità i comportamenti scorretti, anche se minoritari, tendono a ripetersi e a crescere. Ora, da anni si discute di creare una Corte apposita, sempre a maggioranza di persone dell’ordine giudiziario, dedicata proprio a questo.
Ci può fare qualche esempio?
Sono stato senatore dal 2008 al 2013 e alla Camera dal 2018 al 2022. Tra le decisioni più delicate che prende un parlamentare, c’è quella relativa all’autorizzazione all’arresto di propri colleghi. Ora, valutando attentamente tali richieste, in alcuni casi le ho trovate motivate e ho votato a favore, e in altri no, votando contro, ricorrendo in tali casi alla nota dottrina del “fumus persecutionis” dell’accusatore nei confronti del parlamentare accusato. Ho provato, insieme ad altri, a informarmi, poi, dell’eventuale seguito di tali decisioni e, con mio grande stupore, tranne credo in un solo caso, gli accusatori coinvolti non hanno subito alcuna conseguenza disciplinare. Per di più, se questo accadeva nei confronti dei parlamentari, cosa era lecito aspettarsi per errori di valutazione nei confronti di singoli cittadini?
Su alcuni aspetti della riforma, ci sono molte perplessità, per esempio sulla scelta per sorteggio dei membri dei nuovi Consigli.
Su tante soluzioni specifiche è giusto avere delle riserve, nessuna riforma è mai perfetta, ma questi due punti chiave sono decisivi a far pendere la bilancia dal lato di una valutazione positiva. Mi sembra che lo status quo, che il No confermerebbe, sia decisamente molto più insoddisfacente e problematico. La vittoria del Sì va vista come tappa di un percorso evolutivo, passato per un nuovo Codice nel 1989 e per una prima riforma costituzionale nel 1999. Il tentativo di correggere il cattivo funzionamento del sistema vigente può passare anche da fasi sperimentali, in cui va collocata anche la soluzione del sorteggio, che non è forse in astratto quella ottimale, ma che nel concreto, intanto, scardina gli eccessi delle correnti interne alla magistratura.
Un discernimento, il suo, basato su che elementi?
Il discernimento che siamo chiamati a operare deve tenere presenti due criteri. Il primo è di rispettare i caratteri specifici di questo voto. I costituenti hanno previsto i referendum per consentire di votare decidendo direttamente una questione, a prescindere dal partito che riteniamo, in generale, più vicino. Siamo, quindi, chiamati non a una scelta di appartenenza, ma a farci un giudizio preciso di merito. Questo è ancora più vero per i referendum costituzionali, i cui effetti si misurano sul lungo termine. Il secondo, da credenti, è di ricordare l’insegnamento del Concilio Vaticano II: in queste scelte opinabili di voto, il pluralismo è la regola, mentre l’unità non può che essere un’eccezione. Siamo chiamati a un discernimento che è anche comunitario, ma che poi si affida in ultima analisi alla coscienza personale.
Nei prossimi giorni si ricorderà il centenario di Vittorio Bachelet. In che modo la sua azione e la testimonianza continuano a essere vivi?
Alla “Sapienza”, abbiamo, al piano terra, tre aule intitolate a tre nostri docenti martiri del terrorismo, Vittorio Bachelet, Aldo Moro e Massimo D’Antona. Anche non volendo, è impossibile, ogni tanto, non pensare a una cosa: a quale dovere meno tragico e più prosaico siamo chiamati verso i nostri studenti, per canalizzare in modo autonomo e positivo la loro voglia di cambiamento? Penso che loro ci chiederebbero questo. Penso, poi, che ciascuno di noi, con i propri limiti e nel naturale pluralismo, deve cercare, ogni volta, di fronte a una scelta, di optare per quella che ritiene la migliore per il Paese, sul lungo termine, a prescindere da appartenenze e convenienze.



