domenica, 23 giugno 2024
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Sovraffollamento delle carceri: no strutture, ma pene alternative

Superata la soglia delle 60 mila persone detenute, ci avviciniamo pericolosamente ai numeri che hanno portato il nostro Paese alla condanna europea per trattamenti inumani e degradanti. Ne parliamo con Sofia Antonelli, dell’associazione Antigone

Le carceri scoppiano. E questa non è affatto una novità. Lo si sa, lo si dice e lo si denuncia da sempre. A fine ottobre erano 59.715 i detenuti distribuiti in 189 penitenziari a fronte di una capienza di 51.285 posti effettivi. A novembre si è superata la soglia delle 60 mila persone in carcere (60.116), avvicinandoci sempre di più al numero che ha portato alla condanna europea per trattamenti inumani e degradanti. Anche Treviso non è da meno: al 15 dicembre c’erano 212 detenuti per 138 posti, al 30 novembre (dato del ministero della Giustizia) erano addirittura 223. Per il sovraffollamento le persone detenute stanno ricevendo uno sconto di pena del 10%, come compensazione. Sovraffollamento. Rivolte. Suicidi, 63 finora nel 2023, 85 l’anno scorso. Eppure, a via Arenula c’è un’importante novità. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio pensa, come soluzione, alle ex caserme, dove anche il trevigiano e il veneziano potrebbero essere interessate dal progetto di riconversione edilizia.

Inoltre, le polemiche, seguite alla nomina della “triade” di garanti dei detenuti da parte del nuovo Governo, hanno riproposto il tema dei diritti umani delle persone recluse. Nelle scorse settimane, infine, il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo “pacchetto sicurezza” con l’introduzione di nuovi reati e innalzamento delle pene.

In attesa che vengano resi pubblici i dettagli della proposta ministeriale sulla gestione delle carceri, abbiamo chiesto di farci una fotografia della situazione penitenziaria a Sofia Antonelli, osservatrice dell’associazione Antigone che da oltre trent’anni si occupa delle condizioni di detenzione negli istituti penitenziari.

Dottoressa Antonelli qual è la situazione delle carceri in Italia oggi?

Le carceri italiane rischiano di arrivare in pochi mesi a condizioni inumane e degradanti generalizzate. Le presenze negli istituti di pena negli ultimi mesi stanno crescendo a un ritmo sempre più frenetico. A fine ottobre le persone detenute erano 59.715, ossia 3.500 in più rispetto alle 56.225 di un anno fa. Se relazioniamo le presenze con la capienza effettiva degli istituti penitenziari emerge un tasso di sovraffollamento medio pari al 123%. Le regioni con il tasso più alto sono la Puglia (151%), la Lombardia (141%) e il Veneto (133%). Sono passati 10 anni dal gennaio 2013 quando l’Italia fu condannata dalla Corte europea dei diritti umani, con la “sentenza Torreggiani”, per la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani (Cedu) per le condizioni di detenzione principalmente legate alla sistematica condizione di sovraffollamento. Allora nelle nostre carceri c’erano 65.905 persone detenute. Oggi con questi ritmi di crescita rischiamo di arrivare velocemente a quelle stesse cifre. Dalle rilevazioni effettuate dal nostro Osservatorio emerge come, nelle 52 visite effettuate dall’inizio del 2023, in 16 istituti siano presenti celle con meno di 3 mq a persona.

Carceri piene. Aumento dei suicidi. Nordio pensa alle ex caserme. E’ la soluzione?

