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Sergio Campagnolo, una vita nell’arte
“I muri ci sono e sono fatti anche per essere superati. Le sconfitte bisogna metterle in conto, perché fanno parte della vita”. Lo ripete Sergio Campagnolo, con il piglio carismatico e l’autorevolezza che gli viene da oltre 40 anni di professione e una profonda umanità, agli studenti del Master in Comunicazione scientifica dell’Università di Padova, dove insegna dal 2013. Il messaggio sintetizza bene la sua storia: un percorso professionale ricco di esperienze, costruito tra giornalismo, relazioni, arte e un’idea di comunicazione che ha anticipato i tempi.
Dalle redazioni locali al mondo dell’arte
Originario e tutt’ora residente a Resana, Campagnolo è andato in pensione a fine gennaio, lasciando un’eredità professionale che attraversa decenni di trasformazioni nel mondo dell’informazione. Negli anni Ottanta è stato corrispondente della Vita del popolo per le zone di Castelfranco e Camposampiero, quando il settimanale stava vivendo una stagione vivace, ricca di impegno, presenza e dinamicità. Ricorda con affetto mons. Lino Cusinato e Dino Boffo, suoi storici direttori, e Bepi Casagrande che all’epoca era caporedattore del settimanale diocesano: “Ci si incontrava in redazione, si pensava, si discuteva. Quel luogo era una palestra di professionalità, impegno, relazionale e umanità che ha segnato tutta la mia carriera”. Sono i tempi in cui anche Marco Goldin bazzicava per Casa Toniolo, scrivendo di arte ovviamente, ed è lì che hanno cominciato a costruire un’amicizia lunga una vita.
In quegli anni Campagnolo era un giovane studente di Medicina all’Università di Padova, e - come tanti - cercava “lavoretti” che gli permettessero di guadagnare autonomia, fare esperienza e gavetta: insegnante alle elementari, collaboratore di varie testate, direttore del mensile Informazioni sociali dell’Oic e di altri periodici locali, ma non solo. A un certo punto, però, la scelta di abbandonare Medicina fu radicale, e decisiva: “Nel tempo successivo, e a lungo, ho dovuto colmare il vuoto lasciato dall’obiettivo di diventare medico, ed è stato un grande sprone”. Solo per inciso, si laurea in Sociologia, prima, e al Dams, poi.
L’ingresso come addetto stampa nell’Ulss di Castelfranco-Asolo-Montebelluna segna l’inizio di un percorso più definito. “Forse era un altro tempo, ma l’intraprendenza «pagava»”, racconta, riferendosi al fatto che per chi voleva provare e ci metteva impegno ed entusiasmo una qualche strada sicuramente si apriva. È lì che comincia a maturare l’idea di avviare uno studio dedicato alla comunicazione culturale. Intanto rafforza anche l’esperienza all’Istituto nazionale di fisica nucleare, all’Associazione italiana costruzioni acciaio, e nel sociale: ‘’Ho sperimentato molto e tutto mi è tornato utile”.
Esseci e il “gatto nero” che ha fatto scuola
Nel 1986 nasce a Padova, il luogo in Veneto più ricco di proposte culturali, non fosse altro che per la presenza dell’università, di musei e teatri, dell’orto botanico, delle biblioteche, lo Studio Esseci, che sceglie come simbolo un gatto nero, diventato negli anni un marchio riconoscibile nel panorama culturale italiano. L’immagine, racconta Campagnolo, rappresentava un animale indipendente, curioso, capace di muoversi con agilità in territori complessi: una metafora perfetta per il lavoro dell’ufficio stampa.
Da allora, Esseci diventa uno dei principali punti di riferimento nazionali per la comunicazione di mostre, rassegne ed eventi culturali. In quarant’anni di attività, lo studio ha seguito oltre 1.200 mostre, dalle più acclamate a quelle di nicchia, collaborando con musei, fondazioni, enti pubblici e privati. Tra le numerosissime, alcune di grande valore sono state senza dubbio la retrospettiva su Renato Guttuso al Palazzo della Gran Guardia di Verona, quella su Mario Sironi a Vicenza, di ampio e approfondito respiro, e il lavoro sul fotografo Robert Capa che ha portato in Italia un corpus significativo di scatti storici, contribuendo alla diffusione della fotografia documentaria presso un pubblico molto ampio.
Il rapporto con Marco Goldin è uno dei capitoli più significativi: “Goldin è un unicum, perché nelle sue mostre lui, di fatto, vende se stesso e il suo carisma, in nessun modo replicabile. Lavora oltre le barriere dell’ovvio, propone esperienze emotive, ricche di attività e di iniziative correlate, frutto di una personalità incredibile”. Con lui, Esseci ha contribuito alla comunicazione di grandi esposizioni che hanno segnato la storia recente del settore.
Il lavoro quotidiano, spiega Campagnolo, è sempre stato anche un esercizio di equilibrio, come durante l’esperienza della malattia che ha segnato anche lui in età giovanile “L’ufficio stampa ti costringe a pensare ogni giorno a qualcosa di diverso dal tuo male”.
Credibilità, relazioni e nuova generazione
Il segreto del successo dello studio? “Aver intessuto rapporti umani prima ancora che professionali con personalità che ci hanno dato fiducia. Un buon terzo degli incarichi ci sono venuti tramite giornalisti che ci hanno segnalato ai promotori. È stata la soddisfazione maggiore’’. Per Campagnolo, la comunicazione culturale è soprattutto un lavoro di relazioni: “La cosa importante è essere percepiti come voce autorevole e credibile”. Un principio che trova conferma nei numeri: quando ha annunciato la pensione, ha ricevuto oltre 800 messaggi e una quantità di telefonate che non si aspettava. “La credibilità nasce dalla cura della relazione e dalla professionalità. È questo che fa la differenza”.
Oggi lo Studio Esseci passa a due collaboratori storici, pronti a guidarlo nell’era dei social. L’obiettivo è chiaro: ampliarne il ruolo, non più limitato alla stampa, ma esteso a stakeholder, opinion leader e reti di connessione. “Serve vedere tutti i nodi possibili e costruire nuove relazioni. La comunicazione non è solo diffusione di notizie, ma costruzione di valore”.
La sfida contemporanea, sottolinea, è la complessità: “È finita l’epoca del singolo comunicato stampa. Oggi si pensa a ogni canale secondo le sue caratteristiche”. Un cambiamento che richiede competenze nuove, che lui stesso ha contribuito a formare attraverso l’insegnamento universitario.
Nuove storie e una quotidianità diversa
Dal 2013 Campagnolo è docente al Master in Comunicazione scientifica dell’Università di Padova, dove porta la sua esperienza diretta: “Dico sempre agli studenti: imparate un mestiere. Quando avete gli strumenti in mano potete realizzare qualsiasi cosa”.
Oggi si dedica anche alla famiglia, è diventato nonno, e collabora con la fondazione Cariparo per progetti di divulgazione, come la storia di Giovanni Miani, primo coraggioso esploratore ad arrivare alle sorgenti del Nilo, o Cristina Roccati, terza donna laureata al mondo, che “osò” studiare fisica e, dopo una breve prestigiosa carriera accademica, quando la famiglia cadde in disgrazia, tornò a casa nel rodigino per fare l’insegnante.
In un’epoca dominata dai social, Campagnolo vede un ritorno alla centralità delle relazioni: “Serve umanità. E con i social questo bisogno è addirittura cresciuto”.



