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Esclusi contro élite: le fratture sociali nell'analisi del voto

Il voto amministrativo mette in luce le crescenti fratture sociali. Una situazione che può essere superata con una maggiore qualità dell’offerta politica. Dentro un nuovo orizzonte, che viene indicato anche da papa Francesco. L’analisi del sociologo Mauro Magatti

08/07/2016

La politica italiana, non da oggi, è sull’ottovolante perché la società italiana “è da tempo in crisi, piena di fratture scomposte”. Un contesto nel quale non aiuta però il livello dell’attuale offerta politica.
Parte da qui l’analisi del prof. Mauro Magatti, docente di Sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, sulla situazione politica italiana dopo il voto amministrativo. Uno sguardo, naturalmente, da sociologo, da esperto di mutamenti sociali e globali. Nelle analisi del dopo voto in molti hanno fatto notare che i risultati, piuttosto clamorosi, delle elezioni comunali, fotografano nella società italiana una sempre più evidente frattura tra élite e periferie. Naturale, dunque, chiedere un’opinione ad uno dei maggiori sociologi italiani (Magatti è stato tra l’altro uno dei relatori al recente Convegno della Chiesa italiana di Firenze).
Professore, il mondo politico è scosso da un vero terremoto. Accade in Italia, con i successi dei 5 Stelle a Roma e a Torino; ma, in misura diversa le sorprese arrivano anche dalla Brexit, o dalle presidenziali americane. Cosa sta succedendo nelle società occidentali e in particolare in quella italiana? Davvero le attuali fratture sociali stanno incidendo sul comportamento elettorale dei cittadini?
Partirei da due premesse. La prima è che quelle che abbiamo vissuto erano elezioni amministrative, dalle quali è sempre difficile trarre considerazioni generali. Sono pezzi di un puzzle cui mancano molte tessere. La seconda è che sono sempre scettico di fronte a letture semplificate e immediate. Detto questo, mi pare evidente che la società italiana è in crisi e piena di fratture, non riconducibili ad un unico fattore. A mio avviso la frattura fondamentale in Italia si conferma essere quella tra una parte che difende interessi maturati negli ultimi decenni, parte che raccoglie i voti moderati, ed un’altra parte che raggruppa vaste fasce di insoddisfazione sociale. Semplificando un po’, la potemmo definire la frattura tra establishment e popolismo. Per me tale frattura rivela un’assenza di offerta politica. C’è una domanda di legame sociale, ma l’offerta non è in grado di raccogliere le domande della gente.
Lo definirebbe in qualche modo come un conflitto tra centro e periferie?
In parte sì, ma fino ad un certo punto. Il concetto di periferia dal punto di vista elettorale è molto ampio, racchiude tutte le marginalità.
L’altra frattura evocata (lo si è fatto anche a proposito della Brexit) è quella generazionale. C’è anche questo elemento?
Sì, in parte, ma non così forte come la frattura di cui parlavo. Certo, nell’attuale blocco economico la mancata crescita si scarica in modo significativo sui giovani, ma non esagererei questo aspetto per quanto riguarda i comportamenti elettorali. Piuttosto c’è un ulteriore elemento che determina oggi i risultati elettorali...
Quale?
E’ la domanda di cambiamento. Si tratta di una parola magica, dal punto di vista elettorale paga a prescindere. Magari nessuno sa cosa sia questo cambiamento, ma non importa... Il risultato delle Amministrative in questo senso è emblematico. Ma anche il referendum sulla Brexit è un esempio clamoroso di come oggi il cambiamento venga premiato senza avere la minima idea di quello che avverrà dopo.
Lei vive e insegna a Milano. Perché a suo avviso in questa città la situazione è rimasta nei binari di un confronto tra due poli moderati?
Ci sono motivi contingenti e motivi più profondi. Le coalizioni storiche avevano candidati presentabili, i 5 Stelle qui non sono radicati ed hanno cambiato il proprio candidato in corsa. Si veniva da 5 anni di Amministrazione Pisapia, che godeva di un generico consenso. Ben diversa era la situazione a Roma. Più in profondità, Milano ha saputo in questi anni mantenere la sua centralità e il suo tenore economico, mentre per esempio Torino ha faticato in questi anni a trovare un nuovo ruolo coincidente con la fine della centralità della Fiat. Milano è oggi la città più inserita nei circuiti contemporanei, qui la crisi si è sentita meno.
Torniamo allo scenario generale. Come se ne esce? Lei prima parlava di carenza di offerta politica. Ma non è che anche i cittadini hanno le loro colpe? In fin dei conti la democrazia per funzionare prevede cittadini informati e consapevoli, non semplici elettori.
Stiamo vivendo un passaggio delicato, un mutamento epocale e in questi momenti è difficile fare distinzioni. Ma io insisto nel dire che la carenza è più nell’offerta che nella domanda. Oggi il cittadino è in difficoltà - pensiamo ai problemi dei genitori, o degli anziani... - si aspetterebbe di vedere intanto da chi li governa e li amministra dei comportamenti decenti e poi delle proposte per risolvere i problemi. Nello specifico, l’elettorato italiano ha dato una grande cambiale di credito a Matteo Renzi, cambiale che vede solo parzialmente onorata.
L’attuale premier ha messo in cima alla sua agenda le riforme istituzionali. Crede che invece avrebbe fatto meglio a privilegiare politiche che incidessero sulle dinamiche sociali e sull’economia?
Sì, penso da tempo che le riforme istituzionali non siano un tema che scalda l’opinione pubblica. Certo, sono necessarie, ma non ci sono solo quelle. E soprattutto non possiamo permetterci di stare fermi ad aspettare il referendum di ottobre, bisogna agire. Sul referendum in quanto tale, poi, rischiamo di finire in un tunnel simile alla Brexit, anche se personalmente spero non accada. Ma se anche il referendum passerà, restano sul tappeto i nodi della sicurezza, dell’economia, della crescita...”.
Intanto a parlare di ineguaglianza, di povertà, di periferie, sembra essere rimasto solo papa Francesco. Fatte salve le necessarie distinzioni, è un messaggio anche per la politica?
Papa Francesco sta svolgendo nel miglior modo possibile il suo ruolo di leader di un’organizzazione religiosa, sollecitando in primo luogo la Chiesa su temi che ci riguardano, come persone e come comunità. Temi che in alcuni casi non prevedono una soluzione tecnica che sia pronta domani mattina. Il Papa svolge il suo ruolo, poi è una pia illusione pensare di trasferire il suo messaggio alla politica senza le dovute mediazioni. Il messaggio di Francesco coglie lo spirito del tempo. Mette in primo piano una stagione nuova, in cui risalta il legame sociale. Non ci salviamo se puntiamo solo sull’individuo, quella è una stagione finita. Dobbiamo rinegoziare la nostra convivenza, a partire dagli altri e dall’ambiente, dandoci obiettivi comuni. Se questo è l’orizzonte, in effetti quella del Papa è una voce che grida nel deserto.

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