L’edilizia penitenziaria non può rappresentare la soluzione. Anche se si volesse seguire la strada di nuove carceri, bastano pochi numeri per far capire quanto sia impercorribile. Per costruire un nuovo carcere (o adeguare strutture pre-esistenti) servono decine di milioni di euro. Se si volesse rispondere così al problema del sovraffollamento, essendo a oggi circa 11 mila le persone in più rispetto ai posti effettivi, ovviamente servirebbero tantissimi nuovi istituti. Ai costi strutturali, vanno poi aggiunti i costi delle attività e del personale, già fortemente sotto organico. Oggi il sistema penitenziario assorbe annualmente oltre il 30% del bilancio complessivo del ministero della Giustizia, un incremento di spesa del genere sarebbe insostenibile. Oltre a pensare ai tempi lunghissimi, considerando che le ultime carceri costruite hanno richiesto tra i 5 e i 10 anni per essere completate.

Quante sono le persone che attualmente scontano la pena all’esterno del carcere?

Alla fine di ottobre le persone in carico all’esecuzione penale esterna per lo svolgimento di misure e sanzioni di comunità erano più di 83 mila. Questo numero è aumentato significativamente negli ultimi anni, senza però comportare in parallelo un calo della popolazione detenuta che, come già detto, continua, invece, a crescere. Il risultato è, in generale, un progressivo incremento delle persone sottoposte a controllo penale, il cosiddetto fenomeno del “net widening”. Guardando ai dati del carcere, vediamo come siano circa 20 mila le persone con condanne o pene residue brevi, inferiori ai 3 anni. Probabilmente molte di queste avrebbero i requisiti per accedere a percorsi di misure alternative, ma non vi accedono per mancanza di risorse (alloggio, avvocato etc). L’esecuzione della pena all’esterno ha sicuramente costi inferiori, sia in termini economici che di recidiva. Un gran numero di persone, invece, continua a rimanere negli istituti, sempre più chiusi e sempre più affollati. Diminuire ove possibile gli accessi in carcere e favorire una più rapida fuoriuscita rappresenterebbero, ovviamente, il primo e il più logico rimedio contro qualsiasi situazione di sovraffollamento.

E’ ritornato di attualità il tema della tortura in ambito giudiziario. A che punto siamo in Italia?

In questi mesi è purtroppo tornato di attualità il dibattito sul reato di tortura. Ci sono voluti quasi 30 anni da quando l’Italia ha ratificato la Convenzione Onu contro la tortura a quando, nel 2017, ha introdotto il reato nel proprio ordinamento. Oggi vi sono proposte per riformarlo o addirittura abolirlo. Mai nessun Paese al mondo ha fatto passi indietro sulla criminalizzazione della tortura dopo averla introdotta. Il reato di tortura va mantenuto: è un caposaldo della civiltà dello stato di diritto, perché riguarda i confini legittimi del potere dello Stato nel rapporto con i cittadini, e ne previene l’abuso nel momento in cui lo Stato ha la persona nelle proprie mani. Sono numerosi i processi in corso per ipotesi di tortura che rischierebbero probabilmente di crollare, se il reato venisse riformato.

E, infine, dopo Treviso di qualche mese fa, ora la rivolta a Roma in carcere minorile. Cosa sta succedendo tra i minori?

Non vogliamo assolutamente giustificare nessun episodio, ma bisogna guardare le cose per quelle che sono e guardarle con la dovuta attenzione. Stiamo parlando di ragazzi che vivono situazioni particolarmente complesse, che spesso provano a farsi sentire in qualche modo. Quasi sempre questi episodi vedono come protagonisti ragazzi stranieri che hanno una vita molto difficile alle spalle, che non hanno legami sul territorio e per questo si sentono abbandonati. Spesso sono persone che hanno problemi di dipendenze e disagio psichico. A questi problemi si risponde di frequente con un ampio utilizzo di psicofarmaci, che in alcuni casi non fanno che peggiorare la situazione. Questi ragazzi hanno bisogno di una presa in carico effettiva, dal punto di vista psicologico e sociale. Bisogna far sì che si sentano sostenuti e attenzionati. Più si sentiranno abbandonati, più si sentiranno gestiti con gli strumenti della repressione e farmacologia, più sarà facile che possano avere reazioni di questo tipo.

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