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Alberto Trentini libero, l‘abbraccio di tutta l’Italia
Le campane della chiesa di Sant’Antonio al Lido di Venezia hanno suonato a festa lunedì 12 gennaio, alle 7.05 del mattino, per salutare la notizia della liberazione di Alberto Trentini. Il cooperante di 46 anni, originario del Lido di Venezia, è stato rilasciato dopo 423 giorni di detenzione, senza alcuna accusa formale, nel carcere di Caracas in Venezuela. È un gesto forte e simbolico, voluto dal parroco don Renato Mazzuia, che fin da subito è stato vicino alla famiglia. È la festa di una comunità, quella parrocchiale, dove Alberto è cresciuto.
“È una grande gioia per tutti noi - è il primo commento di don Renato Mazzuia - e le campane suoneranno ancora quando Alberto tornerà qui tra noi”.
Atterrato a Ciampino martedì mattina, insieme all’imprenditore Mario Burlò, l’altro italiano scarcerato insieme a lui, Trentini non ha fatto subito rientro a Venezia. Dopo l’abbraccio commovente con mamma Armanda Colusso e i saluti istituzionali del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del ministro degli Esteri Antonio Tajani, Trentini è partito a bordo di un furgoncino e non è stata comunicata la sua destinazione. Ma non è ancora arrivato al Lido. “Da adesso in poi - la richiesta fatta attraverso la legale della famiglia, Alessandra Ballerini - c’è bisogno di vivere giornate serene e costruttive”.
Il cooperante veneziano, nella giornata romana, ha raccontato alcuni particolari della sua dura detenzione nel carcere di El Rodeo: “Non mi hanno mai picchiato”, ha precisato descrivendo poi la cella, di quattro metri per quattro con una latrina e un rubinetto usato anche come doccia. Il materasso c’era, ma spesso ha dormito per terra: “Era come dormire su lastre di cemento”. E il tempo, che non passava mai, occupato dal ricordo della vita di prima e da tanto esercizio fisico: “Flessioni, addominali, camminate avanti e indietro lungo il perimetro della cella”. Unico passatempo ammesso, arrivato solo più tardi, una scacchiera “costruita con pezzi di sapone e carta igienica”. Da fuori qualche notizia trapelava: “Non mi sono mai sentito da solo, certi messaggi mi sono arrivati, avevo capito che l'Italia stava facendo molto per la mia liberazione”.
Testimonianze di parroco e catechista
La preghiera costante nella parrocchia di Sant’Antonio del Lido, frequentata dai genitori di Alberto Trentini, Ezio e Armanda. Una vicinanza che non è mai mancata in questi 423 giorni di detenzione del cooperante veneziano, impegnato da anni in attività umanitarie. In Venezuela, per conto dell'organizzazione non governativa Humanity & Inclusion, avrebbe dovuto portare avanti dei progetti in favore di bambini disabili, ma il 15 novembre del 2025, pochi giorni dopo il suo arrivo, era stato arrestato senza accuse particolari e senza che, in tutti questi mesi di detenzione, gli venisse mai formalizzato alcun capo di imputazione. Prima del Venezuela aveva operato in Ecuador, Etiopia, Paraguay, Nepal, Grecia, Perù, Libano e Colombia, lavorando per Focsiv, Cefa, Coopi - Cooperazione internazionale, Danish Refugee Council e altre organizzazioni non governative.
“Io non l’ho conosciuto direttamente, se non quando tornava a casa a trovare i genitori e ci si incrociava. Quando sono arrivato qui, Alberto era già da un pezzo in giro per il mondo - riferisce il parroco -. Ma dai racconti della famiglia, sono certo che lui, dopo aver recuperato le forze da questa drammatica esperienza, tornerà a fare il suo lavoro: servire e aiutare gli altri. E servire chi ha più bisogno significa anche servire Cristo. È bello che la notizia della sua liberazione - aggiunge don Renato - sia arrivata proprio il primo giorno del Tempo Ordinario dopo quello di Natale. Una coincidenza temporale che in fondo non è casuale: ci ricorda che il Signore provvede sempre, anche quando - e può essere capitato a tutti in questo ultimo anno - noi ne dubitiamo. Il Signore non delude. Ed è bello, insieme ad Armanda Colusso ed Ezio, fare Eucaristia oggi e dire grazie. Una gioia per tutti noi, e soprattutto per i genitori che, dopo una prova così grande, se la meritano”.
Il parroco ricorda questi 14 mesi di attesa: “La comunità si è subito mobilitata e questo è un gesto bello e importante. Quella dei genitori è sempre stata una presenza fedele, ma anche silenziosa e discreta, alla vita della comunità. Ci sono state tante iniziative di preghiera. Ora diciamo grazie e lo aspettiamo qui, quando sarà il tempo opportuno. Dopo la notizia della liberazione ho mandato un messaggino alla mamma; lei ha risposto ringraziando. Ora lasciamoli tranquilli a vivere questo momento, rispettando la loro riservatezza”.
Ogni domenica, durante l’Eucaristia, la comunità ha rivolto almeno una preghiera dei fedeli per la liberazione di Trentini. Molti i momenti forti vissuti in questi mesi: l’Adorazione eucaristica di 24 ore, il pellegrinaggio in bicicletta al Santo di Padova nei giorni della festa patronale e la Novena di Natale. “Alberto è cresciuto con noi - racconta Dilva Venturini, sua catechista dai 7 anni fino alla Cresima -, per me è come un secondo figlio, una persona buona cresciuta qui, in mezzo a noi”.
Anche Tiziana Lipiello, rettrice dell’Università di Venezia, dove Alberto Trentini si è laureato, ha espresso parole di felicità: “ Con profonda commozione e gioia accogliamo la notizia della liberazione del nostro laureato Alberto Trentini che da oltre un anno era detenuto in Venezuela. È stata una vicenda complessa che ci ricorda come lo stato di diritto rappresenti la condizione essenziale per la libertà, la giustizia e la dignità della persona. Ci uniamo a questa grande felicità e invitiamo Alberto a tornare prossimamente a Ca’ Foscari, saremo lieti di poterlo abbracciare”.
Nonostante le liberazioni delle ultime ore, i detenuti politici a Caracas sono ancora circa seicento, 42 italiani, con doppio passaporto, dei quali 24 detenuti politici.



