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XIV Domenica del Tempo ordinario: Gesù, uno scandalo per i suoi?

La difficoltà profonda nel riconoscere l’identità di Gesù

Con il racconto delle due donne salvate, riportato domenica scorsa, siamo al culmine del manifestarsi della potenza di vita presente in Gesù. E’ il piccolo seme che viene dalla stessa sorgente di vita di Dio (1, 1), e si rivela capace di dominare non solo gli abissi del mare (4,39), ma perfino quelli della morte (5,41). Sembra che nulla possa opporvisi. E invece.

“Ma chi si crede di essere?” E’ proprio nel suo luogo di nascita che a quanto pare «non poteva compiere alcun gesto di potere». Perché?

L’episodio narrato pone in risalto una volta ancora la domanda: Chi è costui? In questo caso l’interrogativo è su come mettere insieme la «sapienza che gli è stata data» e «i prodigi compiuti dalla sue mani» con quell’uomo che loro erano convinti di conoscere così bene, fin dalle sue radici: è il figlio di... il fratello di..., è solo un carpentiere. E lo «stupore» non fa nascere la lode a Dio, né resta aperto ad ulteriori passi. Piuttosto si fa «scandalo», letteralmente «inciampo». Ricordiamo che gli stessi componenti della sua famiglia natale lo ritenevano «fuori di sé» (3,21). In ogni caso, se Gesù “stupisce” e “scandalizza” i suoi, anche loro “stupiscono” Gesù con la loro «mancanza di fede».

“E’ soltanto uno di noi”. Per colui che ascolta, si conferma sempre più che vi è una difficoltà profonda nel riconoscere l’identità di Gesù, quell’identità che a lui è stata annunciata fin dall’inizio: «il Cristo, il Figlio di Dio» (1,1). Don Antonio Marangon insegnava che questa reazione pregiudiziale di chi aveva vissuto trent’anni con Gesù era uno dei tre motivi che più direttamente confermavano il suo essersi fatto uomo fino in fondo, “confuso con gli uomini” (gli altri due motivi erano la sua necessità di pregare per mettersi in relazione con il Padre, e il suo essere tentato). Era così “quotidianamente uomo” che coloro i quali da tutta una vita lo conoscevano da vicino si rifiutano di riconoscere in lui dell’altro, pur avvertendo la domanda che quella «sapienza» e quei «prodigi» ponevano con insistenza. Ma in Marco nessuno riesce a rispondere esprimendo apertamente “chi sia costui”, neppure i suoi discepoli.

Una risposta che richiede il cammino di una vita. E’ il cammino che l’evangelista propone ai suoi stessi ascoltatori. E neppure loro, neppure noi: anche se sappiamo, ancora non riusciamo a confessare pienamente con la vita quanto alla fine riconoscerà il centurione sotto la croce. Neppure noi possediamo la risposta una volta per tutte, anche noi “fuggiamo” come i discepoli di fronte al crocifisso, e come le discepole all’annuncio che sì, proprio il crocifisso è risorto. Anche per noi è «scandaloso» che Dio si metta fino a tal punto nelle mani degli uomini, nelle mani di coloro che hanno il «potere» di ucciderlo – e lo faranno. La domanda che nasce chiama ad un percorso: il percorso della fede, che passo dopo passo, e mai completamente, accoglie un po’ alla volta il modo di agire, di parlare, di venirci incontro di colui che desidera offrirci salvezza, di colui che è in grado di donarcela. Di colui che si ferma di fronte alla nostra libertà, accettando che l’incredibile efficacia della sua potenza di vita sia limitata dalla nostra accoglienza, dal nostro sempre possibile rifiuto. Ma non lo fa al punto da ritirarsi da noi, da questa storia in cui si è fatto uomo fino al quotidiano faticare, fino al quotidiano incontrare, fino al quotidiano vivere e morire: «pochi malati» accolsero anche a Nazareth il suo dono di vita e salvezza (6,4). E subito dopo il suo cammino di annuncio, fatto di sapienza e di potenza di vita, prosegue, insieme ai discepoli.

Colui che ci chiede di accoglierlo come Dio-salva. Tuttavia è come se rimanesse sempre sulla soglia, sempre a bussare: a tornare a sottomettersi alla nostra scelta, di rifiuto o di accoglienza. Nelle tante situazioni della vita, nel “terribile quotidiano” dentro al quale a volte è così difficile accettare di rimettere in questione pregiudizi e stereotipi che ci aiutano a “tirare avanti” senza troppi sconvolgimenti e domande. In fondo, è soltanto “il figlio di”, “il fratello di”, “il carpentiere di turno”... Perché lasciarsi inquietare dal suo comportamento al punto da interrogarci sul nostro modo di fare e di pensare, perché “sprecare” per questo il fiato che usiamo per sopravvivere giorno per giorno... Ragionamenti leciti, ma che rischiano di farci perdere l’occasione di un incontro capace di metterci in grado non di sopravvivere, ma di vivere. Rischiamo di non riconoscere, nella nostra vita di tutti i giorni, sia personalmente che come comunità-Chiesa, le occasioni di ritrovare la sorgente che ci risveglia alla meraviglia della vita risorta. Uno sguardo, un gesto, una parola, un volto, una relazione, un sentimento, un’emozione... incontrati in modo nuovo... Lasciamoci carezzare il cuore dall’inattesa carezza di Dio, diventiamo insieme capaci di condividere quella disarmante, inaspettata tenerezza che ci rimette con lui in via, in vita.

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